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Opus Avantra – Lord Cromwell (plays suite for seven vices)

OPUS AVANTRA

Lord Cromwell (plays suite for seven vices) (1975)

Suono

Sulla falsariga del primo album pubblicato nel 1974 (Introspezione), con una struttura da concept-album e un ascolto non certo facilissimo, nel 1975 gli Opus Avantra (il nome è composto da tre parole derivanti dai loro interessi principali: OPUS (opera) AVAN (avanguardia) e TRA (tradizione)) danno alle stampe Lord Cromwell (plays suite for seven vices), orfani della straordinaria voce di Donella Del Monaco.

Il tema sviluppato nell’album riguarda i sette vizi capitali (nell’ordine compaiono superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia) con l’aggiunta di un ottavo “vizio” autobiografico (My vice), la ricerca di una soluzione degli opposti inconciliabili (bene e male, luce e ombra, avanguardia e tradizione).

L’opera è stata interamente composta da Alfredo Tisocco e interpretata dall’artista stesso, coadiuvato da un ensemble di sei elementi (Luciano Tavella al flauto, Renato Zanella alla chitarra elettrica, Enrico Professione e Pieregidio Spiller al violino, Riccardo Perraro al violoncello e Paolo Siani alle percussioni e alla batteria) più quattro voci (Gina Bianco, Susan Worsham, Cindy Brasher e Carl Adams ovvero l’American Chorus Setaf). Ciò che emerge è la capacità straordinaria di Tisocco di esplorare tutti i più remoti anfratti dello strumento tastiera (con questo termine intendo anche piano, synth ed organo), con soluzioni che vanno dall’avanguardia (richiami alla musica futurista e sperimentale) alla tradizione (musica classica) così come il nome del gruppo “impone”.  Così Tisocco descrive la sua opera: In essa ho voluto dedicarmi nella maniera più libera possibile, come meglio cioè sentivo descritto musicalmente il vizio dentro di me, nella mia mente.

L’assenza della voce della Del Monaco può, al primo ascolto, creare una sorta di smarrimento nell’ascoltatore abituato al disco “Introspezione”, ma la forza di Lord Cromwell è quella di ritagliare il posto di “guida” alle tastiere, di certo più difficili da seguire, ma che ritengo di maggior fascino.

La copertina molto particolare,realizzata dalla Grafica Centonze di Como, ricorda alcune opere del pittore tedesco George Grosz.

Il brano d’apertura è dedicato alla superbia (Flowers on pride) ed è una rivisitazione del tema dal “Corale di Sant’Antonio” di Haydn. Un rullo di tamburi introduce e poi accompagna un piano molto vivace il quale gioca, in una sorta di botta e risposta, con una voce quasi sofferente e “in cerca d’aiuto” che ripete Pride is a fever (la superbia è una febbre). Dura molto poco. Infatti, dopo circa quaranta secondi, il piano diventa molto più “classico” e subentra il flauto di Travella. Il brano poi si svolge in un continuo cambio di ritmo con in evidenza sempre il piano e il flauto molto spesso sontuosi, superbi (e qui vi è il rimando al vizio). Davvero molto suggestivi gli innesti vocali realizzati dal coro American Chorus Setaf che troviamo più volte nel brano.

Avarice. Il secondo brano dell’album, dedicato all’avarizia, parte con un piano dall’atmosfera fin troppo futurista, per poi catapultarci in una composizione che ricorda da vicino le musiche dei film muti anni ’20 (piano molto intenso). È intorno alla metà del brano che entra in scena un nuovo suono, quello di un synth/organo che fa sfociare il pezzo nello sperimentale. Il finale richiama il piano iniziale con i suoni “spezzettati”. Indubbiamente diverso dal brano precedente.

Con Lust (lussuria) ci troviamo di fronte ad un brano più “leggero” rispetto ai primi due, una sorta di ballad musicalmente romantica. I cori molto soavi richiamano un po’ quelli Flowers on pride. Altra bella prova del piano di Tisocco e del flauto, spesso in sottofondo.

Con My vice gli Opus Avantra si divertono a giocare con i suoni realizzando circa due minuti di sperimentalismo che ricorda qualcosa dei Dedalus del secondo album, ma anche, a tratti, John Cage e Stockhausen. Il conflitto tra bene e male, avanguardia e tradizione, è qui realizzato con l’opposizione tra clavicembalo (strumento antico) e synth (strumento moderno), ed anche qui, come nella vita, non c’è soluzione, non uno sopravvale definitivamente sull’altro, se non a fasi alterne, senza dare la possibilità di distinguere con precisione lo spazio d’azione dell’uno “clavicembalo” e dell’altro “sintetizar” (Tisocco).

Ira si apre con degli spari che ricordano quelli di “War” dei Planetarium. A seguire siamo in piena tensione emotiva creata dagli archi, quasi delle voci sguaiate che non se le mandano a dire. Stessa immagine ricreata poco avanti dal piano e dal flauto (la ritroveremo anche nel finale). Questa “confusione” sperimentale/futurista, a tratti anche jazz, va avanti per circa quattro minuti, poi entra in scena una voce femminile, supportata dagli archi e dal synth. Nel quinto minuto da segnalare un coro maschile e femminile quasi ipnotico, essi ripetono will turn off” (spegnerà). Ad esso segue una voce recitante con sottofondo di organo che richiama da vicino le opere degli Jacula.

Apertura molto romantica creata dalle tastiere di Tisocco e dagli archi per Gluttony (gola), su di esse poi appaiono dei cori angelici. Il senso di leggerezza che pervade l’intero brano ci accompagnerà fino alla fine.

Envy. Il “folle” piano iniziale del brano dedicato all’invidia ricorda quello di Avarice. Dura trenta secondi. L’ingresso della batteria di Siani fa diventare il brano decisamente prog, con varie pause e riprese. Il piano impazzito lo troviamo anche dopo i tre minuti e ad esso segue nuovamente l’ingresso della batteria che a tratti da molta più vivacità al brano. Ultimi secondi del brano ossessivi. Così Tisocco presenta il brano: Envy porta con la su poliritmica […] allo stato d’animo dell’invidioso, di colui che desidera tutto degli altri senza uscirne una volta soddisfatto perché incapace di coltivar se stesso”.

L’ultimo vizio è l’accidia (Sloth).  Il botta e risposta che trovavamo nel brano d’apertura qui è realizzato da tastiera e batteria vs. piano. Intorno ai due minuti è il piano a prendere in mano le redini della composizione. L’ultima parte del brano riprende quella iniziale.

Allemanda è presentato come extra track poiché esula dal tema del disco, ma è stato pubblicato come singolo, insieme a Flowers on Pride, nel 1975. È l’unico brano, insieme a Flowers on pride, il cui testo, in questo caso in italiano, è stato scritto da Donella Del Monaco. È una ballata triste ed emozionante. La voce è fastosa e intensa. Da segnalare il lavoro svolto dagli archi e i cori presenti nel finale.

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