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Wilson Steven – Grace For Drowning

STEVEN WILSON

Grace For Drowning (2011)

Kscope Music Records

Dopo il successo di “Insurgentes” ecco il secondo album solista di Steven Wilson: Grace For Drowning. Ottimamente influenzato dalle recenti operazioni di remasterizzazione di alcuni grandi capolavori progressive (le prime opere di King Crimson, Caravan e Jethro Tull), affidategli dai suoi illustri colleghi, Wilson si dedica, tra il gennaio 2010 e il giugno 2011, alla stesura e alla registrazione di questo suo nuovo lavoro.

Grace For Drowning, pubblicato il 26 settembre 2011 dalla Kscope Music Records, è in realtà un doppio album con due diversi titoli: il primo disco si intitola Deform To Form A Star e il secondo, invece, Like Dust I Have Cleared From My Eyes. La versione deluxe contiene un terzo disco, The Map.

L’intera opera è una personale visione del lato più oscuro della musica progressiva e vintage anni ’70, ispirata ad alcune colonne sonore cinematografiche (Morricone su tutti), che vanta importanti collaborazioni come Steve Hackett, Robert Fripp e Nic France. Hanno, inoltre, preso parte alle registrazioni dell’album: Jordan Rudess (piano), Mike Outram (chitarra elettrica), Sand Snowman (chitarra acustica), Tony Levin (chitarra stick, basso), Nick Beggs (chitarra stick, basso), Markus Reuter (U8 touch guitar), Trey Gunn (basso, warr guitar), Theo Travis (flauto, sax, sax soprano, clarinetto), Ben Castle (clarinetto), Pat Mastelotto (batteria). A Dave Stewart il compito di dirigere la London Session Orchestra.

Ma andiamo con ordine.

Deform To Form A Star

Steven incomincia questo suo lungo viaggio nella musica anni ‘60/’70 con la delicata Grace For Drowning. Accompagnato al piano da Jordan Rudess, Wilson lascia apprezzare la delicatezza della sua voce su una melodia molto sixties che ricorda, in più di un’occasione, i migliori Beach Boys.

Già in Sectarian si riescono ad assaporare i frutti dell’influenza del Re Cremisi. A farla da padrone sono più che altro le atmosfere jazzate del quarto album dei Crimson, “Island”. Svisate di synth e chitarre ruvide riportano direttamente a “Sailor’s Tale” di Fripp & Co. Hammond e mellotron edificano un wall of sound maestoso. Il drumming raffinato, frammentario e variegato conferisce comunque al brano un andamento fluido e scorrevole. Ad impreziosire il tutto l’ottimo lavoro al sax soprano del grande Theo Travis, che graffia violentemente in lungo e in largo per tutto il brano, lasciando al clarinetto di Ben Castle il compito di addolcire il finale.

Deform To Form A Star è una splendida ballata in stile Wilson: elegante, corale, eterea, spaziale. Il pianoforte malinconico di Rudess accompagna la delicata voce di Steven, supportato dal basso di Levin e dal clarinetto di Travis. A scaldare l’atmosfera arriva un liquido assolo di chitarra di Wilson, marchio di fabbrica anche del P.T. sound, che mancava dai tempi di “Lightbulb Sun”. E poi, ovviamente, mellotron e armonie vocali ad esaltare uno dei migliori momenti di tutta la produzione wilsoniana.

No Part Of Me, almeno nella prima parte, ricorda assai da vicino alcune soluzioni ritmiche elettroniche, delicate e raffinate, dei No-Man di “Returning Jesus”. Ma è soprattutto nel vorticoso finale che si possono apprezzare le soluzioni matematiche di Beggs e Gunn (basso e warr guitar), il gran lavoro di Reuter (leader dei Centrozoon) alla U8 touch guitar, il drumming frammentato di Mastelotto e l’ottimo lavoro al sax di Travis, che continua a farla da padrone.

Viene poi il turno di Postacard, delicata ballad al pianoforte di Wilson che quasi sconfina in territorio Blackfield. Il pathos cresce con l’ingresso della London Session Orchestra, che conferisce al brano un gusto molto british.

