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Wilson Steven – Hand. Cannot. Erase.

Steven Wilson (2015) Hand. Cannot. EraseSTEVEN WILSON

Hand. Cannot. Erase. (2015)

Kscope

 

Atteso calorosamente dai fan e accolto con favore dalla critica, Hand. Cannot. Erase., quarto lavoro solista di Steven Wilson, conferma l’immaginario malinconico e decadente dell’artista inglese che passa senza traumi dai racconti gotici di “The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)” a storie di “fantasmi” contemporanei. Hand. Cannot. Erase. è, infatti, un concept album ispirato all’incredibile storia di Joyce Carol Vincent, trentottenne inglese morta nel suo appartamento a nord di Londra nel 2003 il cui cadavere venne rinvenuto solo tre anni più tardi. Il corpo di Joyce accasciato sul divano, i regali per il Natale impacchettati, il televisore ancora acceso, il corridoio ricoperto di lettere e bollette: questa la scena che si presentò agli occhi dei funzionari della società proprietaria dello stabile giunti lì per consegnarle un avviso di sfratto. Eppure Joyce aveva una sua vita sociale, delle sorelle, ex colleghi, ex fidanzati, ma tutti l’avevano inspiegabilmente persa di vista. La causa del decesso resta avvolta dal mistero: forse l’asma di cui soffriva o più ragionevolmente un suicidio. Sta di fatto che Joyce si è congedata dal mondo terreno inscenando un’immaginaria festa senza invitati, quasi a voler sottolineare la sua immensa solitudine.

La storia – che nel 2011 la regista Carol Morley ha ripercorso nel film-documentario “Dream Of A Life” – ha spinto Steven ad interrogarsi sull’invisibilità e sull’isolamento sempre più diffusi nelle metropoli del XXI secolo e sull’azione estraniante esercitata da internet e dai social network. Inconsapevolmente Hand. Cannot. Erase. si vede collegato alle atmosfere gotiche di “The Raven…” e per certi versi ad alcuni racconti di Edgar Allan Poe, che appunto colgono la desolazione dell’uomo moderno tra la folla urbana, paradosso per cui si è tanto più soli quanti più sono gli anonimi concittadini che ci circondano.

Per rendere più ambiguo il concept, Wilson decide di non far morire la sua protagonista ma di farla scomparire nel nulla aggiungendo alla storia mistero e risvolti Sci-Fi, mantenendo comunque inalterata la componente emozionale e lasciando aperto il finale all’ascoltatore. La vera novità sta però nell’impianto narrativo dell’album che, in funzione della storia, viene elaborato da un punto di vista femminile. In quest’ottica vanno lette le presenze femminili della cantante israeliana Ninet Tayeb (presentata dall’amico Aviv Geffen) e della modella/attrice Karolina “Carrie” Grzybowska (che interpreta la protagonista della storia nell’artwork e nel blog handcannoterase.com pubblicato online per raccontare la storia), unite al coro di voci bianche The Cardinal Vaughan Memorial School Choir.

Per il resto Wilson conferma in toto i membri della sua formidabile squadra: Guthrie Govan (chitarre), Nick Beggs (basso, Chapman Stick, cori), Adam Holzman (tastiere, piano, Moog, Hammond, Fender Rhodes, Wurlitzer), Marco Minnemann (batteria, percussioni) e Theo Travis (flauto, sassofoni), ai quali si aggiungono anche Dave Gregory (chitarra 12 corde, chitarra aggiunta), Chad Wackerman (batteria), Katherine Jenkins (voce), Dave Stewart (arrangiamenti archi e coro) e la London Session Orchestra. A cambiare, tuttavia, è il peso specifico dei singoli contributi, che stavolta premia Govan e Holzman sacrificando l’ottimo Travis.

L’album si apre con i suoni atmosferici di First Regret, breve prologo dal carattere cinematografico che si affida a campionamenti ed effetti pulsanti, al piano di Holzman e a sparute risate di bambini in sottofondo.

