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Wilson Steven – The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)

Steven Wilson (2013) The Raven That Refused To Sing (and other stories)STEVEN WILSON

The Raven That Refused To Sing (And Other Stories) (2013)

Kscope

 

Cinquecentodiciotto, tanti sono i giorni intercorsi tra la pubblicazione di Grace For Drowning e quella di The Raven That Refused To Sing (And Other Stories). Un lasso di tempo esiguo per chiunque ma non per l’attivissimo Steven Wilson, che nel frattempo ha: dato alle stampe il primo album omonimo degli Storm Corrosion; pubblicato il suo live album “Catalog / Preserve / Amass”; rilasciato a suo nome il DVD “Get All You Deserve”; pubblicato il live album “Octane Twisted” con i Porcupine Tree; remixato gli album storici di King Crimson, Jethro Tull, ELP e Caravan; curato il missaggio di “Thick As A Brick 2” dei Jethro Tull; suonato e cantato in due brani di “Genesis Revisited II” di Steve Hackett (solo per citare alcuni degli ultimi impegni!).

Steven Wilson (voce, mellotron, tastiere, chitarre, basso) sembra aver trovato la giusta alchimia con il gruppo di musicisti che ormai stabilmente lo accompagna nei suoi lavori solisti: Nick Beggs (basso, chapman stick, cori), Guthrie Govan (chitarra solista), Adam Holzman (Hammond, Rhodes, minimoog, piano), Marco Minnemann (batteria, percussioni) e Theo Travis (flauti, sassofoni, clarinetto). Questa nuova formazione, per sua stessa ammissione, ha permesso a Steven di ricoprire il ruolo di “direttore musicale” e di tracciare le direttive per i “propri” musicisti, riuscendo così ad ottenere risultati eccellenti. Il totale impegno di direzione ha però comportato un vuoto in cabina di regia che Steven ha risolto affidando la supervisione del suo terzo album al leggendario Alan Parsons (tecnico audio e ingegnere del suono di “Abbey Road” e “Let It Be” e artefice di una delle più memorabili registrazioni in ambito rock, “The Dark Side of the Moon”). È proprio negli studi di Parsons che, brano dopo brano, The Raven That Refused To Sing (And Other Stories) ha preso vita. I pezzi, composti e rodati durante l’ultimo tour, hanno fatto si che l’album potesse essere registrato “dal vivo” in studio. Una pratica, questa, che ha molto soddisfatto Steven e che gli ha permesso finalmente di registrare un disco alla “vecchia maniera”, come si faceva negli anni settanta. Un fattore non di poco conto per un artista del calibro di Wilson che, da “perfezionista patologico” qual è, ha trovato la quadratura del cerchio riuscendo a calibrare ogni minimo dettaglio di questo nuovo album.

The Raven That Refused To Sing (And Other Stories) è un’opera che consolida l’immaginario malinconico e decadente di Wilson, con storie che sembrano uscite da un libro di racconti gotici di fine XIX / inizio XX secolo. Chi segue Wilson conosce la sua passione per i racconti dell’orrore, del fantastico e del soprannaturale. Le letture che lo hanno accompagnato nella stesura del nuovo album sono, infatti, i racconti di Edgar Allan Poe, Arthur Machen e Montague Rhodes James. Storie di apparente normalità in cui vi è sempre il timore che qualcosa stia per accadere. Racconti di persone trapassate che, dall’aldilà, sentono di dover ritornare in questo mondo, in una spirale in cui sentimenti reali come l’abbandono, la perdita, il rimpianto e la mortalità si fondono ad elementi soprannaturali.

Steven ha più volte espresso l’intenzione di voler realizzare un album in cui ogni brano fosse come un racconto breve, inserito però in un contesto unitario in stile concept. L’idea di Wilson, più prossima ad un libro di racconti che ad un disco, trova la sua materiale realizzazione nell’originalissimo artwork dell’album, curato dall’artista tedesco Hajo Müller, con immagini didascaliche che illustrano le storie che lo compongono. L’immagine di copertina coniuga abilmente le figure surreali di Redon alle creature crimsoniane di Godber, mentre il formato a mo’ di libro risponde ad una particolare esigenza di Wilson che ha affermato: “All’illustratore ho chiesto di immaginare di entrare in un vecchio negozio di libri usati, di dirigersi proprio verso l’angolo più remoto della libreria e di trovare un libro vecchio di cent’anni coperto di polvere e ragnatele. È così che volevo che sembrasse il mio disco”.

