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The Colour of Change – La genesi dell’esordio discografico dei The Forty Days

The Colour of Change – La genesi dell’esordio discografico dei The Forty DaysPer parlare della genesi di The Colour of Change, bisogna andare indietro al novembre 2014. La band era nata a fine giugno per divertimento, per suonare cover rock/blues anni ‘70 in occasione di qualche festa all’aperto estiva. Tra la prima prova e il primo live c’erano circa 40 giorni, da qui la geniale idea di chiamarci The Forty Days (oltretutto all’inizio scritto in maniera sbagliata, The Fourty Days).

In quel momento il gruppo era il risultato dell’unione tra un trio che aveva fatto parte di una poco duratura tribute band dei Pink Floyd, ovvero Giancarlo Padula alla voce, Andrea Lucchese alla batteria e il sottoscritto Dario Vignale alla chitarra, e un bassista decisamente rock, il mio amico Dario Masiello.

A inizio novembre Dario Masiello parte per l’Australia e a quel punto dobbiamo decidere cosa fare. Ricordandoci che Giancarlo se la cavava anche con la tastiera, lo convinciamo a portare la sua malandata Gem da piano-bar per provare a inventare qualcosa nell’attesa di un nuovo bassista.

Così nasce tutto, con il trio arrivato dalla tribute ai Pink Floyd che cerca di creare qualcosa di simile a quel tipo di atmosfere: nessuno di noi aveva mai fatto parte di gruppi con brani inediti, la novità era totale.

I pezzi vengono fuori pian piano, così come nel corso del tempo si definisce la line-up del gruppo: verso Natale 2014 arriva Massimo Valloni al basso e, dopo la partenza di Andrea Lucchese per l’Inghilterra, nell’estate 2015 arriva alla batteria Giorgio Morreale.

Le canzoni, quindi, sono nate lungo il 2015 e il 2016 e il procedimento di scrittura si è delineato naturalmente: le idee musicali arrivano quasi sempre dagli strumenti armonici del gruppo, chitarra e tastiera, per poi essere rifinite collettivamente in sala prove. Ognuno è libero di creare l’arrangiamento del proprio strumento, per portare le proprie influenze e cercare di dare un tocco unico al brano.

Per quanto riguarda i testi, inizialmente buio totale. Nessuno aveva mai scritto. Mi sono improvvisato paroliere, rendendomi conto che in inglese qualche parola di fila riuscivo a metterla e soprattutto iniziavo ad avere chiaro cosa scrivere. Infatti, l’idea, nata e condivisa da tutta la band, era quella di raccontare in modo anche un po’ autobiografico i pensieri, le insicurezze e i tormenti di un ragazzo alle porte dei 30 anni in questo momento storico, ad esempio l’università che non finisce, il lavoro che manca, l’instabilità nei rapporti con gli altri. Tutto questo, poi, porta dietro sé altri problemi supplementari: insicurezza, perdita di fiducia in sé stessi, ma allo stesso tempo voglia di cambiamento, speranza che tutto riparta da capo.

The Colour of Change si può così definire un concept album: non ha un vero e proprio filo narrativo, ma racconta un certo periodo della vita attraverso molteplici punti di vista.

Analizzandolo brano per brano:

  • Looking for a change parla della voglia di cambiamento da una situazione in cui non c’è modo di trovare stabilità, e bisogna lottare ogni giorno per mantenere fiducia in sé stessi;
  • Uneasy Dream è l’unico pezzo strumentale che può essere riconducibile a una tipica nottata di pensieri, in cui ci si rigira nel letto combattendo i pensieri negativi. Una buona parte del pezzo è una sorta di tributo ai Calibro 35, e data l’atmosfera del pezzo inizialmente si intitolava “Romanzo Criminale”;
  • The Garden parla in maniera metaforica del dispiacere dato dalla partenza degli amici che cercano fortuna all’estero, perché in Italia non riescono a trovare la loro strada. Noi ne sappiamo qualcosa…;
  • Homeless parla sempre per metafore della mancanza di fiducia in sé stessi, quando tutte le cose che pensavi fossero la base del tuo futuro iniziano a sgretolarsi e non senti più il sostegno di chi ti sta vicino: “senza casa” si traduce in “senza autostima”, “senza futuro”;
  • John’s Pool parla invece di un ragazzo, John, a cui piace autocommiserarsi, sentirsi una vittima e farsi sopraffare dalla tristezza. In realtà, si scopre invece che a John semplicemente tutto questo piace. Piccola nota a parte, questo pezzo contiene in una frase il titolo dell’album: “The Colour of Change, is something I can’t recognize in this confused rainbow…”;
  • Restart parla anch’essa della voglia di ripartire, affidandosi a una musa ispiratrice per uscire dai problemi: nel nostro caso, la Musica;
  • Four years in a while racconta infine della storia di un ragazzo e una ragazza, fidanzati da quattro anni, che al momento di andare a vivere da soli riescono a frantumare il loro bellissimo rapporto a causa di famiglie troppo invadenti.

