Home / Recensioni / Opeth – Sorceress

Opeth – Sorceress

opeth-2016-sorceressOPETH

Sorceress (2016)

Moderbolaget Records / Nuclear Blast

Il 2016 segna il monumentale ritorno di una delle più singolari rock band degli ultimi tre decenni, gli Opeth. Il 30 settembre viene dato alle stampe Sorceress, il dodicesimo album in studio degli svedesi, il primo realizzato per la Nuclear Blast in collaborazione con la neonata etichetta Moderbolaget Records. A cinque anni dalla svolta avviata con “Heritage“, confermata tre anni dopo da “Pale Communion”, la band di Stoccolma compie con Sorceress il decisivo passo verso la definizione di un sound eclettico che abbraccia rock sinfonico, metal, folk, jazz e classica.

“Il nuovo album “Sorceress” è il nostro dodicesimo lavoro” – dice Åkerfeldt – “Mi è difficile realizzare di essere in attività con la band da ventisei anni, per non parlare del fatto che questo è il nostro dodicesimo lavoro, e sono fiero di quanto fatto finora. “Sorceress” non fa eccezione. Amo questo album, così come tutta la band. Ho scritto le musiche in cinque/sei mesi e abbiamo trascorso solo dodici giorni in sala registrazione, al Rockfield Studios in Galles. Trovo che ancora una volta abbiamo fatto un passo avanti. O di lato o indietro. Da qualche parte!? È diverso! È estremamente diverso. E se posso dirlo, estremamente valido. Sento il diritto di dire, e mi piace pensare, che questa band è la migliore sul pianeta. Inoltre, riesco sempre a staccarmi dal disco e ascoltarlo come fan. È un bel disco. Il mio preferito nella nostra discografia in questo momento. Ovviamente. È come dovrebbe essere, giusto? È sia fresco sia vecchio, sia pesante sia quieto. E questo ci piace. Speriamo che nel mondo ci saranno altri che condivideranno questa opinione. È stata una gioia realizzarlo e una gioia pura ascoltarlo. Quindi il gioco è fatto!”

Sorceress ripropone la line-up di “Pale Communion”, assestata definitivamente attorno a: Mikael Åkerfeldt (voce, chitarre, cori), Fredrik Åkesson (chitarre, cori), Martin Mendez (basso), Joakim Svalberg (Hammond, Mellotron, Fender Rhodes, Moog, pianoforte, clavicembalo, percussioni, cori) e Martin Axenrot (batteria, percussioni).

Confermato anche il cover artist Travis Smith che realizza l’ennesima copertina criptica: un imperioso pavone dallo sguardo torvo e col becco grondante sangue domina un ammasso di ossa scarnificate e carni putrescenti. L’immaginario esoterico che da sempre accompagna la band prelude inevitabili letture simboliche che rimarcano i nuovi percorsi musicali intrapresi. Temi come la morte, la rinascita e la vita eterna prendono corpo nelle eleganti forme del pavone seguendo un’antica tradizione cristiana. Per la simbologia alchimista musulmana il pavone che fa la ruota esprime la grandezza dell’universo, mentre per i romani era l’Uccello di Giunone e il suo compito era quello di accompagnare nell’aldilà le anime delle imperatrici.

Proprio questo rimando al mondo degli Inferi crea un parallelo con il mito di Persefone. Figlia di Demetra e Zeus (o, secondo un’altra leggenda, di Zeus e della dea omonima del fiume infernale Stige), la giovane fanciulla fu rapita e trattenuta con l’inganno nel regno dei morti dallo zio Ade, dio dell’oltretomba, che la sposò contro la sua volontà. Come regina degli Inferi, Persefone regnava sulle anime dei morti e guidava i viventi nell’aldilà. Alla sua figura si ispira l’incantevole opener, Persephone, una struggente melodia acustica dai delicati toni medievali, arricchita da cesellature chitarristiche, sognanti folate di Mellotron e versi amari (Un nome amato dentro il mio cuore / L’inizio fu uno sguardo fugace / Una parola mancante che sto ancora aspettando / Un miserabile inganno che sto creando).

La title track, acida e sorniona, avanza con andatura marziale tra svisate di organi vintage, granitici riff di matrice sabbathiana e un basso cupo e (a tratti) ovattato. L’aura malvagia e sinistra che avvolge Sorceress riesce a mediare l’ingombrante background metal della band con le urgenze progressive degli ultimi anni grazie soprattutto alla massiccia presenza delle tastiere, alle screziature settantiane delle chitarre e al tono enfatico del cantato.

