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Sandcastle – And Then We Collide

Sandcastle (2013) And Then We CollideSANDCASTLE

And Then We Collide (2013)

Autoprodotto / My Place Records

 

“Per il tempo in cui siamo solo isole, separate l’una dall’altra, la nostra coscienza del mondo è limitata a noi stessi, ma quando collidiamo il nostro perfetto quadro del mondo si increspa, permeato da una realtà che non ci è più familiare. Questo è il punto di partenza per Lei, donna senza una meta, e Lui, uomo senza un percorso, finché le loro strade si incrociano, in un vortice di incomprensioni.

Ma attraverso Lui, Lei scopre di aver bisogno di quella stabilità nella vita che non ha mai avuto sin dalla morte della madre, sola colonna portante nella sua vita. Attraverso Lei, Lui si accorge di quanto marginalmente la propria esistenza sia stata misera e chiusa fino a quel momento, schiacciato dalla routine di una vita spesa a tessere le trame dell’inutilità.

Il primo passo spesso però non è sufficiente a trasformare in reale cambiamento i moti che stravolgono e destabilizzano il nostro io. Molte volte il passo più facile è il ritorno”.

Il 15 marzo scorso i Sandcastle, accompagnati da un quartetto d’archi, hanno presentato And Then We Collide, un concept album incentrato sui paradossi della condizione umana che segna il debutto del giovane gruppo bergamasco. La band, composta da Giacomo Fadini (voce, chitarra elettrica, chitarra acustica, flauto), Roberto Bitetti (basso, chitarra acustica), Silvio Tadini (piano, tastiere, synths, programming) e Fabio Beretta (batteria, vibrafono, percussioni), si ispira tanto alle classiche band progressive come Genesis e King Crimson, quanto ai più contemporanei Porcupine Tree e Anathema, con soluzioni che talvolta virano verso sonorità melodiche e suggestive tipiche della psichedelia dei Pink Floyd e della musica più immaginifica e sperimentale di band quali Sigur Rós e Radiohead.

Già nel novembre del 2010, con l’autoproduzione dell’EP “Breathe Again”, i Sandcastle avevano dato prova della loro raffinata ricerca musicale pubblicando una selezione di cinque brani scelti dal loro repertorio.

L’inesauribile vena creativa dei Sandcastle li spinge verso nuovi orizzonti musicali in cui trovano maggior impiego i campionatori del tastierista Silvio Tadini che, a loro volta, riconducono il sound alla più classica psichedelia floydiana e al più ardito progressive britannico.

Ad aprire And Then We Collide è la breve ma intensa Intro (Crossing the thin line), traccia interamente giocata sui malinconici arpeggi di Fadini e sui giochi elettronici di Tadini, ai quali si aggiungono il basso distorto di Bitetti, le pelli cupe di Beretta e una voce oscura e inquietante.

La successiva Dressed in Black si avventura su sonorità decisamente più contemporanee, che presentano evidenti affinità con il sound di Radiohead e Muse. Il pesante contributo di Tadini egemonizza e marchia indelebilmente la natura del brano: alle iniziali incursioni elettroniche, infatti, fanno seguito delle tastiere neoprogressive di ottantiana memoria. Fadini, dal canto suo, si divide tra l’ottima chitarra rotheryana e alcuni passaggi vocali che ricordano il Serj Tankian più accessibile.

Intelligent Love è un brano decisamente più rock, con gran dispiego di chitarre e soluzioni strumentali e vocali riconducibili agli Uriah Heep di metà anni novanta. I suoni di Tadini, qui più convenzionali e meno appariscenti, contribuiscono a far emergere il lato più rock della band, nonché l’ottima sintonia della sezione ritmica.

Mirror è la suite che per natura non può mancare in un’opera del genere, e che perciò non può non rifarsi a soluzioni progressive classiche. Il pianoforte iniziale e la chitarra liquida di Fadini sono mutuati dal più recente Wilson solista, mentre il flauto à la Gravy Train aggiunge un po’ di sapore vintage al brano. Le tastiere di Tadini, il vibrafono di Beretta e la voce gabrielliana di Fadini danno vita ad una sognante e romantica digressione in stile Marillion, seguita a ruota da un’elegantissima parentesi pianistica. La chitarra di Fadini, tra riff di scuola Porcupine Tree e un assolo solenne, chiude nel migliore dei modi il brano.

Ai Pink Floyd più acustici, ma anche agli ultimi Anathema, si rifà I Will Stay. Fadini si affida al timbro più caldo della sua voce che, soprattutto nei passaggi più intimi, ricorda il Waters di “Mother”. Ottimo il lavoro della coppia Fadini/Bitetti alle chitarre acustiche, come pure le aperture corali che in più di un’occasione infondono luce e calore.

Con The Barren Shoreline si ritorna al più classico progressive, grazie anche al piano di Tadini e ad una sezione ritmica qui davvero superba. È però ancora una volta Fadini a rubare la scena ai compagni, tirando fuori le sue migliori doti vocali e regalandoci ancora ottimi spunti chitarristici.

Atticus Black parte soffusa e delicata ma presto mostra segni di squilibrio, arrivando a lambire territori rapcore con soluzioni che fondono i Rage Against The Machine ai Porcupine Tree più energici. Archi insidiosi, tastiere atmosferiche, chitarre robuste, ritmiche frammentate e la solita voce di Fadini. Sicuramente uno degli episodi più atipici e, di conseguenza, più convincenti dell’album.

Chiude And Then We Collide la lunga e psichedelica Ad Aeterne. Arpeggi e strutture circolari avvolgono un ascoltatore letteralmente circondato da voci maschili e femminili. Le tastiere vintage di Tadini man mano si smaterializzano in suoni più eterei e dilatati. All’Islanda dei Sigur Rós, i Sandcastle rispondono con gli scenari innevati della provincia bergamasca, timidamente riscaldati da chitarre e cori wilsoniani che lasciano ben sperare sul futuro di questa giovane band.

Per maggiori info:

www.sandcastleband.com

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