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Raven Sad – Layers of Stratosphere

RAVEN SAD

Layers of Stratosphere (2011)

Lizard Records

 

Corsi e ricorsi storici. Negli anni settanta Genesis e Gentle Giant, dopo essere passati quasi inosservati in terra natia, trovano in Italia la loro definitiva consacrazione, diventando punti di riferimento di quella vivace scena musicale progressiva che segnerà il più alto vertice mai raggiunto dal “rock” italiano nel mondo. Negli anni novanta la storia si ripete: Steven Wilson, deus ex machina dei Porcupine Tree, sbarca in Italia e, come i suoi illustri predecessori, trova terreno fertile per la sua liquida miscela di psichedelia e progressive.

La figura di Steven Wilson e dei suoi Porcupine Tree, nati inizialmente come one man band, hanno ormai fatto scuola. Nell’Europa continentale la metamorfosi di progetti musicali personali in vere e proprie band non si contano più. In Italia i maggiori esempi di questa nuova tendenza sono i Nosound di Giancarlo Erra e, appunto, i Raven Sad di Samuele Santanna.

Santanna, infatti, con l’uscita di questo Layers of Stratosphere sancisce il definitivo passaggio del progetto Raven Sad da one man band a band di fatto. Ad accompagnare Samuele (chitarra, voce) in questa nuova fase: Giulio Bizzarri (basso), Fabrizio Trinci (piano, Hammond, synth), Simone Borsi (batteria, percussioni).

Già dalla cover, di chiara natura spaziale, si possono intuire quelle atmosfere siderali e dilatate che hanno fatto la fortuna di gran parte dei gruppi psichedelici e progressivi (Pink Floyd e, ovviamente, Porcupine Tree su tutti). Il suolo lunare rossastro in primo piano sovrasta la parziale visione della Terra in lontananza, separati dall’acronimo stilizzato della band, quasi a sottolineare la siderale leggerezza dell’opera.

L’essenza spaziale della cover prende forma sin dal primo dialogo cosmico dell’opener Door Almost Closed. La sezione ritmica è subito in evidenza: l’elegante drumming di Borsi fa emergere l’ottimo lavoro al basso di Bizzarri. È psichedelia combinata a space rock e soluzioni ambient. Il primo pensiero corre alla celebrazione floydiana di “Voyage 34” dei Porcupine Tree. Il duetto chitarra/tastiere funge da elemento trainante. Apprezzabili gli interventi elettronici che in più occasioni sottolineano i cambi di scena e molto raffinati gli spunti al pianoforte. Santanna alla chitarra mostra di aver ben assimilato le lezioni di Gilmour e Rothery, sempre sospeso tra accordi liquidi e momenti solenni. Il brano ha il merito di introdurre al meglio le atmosfere cariche di pathos che seguiranno lungo tutto il disco.

Lies In The Sand, con i suoi quasi diciassette minuti di durata, è una raffinata suite e come tale manifesta pienamente l’elegante proposta musicale dei Raven Sad. Dopo la breve intro di voce e chitarra acustica, sono le tastiere di Trinci a raccogliere il testimone e a sostenere materialmente la struttura del brano. Una fitta trama di tastiere e synth si intreccia su atmosferici tappeti di Mellotron. Delicato il canto a due voci di Santanna e dell’ottima Camilla Gai, che lascerà apprezzare i suoi interventi in più occasioni nell’album. Ma è ancora la chitarra floydiana di Santanna a farla da padrone, rendendosi protagonista di passaggi memorabili. Le soluzioni vocali di Santanna e gli effetti cosmico/telefonici sono un mix tra i Nosound di “Lightdark” e i Porcupine Tree di “Dislocated Day”, filtrati con l’immancabile timbrica gilmouriana.

First Layer non fa altro che confermare quanto di buono si è fin qui sentito. Un malinconico piano accompagna una chitarra arpeggiata che man mano assume toni sempre più liquidi ed onirici.

Sulla stessa linea anche lo strumentale Mind Flies, esplicito sin dal titolo, che tra suoni e rumori ambientali si muove sinuosamente verso territori a metà strada tra Pink Floyd e Marillion.

Con The Highest Cliff i toni si attenuano. Santanna rievoca spaventosamente il Gilmour di “The Division Bell”, ricordando in particolar modo le atmosfere liriche e malinconiche di “High Hopes”. Gli eterei vocalizzi di Camilla Gai ben si mimetizzano nelle superbe linee melodiche di pianoforte e tastiere. La sezione ritmica è quanto di più pregevole ed elegante si possa pretendere in un’opera di questo genere. E la chitarra?! Beh, la chitarra non può essere descritta a parole, bisogna ascoltarla!

Second Layer, che con First Layer e Mind Flies crea una splendida tripletta strumentale, mantiene alto il livello emotivo. Il brano non può fare altro che esaltare, ancora una volta, l’ottimo affiatamento dei membri della band, ognuno protagonista a suo modo di una superba prestazione.

Un’attenzione particolare merita Lullaby for a Son, brano che chiude l’album. La viscerale passione di Santanna per la band di Waters e Gilmour raggiunge qui livelli altissimi. I vagiti iniziali aprono scenari intimi e personali (come la recente paternità di Samuele) e fanno del brano il capitolo più emozionante di Layers of Stratosphere. La delicata e poetica unione di voce e pianoforte caratterizza la prima metà di Lullaby for a Son e introduce l’eccezionale assolo al sax di Claudio Carboni e le insostituibili sfumature della chitarra di Santanna.

Un album delicato, raffinato ed emozionante questo Layers of Stratosphere, che ha senza dubbio il merito di presentarci una band in forma smagliante. Una nuova realtà musicale che spazia elegantemente tra psichedelica e progressive, e che va ad arricchire il già cospicuo catalogo della Lizard Records di Furlan.

Per maggiori info: Raven Sad


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2 comments

  1. Samuele Santanna

    Volevo sentitamente ringraziarti per questa bellissima recensione. Di cuore.
    Samuele

  2. Grazie a te, Samuele, per aver lasciato traccia del tuo passaggio sul nostro sito! Un sincero “in bocca al lupo” per i progetti futuri!

    Redazione Hamelinprog

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