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Prog To Rock | Il racconto di Adolfo Pacchioni

Prog To Rock 2015Alle ore 16,00 di venerdì 11 settembre due sorridenti signore e una giovane ragazza aprono i cancelli dello Spazio 211, luogo sociale di incontro, da anni deputato alla musica underground nazionale e internazionale.

Arrivano i primi spettatori che, con aria mista di curiosità e sorpresa, gettano una furtiva occhiata allo spazio verdeggiante, ai tavolini del dehors, agli stand di dischi e strumenti musicali che affacciano su un palco non grande ma ottimamente attrezzato. Nonostante lo striscione all’ingresso, vogliono conferma che si tratti proprio del Festival di Rock Progressivo di cui hanno letto sui social, sulle locandine distribuite in città o nella pubblicità su News Spettacoli. Si soffermano sulla locandina esposta alla cassa e ripassano il programma; quasi non gli sembra vero che dopo trent’anni di musica di plastica trasmessa dalle radio e dalle televisioni, qualcuno abbia avuto il coraggio di investire in un Festival di Rock Progressivo, un genere di non facile fruizione e per il quale occorre essere culturalmente preparati.

Poi si allargano in un sorriso soddisfatto e si affrettano ad entrare.

A questi ne seguono altri e altri ancora, da cinque diventano dieci, poi venti poi qualche centinaio, in tutti loro, perlopiù persone adulte, leggi l’emozione del primo concerto adolescenziale, del primo vinile acquistato, della prima sigaretta fumata in libertà con il gruppo di amici. Uomini, donne che di colpo si sentono proiettati indietro ai primi anni settanta, al parco Lambro, a villa Pamphili, al Be-In napoletano, dove l’Italia segnava un punto d’onore musicale con band giovani e determinate diventate poi band di successo internazionale e di culto per intere generazioni: PFM, Osanna, Banco del Mutuo Soccorso, New Trolls, Biglietto per l’Inferno, The Trip, Area, e tante altre i cui primi lavori sono ancora oggi ricercati non solo dai collezionisti, ma da un substrato di amatori, musicisti e non, sparsi in Italia, in Germania, in Giappone, Usa…

Si affaccia un gruppetto di ragazzi ventenni che confessano deliziosamente di non essere i soli giovani innamorati del progressive ed è forse questa piccola scoperta che più di ogni altra riscalda il cuore degli organizzatori e li ripaga della fatica del Festival.

Ma veniamo alle band con una doverosa sottolineatura: il livello tecnico e compositivo altissimo, non sole negli headliner ma in tutti i musicisti. Talento e passione un binomio che ha accumunato le sedici band che si sono esibite. Conosciamole:

Venerdì 11

Ore 21,00: Adolfo Pacchioni organizzatore e Franco Vassia (saggista e critico musicale grande esperto di progressive) presentano il Festival e le motivazioni che ne hanno deciso la nascita.

E’ degli Aria il compito di aprire. Una band della bassa Valsusa, sconosciuta sia nel circuito torinese (ma questo è ovvio, visto il monocolore musicale della città) sia nel circuito italiano del Rock Progressivo. Non hanno un’etichetta, si auto-producono. All’attivo due album, il primo omonimo e il secondo “Nemesi”. Un veloce line check e poi partenza: l’impatto sonoro è stupefacente, un misto di prog, hard rock, jazz rock, tempi dispari, una tecnica impareggiabile. Il pubblico non crede alle proprie orecchie. Musica internazionale, cantato in italiano. I brani si susseguono quasi senza interruzioni, non sai se stanno eseguendo brani diversi o una suite, ma in fondo cosa importa il risultato è fantastico. Bravi. Il pubblico capisce che si trova al Festival che aspettava da sempre.

Cambio palco, e ci si rende subito conto che qualcosa di inaspettato sta accadendo. Quattro persone trasportano una marimba, seguita da una scia di strumenti inusuali: didjeridoo, ukulele, micro-organ Farfisa, un bidone, giocattoli riadattati a strumenti musicali e poi assenza di basso e batteria! Come, un gruppo senza sezione ritmica? Il pubblico è stranito ma tale condizione dura il tempo di un battito d’ali, dalle prime note si capisce che si è di fronte a una proposta musicale atipica, ma affascinante, senza confini musicali come deve essere il vero prog. Rock, folk, psichedelia, echi del miglior cantautorato italiano e una versione bellissima di “Non mi rompete” del BMS, incantano i presenti e scatenano l’entusiasmo. La Stanza di Greta di Torino, due album auto-prodotti (“Lato A” e “Lato B”) sono indubbiamente una delle rivelazioni di questo Festival.

