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Pavlov’s Dog – Pampered Menial

Pavlov's Dog (1975) Pampered MenialPAVLOV’S DOG

Pampered Menial (1974)

ABC Records/Columbia

Se c’è un gruppo che fin dagli anni ‘70 si è opposto con forza al consueto binomio “Progressive / Europa” quelli sono gli statunitensi Pavlov’s Dog. Nati nel 1972 a St. Louis, Missouri, i Pavlov’s Dog sono un originale settetto composto da: David Surkamp (voce, chitarra), ​​Steve Scorfina (chitarra solista), Mike Safron (batteria), Rick Stockton (basso), David Hamilton (tastiere), Doug Rayburn (Mellotron, flauto), e Siegfried Carver (violino, vitar, viola). Splendida eccezione che conferma la regola, la band americana si presenta con un’inedita strumentazione che vede la presenza di due tastiere, violino, viola e vitar (curioso ibrido tra violino e chitarra elettrica) e propone una bella miscela di progressive, hard rock e folk. Ciò che più colpisce, però, è la voce da brividi di Surkamp: androgina, acutissima e vibrata.

Il debutto discografico ufficiale della band risale al 4 aprile 1974 con Pampered Menial. L’album viene pubblicato prima dalla ABC Dunhill Records e subito dopo ristampato dalla Columbia Records. Il risultato è quello di vedere, tra il 1974 e il 1975, diverse versioni del disco, con relativa confusione del pubblico. L’album è prodotto da Sandy Pearlman e Murray Krugman (già a lavoro con gli Blue Öyster Cult).

Ad aprire l’album è la struggente Julia, una sofferta dichiarazione d’amore che emoziona e coinvolge sin dai primissimi istanti. Toccante la performance di Surkamp nel sottolineare con enfasi i passaggi più dolorosi. Il piano di Hamilton e il Mellotron di Rayburn acuiscono l’atmosfera malinconica del brano, mentre le dolci melodie di flauto e chitarra acustica provano ad attenuare la palpabile sofferenza. Ma l’apice emotivo del brano si raggiunge quando Surkamp grida il nome dell’amata in un acutissimo urlo colmo di dolore misto a disperazione e commozione. Impossibile rimanere indifferenti ad una così accorata dichiarazione (chi non ha avuto una “Julia” tra i propri amori?!).

Sulle stesse linee si muove la successiva Late November, traccia caratterizzata però da una più marcata struttura ritmica e da soluzioni più hard. Ancora tastiere e Mellotron in grande evidenza, a cui si aggiungono gli ottimi contributi di Scorfina alla chitarra e di Safron alla batteria. Surkamp ovviamente ci mette del suo e i risultati si sentono!

Con Song Dance viene fuori l’anima più hard rock dei Pavlov’s Dog. Il brano è aperto da una intro epica e maestosa: Scorfina detta l’andatura con robusti riff, seguiti dalle velenose incursioni degli archi di Carver e sottolineati dalla ritmica di Safron e Stockton. Stacchi vivaci e variazioni giocose mettono in evidenza soprattutto il sinistro violino di Carver che, con soluzioni ritmiche analoghe a quelle di Karrer degli Amon Düül II, fa passare in secondo piano il curioso duetto tra la chitarra elettrica di Scorfina e il Mellotron crimsoniano di Rayburn. Surkamp per l’occasione sfodera il lato più aggressivo della sua particolarissima voce (paragonabile per timbrica a quelle di Geddy Lee e Bernardo Lanzetti).

Fast Gun attenua le velleità hard di Song Dance a favore di atmosfere più toccanti e melodiche. La chitarra assume un ruolo più marginale mentre ritornano tastiere e Mellotron. Carver, nuovamente protagonista, descrive il tema principale con i suoi archi e, sporadicamente, si avventura in vere e proprie sfuriate ritmiche. Eccellente anche l’apporto della sezione ritmica, soprattutto il drumming di Safron.

Natchez Trace risulta, forse per la sua palese vena rock’n’roll, brano corale, trascinante e vivace. Gli organi vintage e il piano di Hamilton sono forse una spanna sopra gli altri. A tratti sembra di ascoltare i Deep Purple di “Burn”, con la splendida ugola di Surkamp che in materia di vocalizzi supera quella di Glenn Hughes.

Theme From Subway Sue è senza dubbio il brano più “americano” dell’album, in cui le asprezze rock vengono arricchite da venature folk. Il piano di Hamilton e soprattutto la chitarra di Scorfina sono i veri artefici di queste soluzioni, mentre ancora una volta Surkamp dà prova delle sue invidiabili doti vocali.

Il violino di Carver introduce Episode, brano strutturato in modo da offrire a Surkamp una stratificata base sonora su cui innalzare il suo inarrivabile canto. Melodie malinconiche e dolorose sembrano fungere da trait d’union tra i brani che compongono Pampered Menial, e in ciò concorre anche l’originale strumentazione e il talento personale dei singoli componenti della band.

Preludin è un brevissimo intermezzo strumentale che evidenzia un ipotetico legame con certo progressive barocco italiano e che apre alla conclusiva Of Once And Future Kings, una mini suite con numerose variazioni tematiche. Le peculiarità progressive ci sono tutte, ma ciò che più si apprezza è l’originalità di una proposta musicale ricca e variegata.

Originale anche l’artwork composto dalle incisioni dell’artista inglese Sir Edwin Landseer (1802-1873), pittore noto per le dettagliate illustrazioni di animali. La raccolta di stampe dalla quale sono tratte le immagini di copertina appartiene alla Collezione Robert Vernon, pubblicata da D. Appleton & New York nel 1849, e di proprietà di Gwen Scorfina (la madre di Steve). La scelta ricade sull’opera intitolata “Low Life”, stampa che ritrae un meticcio dall’aspetto malandato, con una corporatura tarchiata, con torace robusto e zampe corte. L’animale, dall’aria impudente e compiaciuta, siede al sole con un’aria fiera che gli conferisce un aspetto regale malgrado il suo stato. Un’allegoria nemmeno tanto velata della band(?!).

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2 comments

  1. Denis Di Nicolò

    Questo è davvero un grande disco,e il fatto che sia stato prodotto e pubblicato in America (nazione non certo avvezza al progressive rock!) è davvero una cosa molto curiosa! Questo disco di debutto dei Pavlov’s dog sprigiona romanticismo e raffinatezza da tutti i pori (splendidi i passaggi di mellotron e pianoforte), non disdegnando però arrangiamenti più duri e aggressivi. Le mie preferite sono Julia,Late November,Song Dance,e Theme From Subway Sue,ma non sono da meno neanche le altre. Davvero impressionante la voce di Surkamp che ,oltre a possedere un’estensione vocale impressionante,riesce anche ad essere particolarmente espressiva (anche se forse non è propriamente un genere di voce adatta a tutti gli orecchi…). Come al solito ottima la vostra recensione!

  2. Come sempre concordiamo! 😉
    Grazie Denis

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