Luminol è il brano che apre l’album e narra la storia di un busker che con la sua chitarra, sempre nello stesso angolo di strada, con il sole, la pioggia o la neve, strimpella canzoni imparate da vecchi dischi graffiati. L’uomo non si cura troppo degli accordi dei brani (che interrompe per sorseggiare il suo tè) e dei versi che canta, che parlano di cose che lui non conoscerà mai.

A dare inizio al pezzo più movimentato dell’album è proprio la formidabile coppia Beggs/Minnemann, artefice di un’irresistibile ritmica circolare. Mentre Beggs si avviluppa nei suoi robusti giri metallici, Minnemann dà vita ad un pirotecnico drumming, con risultati che nell’estetica ricordano gli Yes. Govan e Holzman provano ripetutamente ad inserirsi, ma la veemenza ritmica è tale da permettere al solo flauto di Travis di incunearsi e fare strada a mellotron, chitarra e sax. La breve tregua di Minnemann lascia spazio al basso di Beggs. Siamo solo al secondo minuto e ne mancano ben dieci alla fine! La ripresa è pressoché immediata: Minnemann rientra per primo, ma stavolta il suo contributo è decisamente più libero, scollegato; Travis si mantiene su toni bassi; Holzman approfitta della situazione per una breve parentesi in cui sembra addirittura ripercorrere il miglior Fariselli. L’esplosione corale arriva solo con il definitivo ingresso di Govan, a cui Holzman fa il verso con l’hammond. Trenta secondi di apparente stasi fungono da intro al delicato canto di Wilson, supportato dai cori di Beggs e dell’ospite Jakko Jakszyk. L’atmosfera, tipicamente wilsoniana, ripercorre alcuni passaggi di “Grace For Drowning” e di “Lips Of Ashes”, soprattutto nelle soluzioni vocali adottate. Ma proprio quando tutto sembra volgere verso la melodia ecco sopraggiungere l’immancabile esplosione sinfonica di matrice crimsoniana. Anche per questo album, infatti, Steven si è servito dell’originale mellotron MKII, usato dai King Crimson per la realizzazione di “In The Court Of The Crimson King”. Govan, impegnato in un velocissimo solo e continuamente appoggiato dall’hammond di Holzman e dal sax di Travis, è l’assoluto protagonista del tiratissimo finale.

Con Drive Home I toni si ammorbidiscono ma la carica emotiva resta invariata. La solitudine e la sofferenza sono tangibili già dai primissimi accordi di chitarra. Il sottilissimo canto di Wilson, accompagnato da arpeggi cristallini e da una ritmica minimale, caratterizza l’intero brano. La forma canzone dà modo di intervallare parti più delicate a vere e proprie aperture orchestrali, eseguite dalla London Session Orchestra, con arrangiamenti curati dal canterburyano Dave Stewart. Mellotron e clarinetto acuiscono il pathos, che raggiunge livelli di puro lirismo nel solo gilmouriano di Govan a chiusura del brano.

The Holy Drinker narra la storia di un uomo che sfida il demonio in una gara di bevuta e logicamente perde e finisce dritto all’Inferno. I suoni ovviamente non possono non rispecchiare la natura luciferina del brano. Gli strumenti si inseriscono uno alla volta in una stratificazione senza fine. L’inquietante Fender Rhodes di Holzman suona molto zeuhl. La ritmica frammentata di Minnemann non offre appigli. La chitarra di Govan si aggroviglia nervosamente su se stessa. Il sax di Travis imita i synths di Holzman e viceversa. A questo inferno sonoro partecipa anche Parsons, impegnato alla haw-haw guitar. L’ingresso dell’eterea voce di Wilson riesce in parte a diradare l’atmosfera cupa e inquieta del brano, ma è solo una breve parentesi. Presto il clima ridiventa torbido, risucchiando l’ascoltatore in una spirale sonora densa e devastante, scandita dalla ritmica marziale di Minnemann e alimentata da chitarre tenebrose e angoscianti. Il finale granguignolesco rende appieno l’epilogo luciferino della improba sfida, tra sapore di beffa e odore di zolfo.

