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Syndone – Eros & Thanatos

DefCoverokSYNDONE

Eros & Thanatos (2016)

AltrOck Productions/Fading Records

Da oltre un quarto di secolo il marchio Syndone combina la potenza ritmica, il carisma e l’energia del rock con il dinamismo, il fascino e la nobiltà della musica classica. L’ottimo riscontro ottenuto con il recente “Odysséas” e la rinnovata vena creativa spingono Nik Comoglio (tastiere, organo a canne) a ridisegnare la fisionomia della band in un anomalo sestetto che include, oltre al fidato Riccardo Ruggeri (voce, cori, vocoder, chitarra 12 corde, chitarra acustica, testi), anche i “nuovi arrivati” Marta Caldara (vibrafono, piano, Mellotron), Gigi Rivetti (piano, Hammond, Moog, piano elettrico, Clavinet), Maurino Dellacqua (basso, basso fretless, Taurus bass) e Martino Malacrida (batteria, percussioni).

La fortunata stagione live scaturita da “Odysséas” ha consolidato la formazione torinese proiettandola in una nuova avventura. Il 22 marzo 2016, infatti, viene pubblicato da AltrOCk Productions/Fading Records Eros & Thanatos, sesto album in studio e testimonianza della continua evoluzione della band anche in campo discografico. Il vocalist Riccardo Ruggeri si cimenta in una avvincente rilettura del Cantico dei Cantici“Il viaggio dell’essere umano tra le tensioni, le passioni e le emozioni è qualcosa di profondamente affascinante. Quando questi elementi si fondono con la scienza, la ricerca, l’etnomusicologia, la storia di territori violentati da millenni da guerre di religione, il cocktail diventa letale, e ci sono rimasto. Per un anno e mezzo ho letto confusamente il Cantico e materiali collegati rintracciati tra la rete e le biblioteche. Ho incamerato immagini, il punto di vista di Guido Ceronetti, esperienze di vita in parallelo, e ho lasciato che questa borsa esplodesse sulla musica di Nik. È stato appassionante, e risentire ora mi appassiona altrettanto”.

Abili nell’unire la continuità stilistica con il perfezionamento e l’aggiunta di elementi nuovi, i Syndone di Eros & Thanatos hanno qualcosa in più, come sottolinea Comoglio: “La più importante differenza rispetto a “Odysséas” è che ora finalmente si “sente la band”. Grazie ai concerti la line-up si è talmente consolidata da dare un valore aggiunto di unità e stile al nuovo lavoro, che ne è risultato più coeso. Poi l’orchestra, che ha aperto a nuove sonorità più potenti ed interessanti, il cantato arabo ed ebraico, che sottolinea la derivazione dal Cantico dei Cantici. Infine i due special guest…”. Se in “Odysséas” erano Marco Minnemann e John Hackett, in Eros & Thanatos ci sono un gradito ritorno e una straordinaria presenza: Ray Thomas, cantante e flautista dei leggendari Moody Blues che torna in casa Syndone a quattro anni da “La Bella è la Bestia”, e l’amatissimo ex chitarrista dei Genesis, Steve Hackett. “È la prima volta che in un disco dei Syndone c’è la chitarra elettrica! Quando fondai la band – prosegue Comoglio – pensai che se mai avessi dovuto inserire un’elettrica, sarebbe stata suonata solo da Steve Hackett, che consideravo e tuttora considero uno dei migliori chitarristi al mondo per gusto melodico, suono e capacità di fondersi con il tessuto timbrico della situazione in cui è coinvolto”.

Completano la squadra: Tony De Gruttola (chitarra acustica), Pino Russo (chitarra classica, oud) e la Puntorec String Orchestra, diretta dal Maestro Fabio Gurian.

Il concept dell’album è illustrato nelle note di copertina dall’esauriente presentazione di Franco Vassia: “Mentre Thanatos – il pauroso scheletro armato di una grande falce – è “il cuore di ferro, visceri di piombo e ali di pipistrello che gli permettono di passare da un polo all’altro della Terra e insensibile a sentimenti di pietra”, Eros è “l’insidiatore dei belli e dei buoni: coraggioso, audace, impetuoso, straordinario cacciatore e incantatore, sempre intento a tramare intrighi”. Tra loro il “Cantico dei Cantici” di Re Salomone, il “gioiello della Bibbia”, una delle più belle dichiarazioni  d’amore che siano mai state scritte: “Come sei bella, amica mia, come sei bella! I tuoi occhi sono colombe. Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso! Anche il nostro letto è verdeggiante. Le travi della nostra casa sono i cedri, nostro soffitto sono i cipressi”.