Con 3 Years Older si entra subito nel vivo di Hand. Cannot. Erase.. La protagonista si rivolge alla sorella adottiva, più grande di lei di tre anni, con parole arrendevoli che non fanno presagire nulla di buono: “Tu pensi all’amore come fosse solo un ricordo / Una nebbia che ti soffoca, è difficile respirare / Ma quando sei sola con te stessa, in quel momento sei davvero libera / Sei più vecchia di tre anni ed adesso lo sarai per sempre”. L’incipit abbozzato dal Mellotron indugia e rimane sospeso in un ovattato limbo nebuloso, mentre con l’immediato e fragoroso ingresso di chitarra, basso e batteria il brano si assesta sui più vertiginosi registri wilsoniani. Se da un lato la caratura dei musicisti coinvolti non consente ascendenze, accostamenti o specifici rimandi stilistici, di contro non si possono non rilevare sfumature townshendiane nell’esplosività chitarristica di Govan o ancora l’influenza del seminale Squire nell’abrasivo basso del titolare che, complice l’umore british degli eterei cori, muove verso il più robusto sound degli Yes. La continua successione di violenti stacchi repentini – puntualmente rimarcati dall’eccelso drumming di Minnemann – segue il moderno copione già interpretato con “Luminol”, mentre per le ricercate soluzioni progressive old style bisogna risalire addirittura all’oscura “Remainder The Black Dog”. L’eclettico Holzman, dal canto suo, riesce ad annullare l’inevitabile shift temporale livellando la classicità degli inserti pianistici con le svisate elettriche dell’Hammond.

Steven Wilson (2015) Hand. Cannot. Erase - 01 - 3 years old

Nella più accessibile Hand Cannot Erase, Wilson sembra volersi riappropriare delle malinconiche melodie alternative dei primi Blackfield. Non meraviglia affatto che si sia scelto questo brano per presentare la Tayeb, non fosse altro per sottolineare l’ottima intuizione di Geffen. La forma canzone rende prevedibile lo sviluppo del brano – tra strofe, ritornelli e controllate aperture sinfoniche – all’interno del quale risaltano gli struggenti versi “Non sei tu, perdonami se mi rendo conto di avere bisogno di più spazio / Perché fiducia vuol dire che non dobbiamo per forza stare insieme tutti i giorni / Una mano non può cancellare questo amore”.

In Perfect Life la Jenkins narra, con tono disteso, piacevoli ricordi d’infanzia e dolorose separazioni. Le parole richiamano un post pubblicato in data 12 agosto 2009 sul blog della protagonista e suonano pressappoco così: “Quando avevo 13 anni ho avuto una sorella per 6 mesi / Arrivò una mattina di febbraio, pallida e traumatizzata da vite passate che non potevo nemmeno immaginare / Aveva tre anni più di me, ma diventammo subito amiche / Ascoltavamo le sue compilation su cassetta; Dead Can Dance, Felt, This Mortal Coil… / Mi ha fatto conoscere i suoi libri preferiti, mi ha dato dei vestiti, e la mia prima sigaretta / Qualche volta andavamo verso l’ormeggio di  Blackbirds per guardare le chiatte sul Grand Union nel crepuscolo / Diceva “L’acqua non ha ricordi” / Per alcuni mesi tutto nelle nostre vite è stato perfetto / C’eravamo solo noi, eravamo inseparabili / Più avanti i miei genitori si separarono e mia sorella venne riassegnata ad una famiglia a Dollis Hill / Per un mese ho desiderato morire e sentivo ogni giorno la sua mancanza / Ma gradualmente scivolò in un’altra zona lontana della mia memoria /Finché non sono più riuscita a ricordarne il viso, la voce, nemmeno il nome”. Il brano funge da anello di congiunzione tra l’elettro-trance di Bass Communion e le sofisticate architetture trip hop dei No-Man, progetti con i quali Wilson ha spesso placato impulsi sperimentali e tentazioni melodiche.

Steven Wilson (2015) Hand. Cannot. Erase - 02 - Perfect life

Routine. Per la giovane donna il noioso elenco di reiterate azioni quotidiane sembra essere diventato l’ultimo debole appiglio alla vita (sempre più solitaria) al quale aggrapparsi con lucida rassegnazione: “La routine mi mantiene in riga / Mi aiuta a passare il tempo / Mi fa concentrare / Mi aiuta a dormire”. Nell’economia del concept l’episodio assume un ruolo cruciale per via della sua articolata struttura musicale ma anche per i successivi sviluppi narrativi. Le voci di Wilson e della Tayeb si avvicendano tra strofe e ritornelli, legate dai vocalizzi eterei ma inquietanti del corista solista Leo Blair. L’atmosfera apparentemente delicata – caratterizzata dal minimale piano di Holzman e dagli arpeggi di Govan – prelude la drammatica deflagrazione nella quale lo struggente canto della Tayeb, doppiato dalla dolente sottolineatura di Govan, culmina in uno spaventoso e sofferto grido, seguito poi da un emozionante finale a due.