L’incedere zoppo di The Wilde Flowers, marcato tanto dal cavernoso basso di Mendez quanto dal frammentato drumming di Axenrot, accompagna lo scandito fraseggio tra l’Hammond di Svalberg e le chitarre di Åkerfeldt e Åkesson con soluzioni che rievocano i Deep Purple (Mark II). Al giro di boa un bucolico intermezzo strumentale ricrea gli atmosferici scenari folk di “Storm Corrosion” con eterei intrecci vocali e arpeggi cristallini, mentre le nervose spire di organo e chitarre accendono la pirotecnica fuga heavy prog conclusiva.

La ballad acustica Will O The Wisp ha una chiara ascendenza tulliana: le “metalliche” chitarre folk, il basso morbido e rotondo, i flautati passaggi del Mellotron e non ultima la voce nasale e “distante” di Mikael (che sembra aver studiato a fondo l’Anderson di “Aqualung”) conducono l’ascoltatore tra le nebbiose lande della terra di Albione. Il pregevole lavoro delle chitarre tradisce l’influsso della mitica “Wond’ring Aloud”, con Åkerfeldt impegnato a supportare un Åkesson meno spigoloso e sempre più stregato dall’eleganza chitarristica di Sir Martin Lancelot Barre.

Fin dall’impetuoso attacco, Chrysalis assume i contorni di un’epica cavalcata hard prog che, tra riff frenetici e un invasato Hammond, trova in “Look At Yourself” degli Uriah Heep numerosi punti di contatto. Proprio quando Åkesson e Svalberg provano ad incendiare l’ennesimo infuocato finale, il brano muta forma perdendosi tra liquidi riverberi psichedelici.

Sorceress II torna alle calme atmosfere dell’opener. Arpeggi di chitarra acustica, Mellotron e cantato in falsetto (a tratti wyattiano) confermano quanto “Storm Corrosion” sia in realtà una creatura partorita dalla brillante creatività di Åkerfeldt, figlia della sua viscerale passione per il folk progressivo.

A darne ulteriore prova è The Seventh Sojourn, gemma acustica che armonizza le sonorità sbilenche di “First Utterance“, il krautrock mistico di “Yeti” e gli intricati orientalismi zeppeliniani di “Kashmir”. I suoni attenuati e stratificati – da molti frettolosamente stroncati come “grossolani errori di missaggio” – rafforzano quanto affermato dallo stesso Åkerfeldt sulla natura di Sorceress: un lavoro sia fresco sia vecchio, sia pesante sia quieto. Il suo carattere vintage è frutto di un’operazione culturale, prima che musicale, che avvicina l’album ai grandi capolavori del prog rock settantiano. Ad influenzare Åkerfeldt, tuttavia, non sono solo Peter Hamill, Family, Camel, Jethro Tull, ELP, Yes e King Crimson ma anche John Coltrane, Mahavishnu Orchestra e gli italiani Il Paese dei Balocchi con il loro omonimo album.

Strange Brew, con il piano funereo, gli intrecciati arpeggi di chitarre, le infuocate accelerazioni ritmiche e le acide stilettate d’organo, è la “Nephente” di Sorceress. A destare interesse, però, è la sofferta performance vocale di Mikael, sospesa tra il più evanescente Anderson di “Benefit” e il tormentato Waters di “The Wall”.

L’articolata A Fleeting Glance è la traccia che meglio chiarisce le nuove architetture sonore della band svedese. Il raffinato folk iniziale, tratteggiato da arpeggi medievali e da un insistente clavicembalo, si alterna a più calde digressioni canterburyane, sorrette da una ritmica jazzata e da un percussivo Fender Rhodes. I cori sommessi e il tocco solenne di Åkesson accrescono la tensione emotiva del brano rievocando le commoventi “immagini” sonore di “Drag Ropes”. Da brividi i suoni e gli intrecci vocali di Mikael, Fredrik e Joakim, qui memori della lezione crimsoniana di “Lizard” (“Prince Rupert Awakes” – con l’inconfondibile voce di Jon Anderson – e “Bolero: The Peacock’s Tale”).

L’ossessivo carillon vittoriano che dà vita ad Era non lascia presagire l’epica galoppata heavy che, di lì a poco, una fulminante sezione ritmica innesca con la complicità di riff martellanti e dei terrificanti suoni dell’Hammond. A sublimare il brano ci pensa il solito Åkesson con l’ennesimo solo mozzafiato che anticipa il ritorno del carillon della conclusiva Persephone (Slight Return).

Dall’albero di “Heritage” iniziano a sbocciare fiori selvatici. È la magia di Sorceress!

Per maggiori info: facebookwww.opeth.com



Fotogallery

  • Opeth – Sorceress
  • Opeth – Sorceress
  • Opeth – Sorceress
  • Opeth – Sorceress
  • Opeth – Sorceress

Check Also

Sparkle in Grey - Brahim Izdag - Cover

Sparkle in Grey – Brahim Izdag

SPARKLE IN GREY Brahim Izdag (2016) Old Bicycle Records / Grey Sparkle / Moving Records …

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *