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Syncage – Unlike Here

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Unlike Here (2017)

Bad Elephant Music

Il 5 maggio 2017, i vicentini Syncage – composti dai fratelli Matteo Nicolin (voce solista, chitarra elettrica, live electronics), Riccardo Nicolin (batteria, percussioni, cori) e da Daniele Tarabini (basso, cori, flauto) e Matteo Graziani (tastiere, violino, cori) – giungono via Bad Elephant Music alla pubblicazione del loro primo full lenght, Unlike Here.

Realizzato in un luogo di culto completamente analogico quale è il Prosdocimi Recording Studio, alla presenza costruttiva di un produttore esperto come Mike 3rd (Pat Mastelotto, Benny Greb, Claudio Fasoli, Sainkho Namtchylak, ecc.), con mastering del losangelino Ronan Chris Murphy (Robert Fripp, Terry Bozzio, Steve Morse, ecc.), Unlike Here propone una formula che rifugge la rigida collocazione in generi. “Syncage non è metal. Syncage non è alternative. Syncage non è progressive. Queste sono le nostre radici. Syncage è la formula attraverso la quale si miscelano e fondono musica, teatro e arti visive, uno show in cui il violino incontra la chitarra elettrica”. L’area di azione, tuttavia, comprende proprio metal, progressive, jazz, alternative e le rispettive negazioni. Mondi sonori occidentali e extra-europei che dialogano, tra scontri e convivenze pacifiche (dalle flautofonie mongole agli ostinati à la Igor Stravinsky). In quest’ottica va letto l’arruolamento di un quartetto d’archi – composto da Matteo Graziani (primo violino), Sarah van Eijk (secondo violino), Michele Sguotti (viola) e Enrico Graziani (violoncello) -, come pure i contributi di Sean Lucariello (solo di tromba in Edelweiss), Fabio Ferrante (vibrafono in Edelweiss, voce in Redirect) e Beatrice Iannelli (voce in Redirect).

Scritto tra novembre 2014 e agosto 2016, Unlike Here racchiude in sé pezzi delle vite dei quattro musicisti, delle problematiche da loro affrontate, che si riflettono nella trama del distopico concept. In una città isolata, protetta da alte mura e circondata da montagne, il terreno fertile e l’isolamento favoriscono lo sviluppo di una società strutturata in quattro classi, ognuna identificata in uno specifico ruolo teatrale: gli attori inconsapevoli rappresentano la classe operaia, i maestri di moda sono gli insegnanti e la polizia, gli attori consapevoli sono i politici e infine colui che sta al di sopra di  tutti, il Regista, sorta di dittatore invisibile. Nella città vive un giovane orfano (attore inconsapevole), eletto cittadino modello dai maestri di moda, il cui compito è quello di supervisionare il processo che decide il futuro impiego di ogni neonato. Un giorno, però, un terribile terremoto scuote la città danneggiando diversi quartieri e tra questi anche quello del giovane impiegato. Insieme ad altri sfollati, l’uomo viene costretto a lasciare temporaneamente la città e a trasferirsi in un dormitorio militare al di fuori delle mura. Per la prima volta si trova esposto alla natura. Sentendone il richiamo, il giovane inizia ad esplorare in segreto i boschi viaggiando ogni giorno in una direzione diversa e rincasando solo a notte fonda. Esplorando la zona montuosa, entra in contatto con un gruppo di ribelli che non accetta le ferree regole in vigore all’interno delle mura della città. Questi gli propongono un diverso modello di vita fondato sull’onestà. Una nuova possibile alternativa di vita porta il giovane a mettere in discussione tutto ciò in cui ha sempre creduto. Sopraffatto e spaventato, l’uomo fugge dal campo dei ribelli e torna al dormitorio. Nel frattempo gli edifici danneggiati dal sisma vengono resi nuovamente agibili permettendo agli sfollati di far ritorno in città. Il giovane torna così alla sua routine e al suo lavoro presso l’ufficio del registro. Col passare dei giorni, però, il disagio aumenta sempre più. L’idea di una vita diversa, lontana dalle sue certezze, lo spinge a raccontare la sua avventura ad un collega ed ex compagno di scuola, il quale, dopo pochi giorni di titubanza, accetta di fuggire con lui dalla città ed unirsi ai ribelli. Mentre la città dorme, i due giovani si lasciano la vecchia vita alle spalle e si dirigono verso le montagne. Qui trovano solo le orme dei ribelli che nel frattempo hanno abbandonato il campo. Ansiosi, insicuri ma molto determinati, i due decidono di abbandonare una volta per tutte il rigido sistema cittadino andando incontro alla libertà e facendo perdere le loro tracce.

Il carattere distopico del concept emerge fin dai primissimi passaggi dell’opener, School. La scansione del rigoroso regolamento – imposto per plasmare un nuovo modello di società – suona come una velenosa invettiva ad un sistema scolastico che obbliga ogni studente alla fedeltà ad un Ordine Predefinito. Se le tematiche scomodano l’Huxley de “Il mondo nuovo” (“Comunità, Identità, Stabilità”), il bizzarro approccio musicale tradisce influenze zappiane. La complessa frammentazione ritmica, l’organo vintage e i soli di chitarra dissonanti, uniti alla teatralità di Matteo, tracciano i confini entro i quali si muove l’intera opera.

Uniform insiste sulla stessa linea. Pur sfoggiando un linguaggio musicale antitetico, che ne fa una ballata folk in classico british style con flauto e violino in evidenza, il brano presenta un testo che impartisce ordini di stampo militare (“Year after year / I am crafting my own mask in order to behave in the best way / as everyone should do / I’m being responsible, sensitiveand I’m committed / to the higher purpose of licking your boots”) che gettano oscure ombre sui metodi educativi autoritari.

In Still Unaware, il clima rigido e nervoso si avviluppa all’ostinato giro di chitarra – doppiato dall’organo vintage – stemperandosi poi in un vivace jazz rock. L’ingresso del malinconico pianoforte accompagna la rassegnata routine dell’uomo (“Wake everyday / and wear the uniform since I’ve become a part of the system / we must all serve / wear my own mask / I have to carry out all of what I’ve been asked to do”). Il vibrafono canterburyano prova a scaldare il pezzo, ma i crepuscolari archi non fanno altro che accrescere il senso di impotenza dell’uomo. La ripresa del tema iniziale – reso ancor più drammatico dagli ectoplasmatici inserti elettronici – sottende un finale in crescendo ad alto tasso sinfonico.

Il copione non cambia con Skyline Shift. Gli arpeggi di chitarra descrivono l’angoscia dell’uomo ormai costretto ad abbandonare le mura cittadine per trasferirsi nel dormitorio militare. L’atmosfera inquieta rievoca i Semiramis di “Dedicato a Frazz” con giochi tastieristici e ritmica articolata. Nel finale, arpeggi stratificati à la Radiohead e ruvide progressioni post-rock scortano il monologo in cui l’uomo, preoccupato di disattendere le regole dei maestri ma sedotto dall’improvvisa libertà, cede al richiamo della natura.

L’alienata ballata barrettiana Stones Can’t Handle Gravity, ingentilita dalle delicate melodie di flauto e violino, torturata da echi spaziali, assume più marcati contorni floydiani per via dei ritmati accenti acustici della chitarra, dei liquidi flussi elettrici, dell’organo solenne e dell’indolente timbrica à la Waters che a tratti si fa drammatica, disperata. Tutto è funzionale alla narrazione. Entrato in contatto con i ribelli, l’uomo si trova a dover scegliere tra la libertà e le regole che ha sempre rispettato (“Mountains are calling me, they’re asking me now to choose / all of what felt right is now holding me like poisonous glue / painful shoes on my feet, I can’t decide what to do / what is right, what is wrong?”).

Redirect scandisce il ritorno dell’uomo alla sua routine. I riff marziali sono dettati da una chitarra frippiana fratturata, scomposta, svogliata e al tempo stesso impeccabile. Il violino sbilenco, invece, tende a rimarcare le melodie degli Arti & Mestieri di “Strips”. Le parti cantate si inseriscono in un complesso impianto sonoro che contempla l’opera rock zappiana, il funk rock dei RHCP e uno psych-space rock elettronico. I dubbi esistenziali dell’uomo si materializzano con l’approssimarsi di scenari distopici nei quali si fondono la sofferta malinconia dei Radiohead e l’isteria sonora dei Muse. Il cambiamento è ormai avvenuto e i versi “I have changed / I have met my freedom and I won’t forget” sono lì a confermarlo.

La complessità ritmica e le colorate melodie di Bearing the Colour danno prova dell’estrema elasticità musicale dei Syncage e allo stesso tempo rischiarano l’alba della nuova vita che l’uomo si appresta a vivere.

Edelweiss rivela le reali ambizioni sperimentali dell’opera. Nei suoi quattordici minuti di durata, il brano snocciola il teatrale spoken di Matteo, gli spunti cameristici dell’Unlike Here String Quartet, le abrasive scansioni belewiane delle chitarre, le aperture folk del violino, il prog sinfonico old style dei Genesis, le armonie vocali degli Yes, il melodico vibrafono dei Gentle Giant, la psichedelia solare dei Motorpsycho di “Phanerothyme“, il jazz rock zappiano e gli immancabili echi floydiani.

Hunger Atones presenta i tratti di una nervosa ballata wilsoniana resa sbilenca da scherzi elettronici e bizzarrie à la Homunculus Res. La ritmica fratturata rimanda ancora una volta all’universo crimsoniano post-Red e favorisce un melting pot sonoro che raccorda organi banksiani, chitarre hackettiane e ovattate digressioni canterburyane.

Nulla in confronto alla conclusiva Unlike There. Su un tripudio di combinazioni matematico-tooliane si avvitano flautofonie mongole, archi stridenti, chitarre circolari e synth siderei. L’incedere zoppo del cantato accentua l’ansia dei due giovani fuggiaschi che man mano si stempera lasciando spazio alla determinata conquista della libertà.

Quando musica, teatro e arti visive si fondono i risultati sono questi.

Per maggiori info: SyncageFacebook

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