Raider Prelude è un intermezzo oscuro e drammatico: un pianoforte mesto sottolinea i sintetici cori maschili e femminili che, emulando in parte le atmosfere orffiane e zeuhl dei Magma,  sembrano preannunciare l’arrivo della splendida Remainder The Black Dog, posta a chiusura del primo disco. La lezione del miglior prog inglese anni ’70 pare essere stata ben assimilata da Wilson, che fa le cose in grande e si sente. Affida i soli distorti di chitarra a un maestro come Steve Hackett e ingaggia Nic France alla batteria. Queste semplici consegne offrono già una chiara idea del ruolo di Remainder The Black Dog all’interno dell’album. Un capolavoro assoluto! Progressive old style, prog-metal, avant-jazz, RIO, c’è di tutto in questi 9’26”.  La voce effettata di Steven sembra venir fuori direttamente da “Lizard” (“Indoor Games” e “Happy Family”) e, a sentir bene, lega meravigliosamente con la tempesta sonora che si presenta all’orizzonte. Andamenti circolari che partono dai King Crimson e arrivano ai Tool. Accelerazioni e decelerazioni improvvise. Hammond protagonista in gran parte del brano, coadiuvato dai penetranti fiati di Travis. Un vortice sonoro aggressivo e velocissimo risucchia l’ascoltatore per destabilizzarlo continuamente tra spirali infernali e vere e proprie torture soniche. Il drumming di France spicca su tutto fungendo da collante al brano più articolato del disco.

Like Dust I Have Cleared From My Eyes

Dopo la chiusura pirotecnica di Deform To Form A Star, Wilson affida l’apertura di questo secondo disco, Like Dust I Have Cleared From My Eyes, al delicato e malinconico strumentale Belle de Jour. Steven fa (quasi) tutto da solo: chitarra (con corde in nylon!), autoharp, basso e le immancabili tastiere, lasciando a Dave Stewart il solo compito di dirigere gli interventi orchestrali.

Index, invece, ha un incedere inquietante sorretto ritmicamente da Mastelotto che, per l’occasione, si affida sia alla batteria acustica che a brevi passaggi all’elettronica. Steven da sfoggio del suo enorme bagaglio artistico, alternandosi senza problemi tra strumenti acustici ed elettronici. Il risultato è assai simile ad alcune soluzioni presenti nella sua prima opera solista, “Insurgentes”.

Sulla stessa rotta viaggia Track One, che continua questo segmento “solitario” di Wilson in bilico tra il recente passato e le scelte attuali. Una chitarra acustica e tastiere soavi descrivono un tema bucolico che viene immediatamente sconvolto da suoni sinistri e da una batteria rocciosa e brutale. Questa parentesi oscura si dirada placidamente sugli arpeggi limpidi di chitarra che chiudono il brano.

Raider II, alla stregua di Remainder The Black Dog, è il vero fulcro progressivo di questa straordinaria opera. Oltre ventitré minuti di raffinatissima celebrazione progressiva. I fiati di Travis e il pianoforte di Rudess avviano sommessamente il brano che, al minuto 2’51”, esplode drammaticamente con un sax che ricorda il miglior Jackson dei VDGG. Poi flauto e pianoforte a rimarcare le atmosfere più classiche di “In The Court Of The Crimson King”. Al minuto 7’04” Wilson scandisce ritmicamente i versi come un novello Gordon Haskell di “Cirkus”. È un tuffo nel passato piacevolissimo e, al contempo, una sensazione nuova, mai provata prima d’ora. Nemmeno il tempo di riprendersi da questo inaspettato flashback che già ci si ritrova proiettati in circolare prog-metal. Pochi secondi ed è avant-jazz e via ancora in un continuo rincorrersi che non offre appigli. Al minuto 12’00” è calma apparente. Arpeggi di chitarra, suoni elettronici, voci spaziali filtrate e su tutto il magistrale flauto di Travis (spettacolare!). Steven giostra con grande cura ogni singolo particolare, ma anche i suoi colleghi non sono da meno: Beggs fa pulsare un basso distorto e France risponde colpo su colpo, mentre Outram e Snowman si occupano delle chitarre. E poi ancora tanta, tanta altra roba che non è possibile rendere a parole.

Dopo un’esperienza così devastante, ascoltare Like Dust I Have Cleared From My Eyes, brano che chiude il disco, serve solo a riprendere il contatto con la realtà.

The Map

Bonus disc della versione deluxe, The Map – ascoltato dopo l’uscita di “Heritage” degli Opeth e dopo l’esordio del progetto “Storm Corrosion” – assume tutt’altra importanza.

Grace For Drowning, infatti, può essere considerato il primo capitolo di una ipotetica trilogia che Wilson ha concordato con Mikael Åkerfeldt (leader degli Opeth e socio nel progetto Storm Corrosion).

Considerare Grace For Drowning, Heritage e Storm Corrosion una trilogia a quattro mani è cosa buona e giusta. Certo è che dopo aver ascoltato questo bonus disc tutto torna in modo molto più lineare.

The Map suona un po’ come l’anello di congiunzione tra le tre opere citate.

Grace For Drowning è un capolavoro da consigliare a tutti!


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