The Pin Drop ha un incipit che ricorda i Porcupine Tree più psichedelici e spaziali. I tipici arpeggi di Wilson circondano le sue inedite soluzioni vocali, sostenute dai consueti cori. L’attacco della sezione ritmica scuote il brano, ulteriormente impreziosito dai vivaci interventi di Travis al sax e dalle trame sonore di Holzman e Wilson. È un continuo alternarsi di emozioni che, nel finale,  lascia spazio all’ormai consueto assolo di Govan.

The Watchmaker racconta la storia di due anziani coniugi che, dopo cinquant’anni di vita insieme, scoprono in realtà di non essersi mai amati veramente. Il tema centrale del racconto è un rapporto basato sulla convenienza e non sull’amore, sul come certe volte sia facile stare insieme a qualcuno pur non amandolo. Una storia triste e amara che vive di rimpianti. Arrivare alla fine della propria vita e realizzare di averla passata con una persona mai amata, porta inequivocabilmente a pensare a come sarebbe potuta essere se non si fossero fatte determinate scelte.

I delicati arpeggi iniziali e la diafana voce di Wilson rievocano gli spettri vittoriani dei primi Genesis. I graduali ingressi di piano, mellotron e flauto non fanno che accentuare questa piacevole sensazione. Cori e dolci melodie si susseguono in un flusso continuo, creando un’atmosfera rarefatta e luminosa . Un espediente compositivo, questo di Wilson, che anticipa quasi sempre un imminente cambio di scena (che puntualmente arriva!). È Minnemann ad annunciarlo con un’improvvisa variazione ritmica. L’atmosfera si incupisce come nei migliori drammi crimsoniani: chitarre ruvide e disturbanti, ritmica vorticosa, mellotron e sax dissonanti (con risultati prossimi agli Opeth di “Heritage”), per un finale da brividi.

La conclusiva The Raven That Refused To Sing è la storia più intensa dell’album, che ha per tema la perdita, l’assenza. Un uomo ormai anziano non riesce ad accettare la morte della piccola sorella, avvenuta durante la loro infanzia. L’attaccamento alla sorella è tale da non permettergli relazioni con nessun’altra persona. L’uomo vive la sua esistenza, triste e solitaria, fino a quando un corvo non inizia a visitare il suo campo. L’anziano uomo identifica nel corvo la figura della piccola sorella. Riaffiora in lui il ricordo della sorella che per calmarlo dalle paure e dalle ansie gli cantava delle canzoni. È così che nell’anziano uomo inizia a balenare l’idea che se riuscirà a far cantare il corvo, avrà la prova che l’uccello incarna veramente la sua sorellina.

La commovente storia è ben illustrata dai disegni di Müller, animati da Jess Cope (già all’opera in “Drag Ropes” degli Storm Corrosion) nel video da lei diretto e prodotto. Ed è proprio agli Storm Corrosion che Wilson sembra ricollegarsi con questa ultima The Raven That Refused To Sing. Accordi drammatici ed aperture orchestrali accompagnano il canto di Steven in una sofferta litania che non sembra aver fine. Inversamente a quanto avvenuto finora, alla sofferta parte iniziale si contrappone una luminosa seconda parte, con un finale in crescendo strettamente correlato agli sviluppi narrativi. È pura poesia!

Wilson conferma ancora una volta di essere il Re Mida del prog moderno, e il suo The Raven That Refused To Sing (And Other Stories) si candida a nuovo capolavoro del progressive mondiale. Lasciamo che il tempo faccia il suo corso!

Per maggiori info: www.swhq.co.uk/

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