Si è deciso di entrare in studio nel gennaio 2017, dopo un 2016 contraddistinto da una serie di concerti e dalla soddisfazione data dall’impatto che i nostri pezzi avevano avuto sul pubblico che non ci conosceva.

L’album è stato quindi registrato nel nuovissimo studio di un ragazzo presentatoci da amici comuni, Edoardo Magoni. Lo studio si chiama Indiependente, e si trova a Putignano, frazione di Pisa. La collaborazione con Edoardo è stata incredibile, perché oltre a diventare amici, abbiamo beneficiato delle sue grandi capacità di fonico e arrangiatore: oltre a definire assieme il sound generale dell’album, ci ha aiutato nelle singole parti tirando fuori idee veramente interessanti. Lui ha eseguito anche mixaggio e mastering, prendendo come riferimento il sound di alcuni dischi di metà/fine anni ‘70, tra cui “Animals” dei Pink Floyd che è sicuramente uno dei nostri preferiti.

Dal canto nostro, abbiamo potuto giocare con tutta una serie di plugin e simulatori che ci hanno aperto molte possibilità sonore. Particolarmente apprezzati sono stati il simulatore di hammond, di leslie (anche sulla chitarra) e i riverberi con modulazione. Per il resto abbiamo usato in gran parte la nostra strumentazione personale, tranne l’amplificatore per chitarra che mi è stato prestato dall’amico Fulvio Gadducci: un Hiwatt Custom 50. Mi è piaciuto talmente tanto che dopo le registrazioni sono stato costretto a comprarmene uno, con poca gioia delle mie tasche.

Una volta terminato l’album, abbiamo provato a proporlo a delle etichette discografiche indipendenti specializzate in musica progressive. Purtroppo non abbamo avuto a disposizione per molto tempo un mixaggio o un mastering definitivo, quindi abbiamo proposto versioni abbastanza provvisorie. Per fortuna, Loris Furlan della Lizard Records ha creduto in noi e ci ha preso nella sua scuderia.

Infine, due parole sulla grafica del disco: la copertina è stata realizzata da un amico di Giancarlo e Giorgio, un giovane disegnatore chiamato Matteo Di Giacomo. Raffigura un ragazzo che suona nella confusione della sua stanza, davanti a una finestra: nonostante tutti i suoi tormenti, riesce a liberare la mente suonando. La Musica è la via di uscita da tutti i problemi e può essere identificata con la ragazza sul retro del disco. Il font e il colore del nome del gruppo volutamente sdrammatizzano il tutto: alla fine i problemi veri della vita sono ben altri.

Le foto nel booklet le ha scattate la bravissima fotografa Laura Messina, in una giornata di fortissimo libeccio, dove i nostri strumenti sono stati assaliti da sabbia e salmastro. Tutto quanto è stato messo insieme con infinita pazienza da Giancarlo.

Direi che non c’è altro da aggiungere, il nostro primo viaggio è ormai iniziato.

Se ci avessero detto individualmente tre anni fa che saremmo arrivati oggi a parlare di questo disco probabilmente avremmo riso increduli. Invece eccoci qua, e non possiamo fare altro che augurarvi buon ascolto!

Dario Vignale – The Forty Days, ottobre 2017

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