Arriva il momento dei primi headliner, Il Cerchio d’Oro, storica band di Savona riformatasi nel 2006, con due concept album prodotti, di cui “Dedalo e Icaro” è stato giudicato il miglior disco prog italiano degli ultimi quindici anni da un sondaggio promosso dalla rivista Prog Italia. I gemelli Giuseppe e Gino Terribile insieme all’antico amico Franco Piccolini aprono ad un prog più classico, elegante, arioso, condito da un ensemble vocale che riecheggia i migliori New Trolls. Non una sorpresa ma una totale conferma di questo gruppo abile nei suoni e capace nei testi. La Liguria ancora una volta dimostra di sfornare grandi musicisti.

Ma ecco il momento più atteso, inutile negarlo. Al Prog To Rock il debutto dei New Trip di Pino “Caronte” Sinnone, primo batterista della formazione fondata dallo scomparso Joe Vescovi. L’esibizione della band aveva già creato subbuglio nel pomeriggio quando il tastierista Paolo “Siver” Silvestri si presenta con un furgone pieno zeppo da cui scarica un Hammond C3, con tanto di Leslie, un Moog, altre tre tastiere, un mixer, insomma un’attrezzatura che da sola occuperebbe tutto il palco. Panico. Nessun problema, i tecnici di Spazio 211, liberano un’ala adiacente il palco, occupata da divani e tavolini, e creano la zona “Silver”. Il pubblico è estasiato. Da quanto tempo non vedevano da vicino un vero Hammond C3 con tanto di Leslie? L’inizio del concerto dei New Trip è un sogno: siamo in pieni anni settanta e si ode un suono d’Hammond pieno, corposo, profondo e distorto. Delizia. Il suono cresce, cresce, cresce, poi tutta la band esplode. I New Trip sono un uragano di musica che incatena e frusta il pubblico, ormai ipnotizzato ed elettrificato da ciò che vede e sente. Pausa. Pino Sinnone presenta la nuova line up e con voce rotta dalla commozione spiega che i New Trip nascono dall’esplicita richiesta di Joe Vescovi al vecchio compagno e amico Pino di non far morire la musica dei Trip. Poi il concerto riprende con i brani che tutti conosciamo: Caronte, Little Jane, Fantasia, Pietra colorata e anche una cover Repent Walpurgis dei Procol Harum vertice assoluto per tutti gli amanti del suono Hammond. Il pubblico esce a pancia piena dandosi appuntamento per il giorno successivo.

The New Trip

Sabato 12

La bella giornata di sole è di buon auspicio per l’esibizione dei gruppi pomeridiani.

Alle 17,00 aprono i Numph: Giuseppe, Antonio, Luca, Alberto, Marco, sono giovani, provengono da Massa Carrara. Più conosciuti all’estero che in Italia. Un album di recente produzione “Theories of Light”. Sono un po’ taciturni, è l’emozione. E’ l’unica band priva di tastiere, strumento principe nel prog. Il pubblico è perciò curioso, si aspetta un prodotto hard. Invece il primo pezzo Theories of Light inizia lento, centrato sull’arpeggio magico a tratti ossessivo delle due chitarre. La sezione ritmica è precisa. L’assenza di tastiere non si percepisce minimamente. L’esecuzione perfetta. Chiudi gli occhi e ti sembra di ascoltare il disco. Poi un boato e il pezzo diventa un valanga metal, poi di nuovo la calma delle chitarre, sorrette da un tappeto di basso e batteria, ti avvolge e ti accompagna in mondi sconosciuti. Assolutamente bravi.

