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Røsenkreütz – Back To The Stars

Røsenkreütz (2014) Back To The StarsRØSENKREÜTZ

Back to the stars (2014)

Opal Arts/Andromeda Relix/Lizard Records

Dopo aver passato gli ultimi venticinque anni chiuso in svariati studi di registrazione, il polistrumentista e produttore Fabio Serra esce allo scoperto creando da un suo progetto solista una vera e propria formazione musicale. Nascono così i Røsenkreütz, band che si propone di dar sfogo alle istanze progressive rock di stampo britannico tanto care al suo creatore.

L’idea della band matura proprio dal recupero di un paio di brani che, nella loro versione embrionale, dovevano far parte di un disco pensato con Alex Brunori (cantante dei romani Leviathan) e rimasto irrealizzato per le ovvie difficoltà “geografiche” dell’era pre-internet. Fabio decide di rimetterci mano per svilupparli ed includerli in un vero e proprio album, senza limitazioni creative e condizionamenti commerciali. Vengono quindi realizzate delle nuove stesure dei primi due brani, programmando tutte le parti di batteria e scrivendo melodie e testi completamente nuovi. Al progetto si aggiungono anche Gianni Brunelli (batteria) e Gianni Sabbioni (basso). Le prime registrazioni ufficiali vengono effettuate nell’estate del 2006, mentre negli anni successivi, in tempi diversi, vengono scritti e registrati gli altri cinque brani. La formazione si completa con l’ingresso di Max Piubelli, cantante dei Methodica.

Il disco viene poi completato anche grazie ai preziosi contributi degli ospiti Angela Merlin (voce), Carlo Soliman (pianoforte), Luca Nardon (percussioni), Gabriele Amadei (violino), Cristiano Roversi (Chapman stick), e masterizzato da Stefano Cappelli negli studi Creative Mastering di Forlì.

Il 6 giugno 2014 vede la luce Back to the stars, creatura multiforme che sfugge a qualsiasi tentativo di catalogazione, il cui maggior pregio sembra essere proprio quello di spaziare liberamente nello sconfinato universo musicale progressivo. Come già detto il cruccio di Serra non è tanto il realizzare un’opera commerciale, quanto più quello di riuscire a scomporre e ricomporre (spesso anche in maniera ludica e irriverente) quanto prodotto in ambito prog (e non solo!) negli ultimi quarant’anni.

Con l’opener Signals in the water, infatti, si compie un tuffo nel neoprogressive anni ’80. A dominare la scena sono senza dubbio le tastiere del titolare che, in debito col miglior Kelly, svariano dall’intensità melodica di gioiosi carillon a stacchi ritmici inquietanti che chiamano in causa una perla come “Incubus”. Il brano assume man mano un’andatura cadenzata e robusta che, però, si attenua con il successivo ritorno delle voci per poi aprirsi ulteriormente nella solenne sezione conclusiva.

Sitting on the edge of heaven sfoggia una intro dal vago sapore zigano. Gli ottimi arpeggi di Serra alla chitarra acustica e le percussioni di Nardon danno vita ad una breve parentesi prog folk che, con l’ingresso del violino di Amadei, assume vaghi contorni krauti. Presto però ci si ritrova catapultati in un deciso hard prog di pregevole fattura, sorretto da una chitarra imperiosa e da una sezione ritmica impeccabile. Ma sono ancora una volta le tastiere a prendere in mano le redini del brano per condurlo in territorio sinfonico, mentre l’organo spesso aggredisce con svisate hard à la Uriah Heep. Segue un’andatura solenne dettata dalla chitarra di Serra e dalla sontuosa voce di Piubelli che anticipano un superbo intreccio vocale che fa rivivere il gigante buono.

La sfuggente Conditioning non avrebbe sfigurato nel repertorio di una band synth pop/new romantic anni ’80. Gli elementi ci sono tutti: dai suoni sintetici delle tastiere alla ritmica secca, dagli effetti ovattati agli immancabili coretti “ah ah ah”. Non mancano, però, nemmeno soluzioni più ardite come la chitarra belewiana e il pulsante stick di Roversi (che tra Moongarden, Mangala Vallis, Catafalchi del Cyber e CCLR non ha certo bisogno di presentazioni).

Le melodie romantiche di Nothing more in you vengono enfatizzate dal pianoforte di Soliman e dalla splendida voce della Merlin, che si alterna e duetta con Piubelli, mentre Serra alla chitarra si avventura in un solo di rotheryana memoria, conferendo al brano un sapore algido, nordico.

Childish reaction è un curioso mix di progressive sinfonico e arena rock strutturato su ritmiche quadrate, tastiere pompose e cori melodici. Come sempre Serra si ritaglia un po’ di spazio alla chitarra riuscendo comunque a rendere maestoso un pezzo vivace e squillante.

Il surreale nonsense di I am the walrus diviene qui ancor più liquido e lisergico, quasi a voler rimarcare nella sua lentezza la natura “acida” e criptica della composizione di Lennon. È proprio in questa originale ma rispettosa rilettura che più si apprezzano la portata creativa di Back to the stars e l’ultraventennale esperienza in studio di Fabio.

L’album si chiude con Back to the stars, suite composta da sei diversi movimenti, lunga oltre diciassette minuti, nella quale si concentrano le più autentiche atmosfere progressive. Si parte con Ionosphere, segmento per soli piano, voci e archi (sintetici). Segue poi Sole, Survivor, parentesi più vivace dominata da tastiere vintage, chitarre cristalline e intrecci vocali che sconfinano nel terzo movimento, The Cosmophone, dove scherzi vocali e cori suonano come una dichiarazione d’amore per Beatles e Yes. In The John Glenn Funeral Home si palesa una fanfara in pieno stile ELP, mentre in This is How it Feels si ritorna al più raffinato neoprogressive ottantiano e alle atmosfere da opera rock (“Tommy” degli Who su tutte). Nello strumentale Stellatum Coelum si alternano colorate svisate al synth e velocissime stilettate chitarristiche. A chiudere suite ed album è, invece, l’intensa e commovente Back to the stars che si spegne tra sparuti accordi di piano e voci sussurrate.

Per maggiori info: www.rosenkreutz.net | www.facebook.com/rosenkreutzband

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