Ad aprire l’album sono le sovrapposizioni vocali di Frammento, trasfigurate dal filtro robotico del vocoder, che presto lasciano il posto al vorticoso strumentale Area 51. Il richiamo del titolo alla segretissima base militare statunitense (nota per l’attenzione ad essa dedicata da molti ufologi e cospirazionisti) è un pretesto per giustificare le “aliene” sfuriate di Hammond e Moog che, unite al dinamico drumming di Malacrida, riportano alle danze balcanico-mediterranee di Area International POPular Group.

Nell’acquerello acustico Terra che brucia rivivono le arie immaginifiche di “Orfeo 9”, qui ricreate dalla chitarra acustica e dai flautati passaggi del Mellotron. Al giro di boa l’atmosfera si tinge di nero: la ritmica si fa più marcata facilitando le alterne svisate di Hammond e Moog, mentre l’orchestra d’archi aggiunge pathos all’espressiva performance vocale di  Ruggeri, chiusa tra l’intenso ed etereo Sorrenti di “Aria” e il più aggressivo Calandriello di “La notte anche di giorno“.

L’apertura classica de Gli spiriti dei campi è per soli pianoforte, orchestra d’archi e voce. Repentinamente, però, il brano assume i contorni di un movimentato jazz rock sostenuto da una ritmica ostinata e da frenetici “topi nel piano”, mentre le serene note del vibrafono aggiungono calde sfumature canterburyane. L’andatura arabeggiante degli archi si fa progressivamente inquieta spingendo Ruggeri dapprima su registri hard e successivamente, nel definitivo ritorno al tema iniziale, su liquidi vocalizzi à la Yorke.

Qinah (lamento funebre in ebraico) attinge a piene mani dal jazz rock mediterraneo degli Area: le intense vibrazioni dell’Hammond, la ritmica slegata, il cantato di Ruggeri palesemente ispirato a Stratos e i nervosi arabeschi dell’oud, rimandano a “1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!”. Nel fitto fraseggio tra tastiere, pianoforte e Moog, invece, riaffiora la vivace PFM di “Dove… quando… (parte II)” .

Un malinconico pianoforte accompagna il canto sofferto di Ruggeri nella bellissima parentesi iniziale di Duro come la morte. Il conflitto tra Amore e Morte, come da copione, si consuma nell’improvvisa virata elettrica annunciata dal ruvido grido del vocalist, marcata dalla mutevole ritmica di Malacrida e maturata nella sinfonica fuga banksiana di Comoglio e Rivetti. A smussare le asperità ci provano i cristallini spunti jazzy del vibrafono della Caldrara e le sinuose pulsioni del basso di Dellacqua, seguiti dalla dolente orchestra d’archi nella coda finale.

Alla sinistra del mio petto è un’elegante ballata per pianoforte, basso fretless e voce, che trova forma compiuta nei versi poetici, nella volubile ma sempre espressiva performance di Ruggeri e nei drammatici inserti d’archi.

Con la ritmata Fahra le melodie mediterranee della band mostrano un più deciso carattere etnico. Le metalliche chitarre acustiche, le percussioni vibranti e il basso morbido e corposo, conferiscono al brano screziature mediorientali che ben si prestano a veicolare il gioioso inno arabo di Ruggeri.

L’urlo nelle ossa è un’intima ballata acustica che la calda voce di Ruggeri colma di poetica leggerezza con versi intrisi di puro romanticismo. La crescente tensione emotiva è cullata dalle liriche melodie degli archi, dal pianoforte classico e dal flauto magico di Thomas. I tenebrosi affondi degli strumentisti, uniti ai tormentati passaggi orchestrali, aprono scenari gotici che rafforzano la cifra cinematografica della musica della formazione torinese.

Nel remake di Bambole (brano tratto dall’album “Inca”) si riescono ancora ad apprezzare le influenze di Emerson, Lake & Palmer nella definizione dell’originario sound dei Syndone. La dinamica struttura rock e l’incalzante groove condizionano l’andatura del brano fino all’elegante digressione jazz che di fatto dà inizio all’infuocata fuga sinfonica conclusiva.

Cielo di fuoco chiude l’album confermando le istanze sinfonico-progressive della band che qui allarga ulteriormente il proprio spettro sonoro all’inconfondibile chitarra di Hackett. Lo strappo alla regola dei Syndone viene ampiamente ripagato dal maestoso contributo di Steve che aggiunge preziose sfumature alle melodie, al groove, al pathos e alle atmosfere cangianti di Eros & Thanatos.

Per maggiori info: Syndone | facebook



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