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Tarsi Paolo – Furniture music for new primitives

paolo-tarsi-2015-furniture-music-for-new-primitivesPAOLO TARSI

Furniture music for new primitives (2015)

Cramps Music / Rara Records

Furniture music for new primitives (musica d’arredamento per nuovi primitivi) è il titolo del nuovo album del musicista e compositore Paolo Tarsi, pubblicato per la collana POPtraits Contemporary Music Collection di Cramps Music e l’etichetta Rara Records il 5 febbraio 2015, data in cui si è chiuso il centenario dalla nascita di William S. Burroughs. Il concept dell’album, infatti, ruota attorno al romanzo “Le città della notte rossa” (1981), punto di riferimento sul piano formale per costruire i capitoli di questo lavoro e primo volume della trilogia dello scrittore Beat che comprende anche “Strade morte” e “Terre occidentali”.

Per il titolo l’album prende spunto in parte dalla traduzione in inglese di musique d’amaublement, l’espressione coniata da Erik Satie per definire l’ultima fase della sua produzione, anticipatrice concettualmente dell’ambient music di Brian Eno. Ma non solo. È al tempo stesso specchio e metafora di un mondo, quello in cui viviamo, completamente saturo di segnali e modi di comunicare, popolato da creature virtuali che sembrano muoversi come dei nuovi primitivi di fronte alle possibilità tecnologiche del XXI secolo.

L’artwork dell’album è frutto della collaborazione con l’artista Luca Domeneghetti, il grande fotografo Roberto Masotti (Cramps, ECM) e il compositore, regista e artista visivo Roberto Paci Dalò. Le immagini di copertina, realizzate con la tecnica del collage, tradiscono non solo l’influenza neodadaista dei capolavori realizzati da Gianni Sassi per la Cramps (“Maledetti (Maudits)” e “Arbeit macht frei” degli Area su tutti), ma anche l’estetica del Nouveau Réalisme, con il ricorso al décollage tanto caro a Mimmo Rotella. Non mancano, inoltre, richiami al cinema underground italiano degli anni ’60/’70, a John Cage, Brian Eno, Federico Fellini, The Velvet Underground e, ovviamente, William S. Burroughs.

Composto interamente da brani di Paolo Tarsi (Hammond, Farfisa), l’album è un ritorno alle origini del minimalismo e vede dialogare tra loro musica contemporanea, rock sperimentale e improvvisazione in un percorso arricchito dalla presenza di tantissimi ospiti: Roberto Paci Dalò al clarinetto basso; il polistrumentista Enrico Gabrielli (ex Afterhours, Der Maurer, Calibro 35, Mariposa) al sax tenore; il percussionista e ricercatore musicale Sebastiano De Gennaro (Luci della Centrale Elettrica, Baustelle) al vibrafono; Diego Donati alla chitarra elettrica; i Junkfood 4tet Paolo Raineri (tromba, effetti), Michelangelo Vanni (chitarra elettrica, effetti), Simone Calderoni (basso elettrico, effetti) e Simone Cavina (batteria, effetti); Gianni Giudici al piano elettrico, Michele Selva al sax tenore, Paolo Tofani (membro storico di Area – International POPular Group) alla trikanta veena, il Quartetto Maurice con Georgia Privitera (violino), Laura Bertolino (violino), Francesco Vernero (viola) e Aline Privitera (violoncello).

L’album si apre con l’atmosfera cinematografica di Dreamtime, resa tenebrosa dalle vibranti note del clarinetto basso di Paci Dalò e dall’ectoplasmatica presenza dell’Hammond del titolare. L’alone di mistero che avvolge l’incedere incerto del brano disegna oscuri scenari metafisici degni del miglior noir d’autore.

Segue Cluster #2, brano dedicato a Richard Wright dei Pink Floyd e virtualmente connesso alla strumentale opener di “The Division Bell”. Composto appositamente per il duo Gabrielli/De Gennaro, il brano poggia sulle dilatate folate del sax tenore di Enrico e sui soavi tocchi del vibrafono di Sebastiano. A catalizzare l’attenzione, tuttavia, sono le inafferrabili traiettorie aeree tracciate dalla chitarra di Donati e le tremolanti trame psichedeliche ordite dall’Hammond di Tarsi.

Electric Sakuhin vede l’intera formazione dei Junkfood 4tet impegnata nella creazione di un ipnotico e continuo flusso sonoro dai rarefatti respiri post-rock. Le discontinue scansioni ritmiche disegnano geometrie sghembe nelle quali si incastrano riverberi metallici, tremori elettrici, rumorismo industrial e divagazioni elettroniche psych-space. La matrice sperimentale del pezzo si apprezza ancor più negli slanci free, avant jazz, evidenziati dalla macchinosa trasfigurazione della tromba di Raineri, che, come nell’omonimo album del progetto Komara, muta le crepuscolari ventate iniziali in straziate grida metropolitane.

In the total animal soup of time (an index of secrets) è, invece, un cut-up musicale ispirato al poema “Howl” di Allen Ginsberg in cui sono riassemblati, punctus contra punctum, frammenti tematici tratti da “I.G.Y. (What a Beautiful World)” di Donald Fagen e dalle “Variazioni Enigma” di Edward Elgar. Altri omaggi sono rivolti a figure dell’arte contemporanea quali Paolo Cotani, Tullio Pericoli, Marco Tirelli e Roy Lichtenstein. Le nebulose melodie dell’organo di Tarsi e del piano elettrico di Giudici, impreziosite dai giochi elettronici di Vanni, conducono l’ascoltatore in una dimensione onirica dove l’unico appiglio concreto è dato dalle oscure e sinistre vibrazioni del clarinetto basso di Paci Dalò.

Una fumosa coltre metafisica avvolge A lenta percezione, addensandosi minacciosa sui labili passaggi di Tarsi all’Hammond per poi diradarsi alle dilatate incursioni del sax tenore di Gabrielli e confluire, senza soluzione di continuità, nel tema della successiva The melody haunts my reverie. Qui è il sax tenore di Selva a dar corda alla tenebrosa litania avviata del Farfisa di Paolo.

Ispirata a un’opera di Antoine Pevsner, Construction dans l’espace et le silence si sedimenta sulle scostanti stratificazioni prodotte dalla trikanta veena di Paolo Tofani e dai sinistri archi del Quartetto Maurice, disturbate dalle interferenze elettroniche di Paci Dalò.

L’opera termina con la declamazione neodadaista di Minutes to Go, nella quale la voce registrata di William S. Burroghs risuona tra futuristici rumori elettronici e l’incisiva citazione “Niente è vero. Tutto è permesso”, regola attorno alla quale ruota “Le città della notte rossa”. Al pari del romanzo di Burroughs, Furniture music for new primitives fugge da qualsiasi logicità per perdersi nell’universo unico e inimitabile delle fantasie del suo autore.

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