Cambio palco veloce, salgono i Soul Secret gruppo proveniente da Napoli. Giovani, professionali. Come tutti i gruppi, vengono presentati dall’organizzatore, che sente l’emozione dei ragazzi, scherza con loro, li incoraggia. Parte una base con rumori, voci, passi, un urlo ed i Soul Secret sparano con un prog metal forte e preciso. Anche qui si sente subito la tecnica sopraffina della chitarra sette corde e del basso a sei corde. Sugli strumenti campeggia la voce possente di Lino Di Pietrantonio. I Soul Secret presentano il loro ultimo lavoro “4” e raccolgono il consenso del pubblico, tutto, anche dei progster più classici.

Chiudono il pomeriggio gli Ubi Maior da Milano, una band assolutamente progressive che avrebbe meritato uno spazio serale. Testi colti, lunghe suite, cantato in italiano, il tutto sorretto da un impianto musicale colto e ricercato. Presentano il loro ultimo CD “Incanti Bio Meccanici” e già dall’intro de I cancelli del tempo si coglie il sapore intatto dei seventies condito con un accenno power che si placa per far spazio alla parte vocale. L’esperienza maturata a fianco di artisti quali Rodolfo Maltese, Patrizio Fariselli e Tony Pagliuca si fa sentire e apprezzare in toto.

Ore 20,30 il pubblico accede al palco interno, iniziano gli Aquael, gruppo torinese fondato da Maurizio Galia appassionato musicista prog e autore del libro “Prog 40”. Gli Aquael presentano i loro brani più famosi, dalla morbida Luci all’orizzonte a Ziqqurat caratterizzata da una intro di sapore etnico. Un neo prog anni 90 cantato in italiano.

Seguono gli Avalon Legend, formazione anche questa della bassa Valsusa con due lavori all’attivo di cui il recente “Avalon legend II – Un sogno per cambiare” di impronta più propriamente progressive. Brani come I fuochi di Beltane e L’ubriaco mostrano sapienza e una solida struttura compositiva che sorregge il cantato in italiano con testi spesso impegnati sul sociale. Da tenere sotto osservazione.

Ed ecco arrivare uno dei gruppi più attesi, seppure non headliner: La Coscienza di Zeno. Tre album all’attivo e palchi prestigiosi in compagnia dei grandi del prog come Biglietto per l’Inferno, The Trip, Delirium, Osanna, Alphataurus e molti altri. Presentano il loro ultimo lavoro “La notte anche di giorno”. Parte il primo brano…e non sai se ti trovi di fronte ad un accattivante revival di prog settanta o ad un originale neo prog post duemila. La musica prosegue e il pubblico capisce di essere in due epoche contemporaneamente, come se il tempo non avesse reciso per più di un trentennio la maestria musicale dell’amato prog italiano. La Coscienza di Zeno è un continuum spazio-temporale, affascinate nei suoni, profonda nei testi e gravida di un cantato in italiano pregnante e reso al massimo dalla stupenda voce di Alessio Calandriello.

Chiudono la serata i Syndone e con loro gli aggettivi e i superlativi non sono sufficienti a descrivere il livello artistico, espressivo, compositivo della loro musica. Prog sinfonico? Echi della scuola di Canterbury? Citazioni dei maestri ELP? Forse tutto, sicuramente di più. I Syndone sono un gruppo fondato verso la fine del 1989 dalla volontà del compositore/tastierista di Torino Nik Comoglio di formare una power prog-rock band stile Emerson Lake and Palmer. Dopo due lavori: “Spleen” (1991) e “Inca” (1993), la band si scioglie. Nick ha capito che per progredire deve fare un grande salto di qualità. Si isola e si mette a studiare per quindici anni; studia tutto lo “studiabile”: esecuzione, composizione, classica, jazz, pop. Dopo diciotto anni fa rinascere i Syndone con una nuova formazione a sestetto, che non contempla l’uso della chitarra elettrica. La band produce tre album: “Melapensante”, “La bella è la bestia” e il recente “Odysseas” che viene presentato al Festival. Parte il primo brano, Invocazione alla musa, ed è subito chiaro che quindici anni di studio non sono passati invano. Senza nulla togliere a tutti gli altri gruppi si può affermare che i Syndone toccano il punto musicale più alto di tutto il Festival con la musica e con la voce pazzesca di Riccardo Ruggeri che a tratti ricorda il grande Demetrio Stratos.

