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Samadhi – Samadhi

Samadhi (1974) SamadhiSAMADHI

Samadhi (1974)

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Un vero e proprio supergruppo quello messo su da Luciano Regoli (voce) e Nanni Civitenga (chitarre) dopo l’abbandono della Raccomandata con Ricevuta di Ritorno. Con loro, nel neonato progetto Samadhi, troviamo Stefano Sabatini alle tastiere (già in Free Love e Kaleidon), Aldo Bellanova a basso e chitarra (precedentemente ne Il Punto e I Teoremi), Ruggero Stefani, ex percussionista de L’Uovo di Colombo, Sandro Conti alla batteria (proveniente dai Corvi) e Stevo Saradzic a sax e flauto.

In poco più di un mese (dal 27 settembre al 4 novembre 1973), la band registra i brani che fanno parte del loro unico album Samadhi. La composizione dei brani è affidata a Sabatini e Bellanova, con testi di Enrico Lazzareschi (le liriche sono tratte dalla sua raccolta di poesie “Fiori di ieri…Fiori di domani…”) e arrangiamenti di Saradciz. Il risultato è una sapiente miscela di sonorità jazz, prog e rock, arricchita da elementi classici (affidati ad orchestrali) e sortite negli anni ’60 e nelle sonorità d’oltremanica. Ottimi gli arrangiamenti policromi, le armonie vocali sono delicate ma decise, le individualità emergono lucidamente senza sovrastare il preciso e avvolgente flusso sonoro collettivo.

Sono le parole degli stessi artisti, più di ogni altre, a rendere chiara l’idea alla base del lavoro: Noi non abbiamo inteso inventare l’acqua calda… abbiamo tentato di sottolineare sensazioni e vicende degli uomini, filtrandole attraverso la Poesia e la Musica, per coglierne la loro intima essenza… sensazioni e vicende che, secondo noi, non sono sostanzialmente mutate attraverso i millenni…

L’album si apre con Uomo stanco, brano vivace dalle sonorità prossime agli ultimi anni del decennio precedente. La chitarra acustica di Civitenga dona freschezza alla composizione, mentre l’organo di Sabatini dà un tocco alla Procol Harum. Fascinosa la voce di Regoli (ma non la scopriamo di certo con questo album), ben amalgamata all’impianto sonoro, così come la vispa batteria di Conti. I cori restituiscono un pieno sentore beat.

Più evocativo l’avvio di Un milione di anni fa grazie all’intreccio di chitarre acustiche e piano e l’ingresso seguente degli archi. Suggestivo anche il segmento cantato con un ordito vocale/sonoro notevole. L’atmosfera sinfonica è una marcia in più per questo brano e ne eleva il valore. Un plauso alla voce di Regoli e al piano di Sabatini.

Altro episodio piacevole è L’angelo. Interessanti alcune soluzioni vocali, tra cui lo “sdoppiamento” di Regoli. Gran bel lavoro anche quello svolto dalle chitarre e dal piano. La forza di questo brano, in particolare, e dei Samadhi, in generale, è il riuscire ad essere interessanti senza eccessivi sofismi.

E con l’avvio di Passaggio di Via Arpino i Samadhi donano un mix di mediterraneità e atmosfere canterburyane all’album, grazie a un bel gioco di percussioni e flauto. Poi batteria e ottoni prendono il loro posto con più “foga”, prima di un delizioso sprazzo jazz del piano. C’è spazio anche per i virtuosismi hard della chitarra. Pausa per Regoli.

Fantasia. Venti secondi “timidi” dell’organo, poi uno stacco prog al 100% (ringraziamo Sabatini e Conti, più ottoni). Un andamento dalla fisionomia jazzata accompagna poi il rientro di Regoli, prima di un nuovo vivace rimando sixty. I fiati, lungo il brano, donano effervescenza al tutto.

Silenzio. Un avvio sognante con effetto carillon (forte il richiamo al brano Dolci momenti dei Saint Just presente nell’album omonimo), seguito da una vivace chitarra acustica e dal deciso ingresso di batteria e piano: questa l’introduzione al canto di Regoli. Le due chitarre intrecciate, la prima con un fresco andamento e la seconda intenta ad eseguire un leggero solo, sono poi le compagne della voce. Segue un crescendo verso una breve esplosione, caratterizzata anche da interventi elettrici, e un successivo gioco corale in cui le voci si dilettano a ricreare un’atmosfera spettrale, prima di riprendere il cammino iniziale.

Brano molto seducente e composito il finale L’ultima spiaggia. Interessantissima l’esecuzione ondivaga iniziale del piano (Sabatini si destreggia tra un Cacciapaglia e un Nocenzi), seguita dall’intenso cantato di Regoli (più avanti intento in vocalizzi da brividi). Lungo il cammino si alternano esplosioni sonore a “pause” suggestive. E nella seconda parte un canto lirico, supportato da piano, batteria e, più avanti, dai cori, alza ancor più il livello qualitativo ed emotivo del brano (sembra un’atmosfera alla Ennio Morricone).

Come accaduto spesse volte, forse troppe, le “strane” scelte discografiche, e quindi la relativa mancanza di promozione, hanno fatto cadere immediatamente nell’oblio questo lavoro di qualità che meritava di certo altre fortune.

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