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Riverside – Shrine Of New Generation Slaves

Riverside (2013) Shrine of New Generation SlavesRIVERSIDE

Shrine Of New Generation Slaves (2013)

InsideOut

Nell’arco della loro ormai decennale carriera i Riverside ci hanno abituati a lavori di ottima fattura, contrassegnati sempre da continui e originali cambi di scena. Questa volta, però, non deve essere stato facile rimettersi all’opera dopo l’enorme successo di “Anno Domini High Definition”, album che li ha fatti conoscere al grande pubblico del progressive moderno.

Negli ultimi quattro anni, infatti, Duda ha preferito portare a compimento la trilogia del suo progetto solista, Lunatic Soul, tenendo i Riverside in parziale standby (forse alla ricerca della giusta formula per bissare il successo del precedente album).

Il 21 gennaio 2013, anticipato di alcune settimane dal singolo “Celebrity Touch”, esce Shrine Of New Generation Slaves, quinto lavoro in studio della band. L’album è una sorta di concept sull’attualissimo tema della creazione di una “nuova generazione di schiavi”, sempre più insoddisfatta e infelice. La formazione è ormai la solita: Mariusz Duda (voce, basso, chitarra acustica), Piotr Grudziński (chitarre), Michał Łapaj (tastiere, organi, cori) e Piotr Kozieradzki (batteria).

Si parte proprio con New Generation Slave, brano introdotto dalla voce filtrata di Duda, scandito da secchi colpi di Kozieradzki e dalle ripetute note della chitarra di Grudziński, sulle atmosferiche tastiere di Łapaj. A metà brano l’attacco corale con Grudziński impegnato in poderosi riff, Duda e Kozieradzki a dettare i tempi e Łapaj intento a ricreare soluzioni più marcatamente vintage.

The Depth Of Self-Delusion è forse l’esempio più lampante dell’ennesimo cambio di pelle dei Riverside. Brano malinconico e introspettivo giocato sui toni cupi del basso e delle chitarre (acustica ed elettrica). Intensa la prestazione vocale di Duda che riesce a rendere tutto molto più atmosferico.

Decisamente più rabbioso Celebrity Touch, singolo che ha preceduto l’album e di cui è stato già realizzato un videoclip. Il brano ha un forte impatto hard rock: i potenti riff di chitarra di Grudziński si dividono la scena con le svisate d’organo di Łapaj, mentre Duda alterna toni delicati a passaggi più rabbiosi. Alcune soluzioni ricordano i connazionali Indukti, in particolare quel sapore vagamente orientale dei riff, prerogativa ascrivibile più alle pesanti influenze folk che agli elementi squisitamente rock. La band calca pesantemente la mano fino al secondo minuto, quando un netto cambio di atmosfera rende la parte centrale del brano più impalpabile e irreale. Il canto di Duda si fa via via più flebile per poi riesplodere rabbiosamente nei continui rilanci. Grudziński domina la scena con una liquida chitarra gilmouriana, supportato ottimamente dalle tastiere di Łapaj fino alla chiusura in crescendo.

We Got Used to Us è il brano che più si avvicina al minimalismo musicale del progetto solista di Duda. Tutto qui concorre a creare quelle atmosfere sognanti e suggestive che portano all’inevitabile accostamento con Wilson e i suoi Porcupine Tree. L’elemento onirico viene ancor più segnato dalla delicatezza del canto di Duda e dagli eleganti interventi di Łapaj al piano e di Grudziński alla chitarra.

Feel Like Falling conferma quanto detto finora. Sia il timbro di voce di Duda che le chitarre sembrano rifarsi ai tipici canoni wilsoniani. Łapaj, dal canto suo, si impegna a ricreare gli scenari siderei tanto cari a Barbieri con risultati che hanno dell’incredibile. Ritmi sincopati e accordi circolari avvolgono l’ascoltatore per poi consegnarlo al sax dell’ospite Marcin Odyniec, autore del raffinatissimo solo che chiude il brano.

La ritmica e gli inserti elettronici iniziali di Deprived (Irretrievably Lost Imagination) ricordano i Pure Reason Revolution di “Hammer and Anvil”. L’ingresso della voce di Duda, però, riporta tutto al più classico Riverside sound: Grudziński si avvita nei suoi riff circolari, Łapaj si sbatte tra elettronica e organi vintage, Kozieradzki disegna ritmiche frammentate, per un brano che fa registrare passaggi davvero interessanti.

Escalator Shrine è una mini suite di circa tredici minuti che racchiude un po’ tutto il campionario musicale dei Riverside. Il brano, ben illustrato dall’immagine di copertina del solito Travis Smith, è il miglior esempio di progressive in Riverside style. La partenza lenta e sommessa è ben calibrata dalla voce romantica di Duda, anche se nell’aria si avverte l’imminente arrivo di una deflagrazione sonora che puntualmente arriva intorno ai cinque minuti. Il basso di Duda fa rivivere “Fairies Wear Boots” dei Sabbath, mentre la chitarra di Grudziński rincorre gli Opeth seguita a ruota delle fughe all’organo di Łapaj e dal possente drumming di Kozieradzki.  Al prog anni ’70 si alterna un più moderno prog metal, con Duda che in alcuni frangenti ricorda Åkerfeldt. Continui cambi di tempo vengono tenuti insieme, fino alla fine, dai circolari riff di chitarra e dalle inquietanti tastiere. Di sicuro uno dei migliori episodi di Shrine Of New Generation Slaves.

Chiude l’album Coda, brano affidato alla voce e alla chitarra acustica di Duda con risultati assai simili a quelli del secondo capitolo del progetto Lunatic Soul.

La versione a 2 Cd, in edizione limitata, contiene un secondo disco con due bonus tracks, Night Session (Part One) e Night Session (Part Two), che insieme superano di poco i venti minuti.

Davvero complimenti ai Riverside!

Per maggiori info: www.riversideband.pl

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