Syndone

Domenica 13

La pioggia del mattino fa decidere all’organizzazione di prepararsi a spostare tutte le esibizioni nel palco interno di Spazio 211, con non poche discussioni sullo svolgimento dei sound check. Il Biglietto per l’Inferno viene sollecitato ad arrivare prima. Il service audio del palco esterno è allertato che tutto potrebbe saltare. Al primo gruppo del pomeriggio viene comunicato che non potrà fare il sound check. Nervosismo. Preoccupazione. Poi magicamente il cielo si apre e il sole grazia i presenti. Nessun cambio di programma, i gruppi del pomeriggio torneranno a suonare nel palco esterno e quelli serali all’interno.

Iniziano i Locus Amoenus arrivati da Avellino. E’ il gruppo più giovane (media dei componenti 24-25 anni). Ed è la prima sorpresa domenicale. Locus Amoenus, ci spiega Alessio (cantante flautista e chitarrista) deriva dal latino e indica un luogo ideale nel quale artisti e non si ritiravano a contatto con le bellezze della natura per cercare e trovare ispirazione. E di ispirazione questi ragazzi ne hanno tanta, come dimostrano nella presentazione del loro album “Clessidra”. Un sound partenopeo sospeso fra il rock, il jazz e l’etnico. Sax, flauto traverso, chitarre, pezzi che si snodano tra forma canzone e momenti che sembrano di pura improvvisazione. Per certi versi ricordano i migliori Osanna de “L’uomo” e “Palepoli”. Clessidra è un album auto-prodotto; i Locus Amoenus incontrano al Festival un’etichetta indipendente che riediterà e distribuirà il loro CD. Se lo meritano. Sono bravi.

Seguono i Struttura e Forma da Genova ed è una gioia per tutti gli amanti del grande chitarrismo. La bravura e la tecnica di Franco Frassinetti – membro fondatore insieme a Giacomo Caliolo – ottimamente sorretto da una sezione ritmica precisissima e dal tessuto del secondo chitarrista e amico Giacomo, incanta il pubblico presente. Rock, fusion, jazz, echi di Lee Ritenour e Mike Stern. Il Festival è anche l’occasione per presentare l’ingresso di un cantante, il bravo Sebastiano Mambretti.

Chiudono il pomeriggio i BlueAlive, nuova band torinese al debutto con il lo primo lavoro “E.R.A”. Salgono sul palco tre belle ragazze bionde, due al coro e Monica Farronato alla chitarra: una vichinga con un’Ibanez bianca modello Steve Vai. Alla batteria e basso Alex Iorio e Stefano Turolla già membri degli Electra Drive. Aldo Carnero alla voce e Fabio Perugini alle tastiere, entrambi membri fondatori insieme a Monica, rappresentano il resto del gruppo. Ad eccezione dei due rocker Alex e Stefano, l’atmosfera è un po’ anni ’80 e ciò incuriosisce. La band inizia e lascia leggermente perplessi con sonorità new age e voce alla Depeche Mode. Poi la musica cresce, si evolve, il cantato si fa più caldo ed aggressivo ed è un tripudio di Prog new age condito rock se così si può chiamare. Ma le definizioni a questo punto non hanno più importanza i BlueAlive piacciono e convincono.

Domenica sera, solo (si fa per dire) due gruppi: gli Old Rock City Orchestra da Orvieto e gli headliner attesissimi, il Biglietto per l’inferno da Lecco.

Iniziano gli Old Rock City Orchestra un combo fiabescamente vestito come in una rappresentazione teatrale con una ragazza cantante-tastierista. Presentano il loro recente album “Back to Earth. Cinzia, Raffaele, Giacomo, Mike, quattro giovani ragazzi; parlo con loro nel back stage prima di salire sul palco, la loro freschezza e semplicità è disarmante. Iniziano l’esibizione con il brano Feelin’ alive, una strisciata hammondiana chiudi gli occhi e sei catapultato nel 1968 ad un concerto degli Iron Butterfly con In na gadda da vida. Meraviglia. I presenti si trovano sospesi in un prog psichedelico con sferzate hard rock. Cinzia ricorda a tutti la grande Grace Slick dei Jefferson Airplane. È bellissimo vedere questi ragazzi giovani d’età ma pienamente adulti musicalmente. Ci consolano perché si capisce che l’Italia non è ridotta ai soli talent show. Uno dopo l’altro gli Old Rock City Orchestra presentano i brani di Back to Earth e ammaliano il pubblico con la loro empatia.