La potenza abrasiva di 3 Years Older assume in Home Invasion toni ancor più oscuri e sinistri. Le iniziali asperità ritmiche si convertono presto nel coinvolgente groove imbastito dal basso di Wilson, dallo stick di Beggs e dai ritmi sincopati di Minnemann, mentre Holzman aggiunge quel quid che rende il tutto più ruffiano, sporco e a tratti blues. Le vivaci aperture spaziali conferiscono al brano quell’alone di mistero Sci-Fi che ben si sposa con i dilatati versi: “Un altro giorno di questa terra mi è passato accanto / Ma io ho perso ogni fiducia in ciò che sta all’esterno / Il tendone delle stelle attraverso il cielo / Ed i rottami della notte”.

Segue a ruota Regret #9, straordinario strumentale caratterizzato da un incedere marziale e da un mood cupo e minaccioso. Mentre Wilson e Minnemann definiscono l’oscura trama ritmica, Holzman e Govan danno prova del loro immenso talento, il primo esplorando sconfinati spazi siderali a suon di Moog, il secondo rendendosi protagonista di un magistrale assolo di chitarra. Risucchiata nel vuoto cosmico della sua solitudine, la giovane donna ripercorre il suo passato tra rimpianti e dolorosi ricordi che, senza soluzione di continuità (musicale e narrativa), sfociano nella successiva Transience. Qui Wilson fa tutto da solo, accompagnando il suo canto esteso con arpeggi acustici, suoni sintetici e stratificazioni corali che richiamano gli episodi più toccanti di “In Absentia” (“Lips of Ashes”, “Heartattack in a Layby” e “Collapse the Light into Earth”). I gesti naturali della madre e le esortazioni del padre (“Ricorda, è solo l’inizio”) si accavallano agli ultimi ricordi d’infanzia, ormai destinati a dissolversi definitivamente.

Steven Wilson (2015) Hand. Cannot. Erase - 03 - Transience

La lunga e articolata Ancestral concentra nei suoi 13’30” tutto lo spettro musicale di Wilson. Se la voce effettata e il pattern ritmico si rifanno alla psichedelia dei primissimi Porcupine Tree e agli esperimenti elettronici di Bass Communion, il mordente crimsoniano dei riff chitarristici chiama in causa tutta la produzione wilsoniana da “Signify” alla più recente “Raider II”. Da sottolineare anche le melodiche architetture vocali – fil rouge che unisce No-Man, Blackfield e Porcupine Tree – l’andatura krauto-ipnotica di I.E.M. e l’umore oscuro e drammatico di Storm Corrosion. Ciò giustifica in qualche modo il massiccio dispiegamento di forze messe in campo: Wilson e la Tayeb si alternano al canto; Holzman lavora di fino tra piano, celeste, Hammond e Fender Rhodes; Govan si lancia nell’ennesimo assolo mozzafiato; Beggs e Minnemann dettano i continui cambi di passo; Travis prova ad addolcire l’atmosfera con i suoi preziosi interventi fiatistici, ma ancora una volta dai versi emerge l’oscuro spettro della solitudine: “Quando il mondo non ti vuole / Non ti spiegherà mai perché / Puoi chiudere la porta ma non puoi ignorare / Il lento avanzare del tuo declino”.

Steven Wilson (2015) Hand. Cannot. Erase - 04 - Happy Returns

Ammantata di malinconia anche Happy Returns, struggente ballata composta seguendo il classico copione wilsoniano: landscape sonori, voci misurate, piano minimale, chitarre acustiche arpeggiate e finale in continuo crescendo (“Trains” docet!). Ed è proprio alla retorica figura dei treni – tanto amati da Wilson – che la commossa protagonista ricorre per descrivere le problematiche di una vita vissuta (da invisibili) “ai margini”: “Perché la verità è che gli anni passano proprio come treni / Io faccio cenno con la mano ma non rallentano”. Un sottile spiraglio, però, si intravede nei versi conclusivi “Ma adesso mi sento un po’ assonnata / Quindi finirò di scriverti domani”, che lasciano ben sperare prima dell’imminente arrivo di Ascendant Here On…, epilogo che congeda l’ascoltatore richiamando il tema e le atmosfere iniziali.

Per maggiori info: stevenwilsonhq.com | handcannoterase.com


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