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OTEME – L’Agguato, L’Abbandono, Il Mutamento

Oteme (2016) L’Agguato, L’Abbandono, Il MutamentoOTEME

L’Agguato, L’Abbandono, Il Mutamento (2016)

Ma.Ra.Cash Records / Self

“Le terre emerse sono isole, continenti da esplorare, dove una volta che ci siamo addentrati potemmo trovare luoghi familiari, ma anche strani, inusuali. Le nostre terre emerse sono zone in cui accadono cose non propriamente diritte, almeno secondo il mercato, ambiti di ricerca creativa, contaminazioni. L’osservatorio è una specie di laboratorio: molti dei musicisti che vi roteano attorno sono giovani e formati all’arte contemporanea in un percorso abbastanza lungo, faticoso, ma anche divertente”.

OTEME (Osservatorio sulle Terre Emerse) è un laboratorio aperto alle connessioni tra varie aree musicali e culturali, caratterizzato dall’eclettismo di fondo e soprattutto dall’elasticità, dal movimento indipendente e svincolato dalle logiche del mercato.

OTEME nasce nel 2010, a Lucca, per opera del compositore e performer Stefano Giannotti, con l’idea di creare un ensemble da camera per interpretare composizioni che partendo dalla canzone d’autore si aprano a molteplici contaminazioni, come la musica classica contemporanea, l’art-rock, la sperimentazione sonora, il teatro musicale. Le principali influenze includono David Sylvian, Igor Stravinski, Art Zoyd, Penguin Cafe Orchestra, Fabrizio De André, Lucio Battisti, King Crimson, Frank Zappa, Magma, John Cage e Morton Feldman.

Ad affiancare Stefano Giannotti (voce, chitarre, piano, banjo, componium, percussioni, arpa) nella nuova avventura de L’Agguato, L’Abbandono, Il Mutamento è un’insolita formazione composta da: Valeria Marzocchi (flauto, ottavino, voce), Linda Matteucci (flauto), Nicola Bimbi (oboe, corno inglese), Lorenzo Del Pecchia (clarinetto basso), Giorgio Berrugi (clarinetto), Marco Donatelli (fagotto), Maicol Pucci (tromba, flicorno), Marco Fagioli (basso tuba, metallofono), Emanuela Lari (tastiere, voce), Valentina Cinquini (arpa), Pierluigi Papeschi (chitarra elettrica), Milko Ambrogini (basso) e Riccardo Ienna (batteria, percussioni).

Ad aprire l’album è La grande volta, strumentale dal clima brioso interamente impostato su stralunati fraseggi tra fiati caricaturali e ritmiche sghembe. La natura cinematografica del brano e le velature circensi spingono a ricercare nel titolo un voluto rimando alle oniriche atmosfere felliniane.

Sarà il temporale è un acquerello canterburyano dai toni delicati che ben si sposa con la natura cantautorale del testo. Una poesia messa in musica che scandisce tre diversi momenti – l’agguato, l’abbandono, il mutamento – attraverso raffinati interventi impressionistici.

Raffinati spunti cameristici segnano il passo di Bianco richiamo, strumentale di bellezza classica in cui convivono i suoni grevi, vibranti e claustrofobici dei fiati con i cristallini riverberi dell’arpa.

Camminavo attinge a piene mani dall’enigmatico ed intimo immaginario musicale di Wyatt. L’incedere morbido favorisce le dolci melodie dei fiati (in particolar modo del flauto) e supporta i suggestivi intrecci vocali tra il tono narrativo di Stefano e le aeree stratificazioni di Valeria ed Emanuela.

È il turno della terna strumentale che dà il nome all’album. L’Agguato segue la pachidermica andatura dettata dagli ottoni, con le stravaganti percussioni à la Muir di Ienna e i fratturati riff frippiani di Papeschi votati alla più aspra e dissonante sperimentazione crimsoniana. Ne L’Abbandono l’approccio musicale si fa talmente astratto, incorporeo, da sconfinare languidamente in territori jazz. Il Mutamento (Bolero secondo) è una simpatica rilettura, a tratti sarcastica ed onomatopeica, di un Bolero cosmopolita aperto alle più svariate contaminazioni (dalla classica contemporanea al samba carioca!).

Dopo la pioggia rimesta le ovattate melodie wyattiane aggrappandosi al solo apporto di un pianoforte minimale sul quale si inerpicano le due voci di Stefano ed Emanuela. L’ascendente di “Rock Bottom” su L’Agguato, L’Abbandono, Il Mutamento è innegabile, ma si limita al mood atmosferico, elegiaco e rarefatto. Nel cantato si avvertono sfumature di difficile definizione. Se nelle aperture liriche Stefano tradisce influenze battistiane (ebbene sì, il timbro misurato ricorda tanto il miglior Lavezzi), nelle scansioni metriche la mente corre ai surreali Picchio dal Pozzo ma anche al più serafico Battiato.

Proprio all’opera del maestro catanese sembra ispirarsi l’articolata Tracce nel nulla. Il linguaggio, spesso irreale e onirico, seppur didascalico, ne rimarca lo stile nella stessa misura in cui Zuffanti ha fatto nel suo recente “Amore Onirico EP“. Il breve omaggio a Branduardi, consumato nella ripresa dei primi versi de “Alla fiera dell’Est”, è il pretesto di Stefano per aprire un varco verso una fiabesca dimensione medievale, psichedelica e bizzarra, nella quale trova sfogo il variegato armamentario strumentale in dotazione.

Un’altra volta lascia spazio alla fanfara iniziale che qui ha il solo compito di chiudere quella che in sostanza altro non è che una collezione di bozzetti di scrittura classico-contemporanea mai privi di grazia. A suono e geometrie che non cercano steccati, non si possono imporre barriere di diffusione alcuna, perché questa è musica per immagini della mente.

Per maggiori info: OTEME | Facebook

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