Arriviamo all’ultimo gruppo che chiuderà il Festival, il Biglietto per l’Inferno, introdotti da Franco Vassia. Qualcuno domanda “ma sono proprio loro, il vecchio Biglietto?”, “ Sono cambiati, sono nuovi?”. Entrambe le cose. Due membri originali Pilly Cossa (tastiere) e Mauro Gnecchi (batteria) affiancati da un ensemble di musicisti nuovi; brani antichi arrangiati in chiave folk ma con il cuore rock del 1° album omonimo. Una cantante, Mariolina Sala a sostituire Claudio Canali (oggi Fra’ Claudio). Il biglietto presenta il recente album “Vivi, lotta, pensa” e subito dall’introduzione con Vivi, lotta, pensa, capiamo. Capiamo che c’è un nuovo Biglietto che è folk, rock, prog e teatro. Non assistiamo infatti solo ad un’esibizione musicale, ma siamo di fronte ad una piece teatrale, nella quale Mariolina mostra la grande vocalità e l’inaspettata verve recitativa. Nuove canzoni di rock progressivo come il brano che dà il titolo al nuovo album e altre vecchie perle riarrangiate come L’amico suicida. Competenza tecnica, maestria esecutiva e simpatia. Tanta. Questo è il nuovo Biglietto per l’inferno. Promosso a pieni voti da un pubblico entusiasta.

Biglietto per l'Inferno

Nota dell’organizzatore Adolfo Pacchioni, rappresentante dell’associazione culturale Bottega Partigiana. “Mesi fa riflettevo da musicista sull’attuale situazione musicale italiana, in particolare sulla mia città Torino. Una città che fece da madrina a tutti i grandi gruppi degli anni ’70, Genesis, Jetro Tull, King Crimson, Colosseum, solo per citarne alcuni, e che da più di trent’anni vive un monocolore al massimo bi-colore musicale. Popolata da un folto numero di musicisti e band la cui massima aspirazione è suonare le solite cover o i tribute triti e ritriti per guadagnare 30 euro in birrerie anonime (anch’io suono tribute in birreria, ma è un “di cui” non certo la mia massima aspirazione).Questo pensiero era insopportabile e fu così che una mattina mi chiesi ‘e se provassi a organizzare un festival di rock progressivo?’. All’inizio l’idea si limitava a una mini-rassegna di carattere provinciale, al massimo regionale. Ne parlai con la mia Associazione. Studiai un bando di partecipazione e lo misi in rete, specificando che era un’iniziativa privata senza finanziamenti; non si chiedeva alcuna quota d’iscrizione, ma nel contempo non si potevano riconoscere compensi né rimborsi spese. Fu un terremoto. Ogni giorno mi arrivavano proposte di partecipazione da tutta Italia. In poche settimane scoprii un sottobosco di band super-brave che aspettavano un’occasione per far conoscere la propria musica e nel contempo confrontarsi con altre realtà progressive. Fu così che da modesto tentativo locale il Festival Prog To Rock è diventata una vera e propria rassegna nazionale. E’ stata una fatica, non lo nego. Ma in questi mesi ho conosciuto persone stupende come Franco Vassia che mi ha coadiuvato nel Festival e aiutato nella scelta delle band partecipanti e tutti i musicisti, persone vere che si sbattono dalla mattina alla sera per comporre e proporre musica originale, impegnata, colta, lontana le mille miglia dalla musica di plastica a cui i media ci hanno abituato. Senza dimenticare Sergio Cippo titolare del Queen Music e fotografo eccezionale che si è prodigato gratuitamente a fotografare tutto il Festival. I tecnici di Spazio 211 stravolti dalla complessità dei cambi palco ma tenaci e competenti. Il mio staff che ha lavorato 12 ore al giorno nei tre giorni, senza mai lamentarsi anzi divertendosi. Poi il pubblico, faccine incredule, volti emozionati, ansiosi di riscoprire finalmente che in Italia esiste ancora quella cosa magnifica che si chiama Rock Progressivo. Sono felice. Grazie di cuore a tutti coloro che hanno reso possibile il Festival.”

Adolfo Pacchioni, settembre 2015

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