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Flower Kings, The – Banks Of Eden

THE FLOWER KINGS

Banks Of Eden (2012)

Inside Out

 

Il 18 giugno 2012, dopo cinque lunghi anni di assenza, tornano i Flower Kings con la pubblicazione del loro dodicesimo album in studio, Banks Of Eden. Una lunga pausa che, complici anche i numerosi progetti paralleli che tengono impegnati quasi tutti i componenti della band (Transatlantic, Karmakanic, Agents Of Mercy, ecc.), risulta alquanto insolita nella ormai ventennale carriera della compagine svedese. Infatti, dal 1994 al 2007, i Flower Kings hanno pubblicato in rapida successione circa un disco all’anno. In questi cinque anni di silenzio da “The Sum Of No Evil”, molte voci si sono rincorse e, soprattutto tra i detrattori della band, in più di un’occasione li si è dati per spacciati. Roine Stolt e compagni, invece, hanno utilizzato questa pausa per ridisegnare il progetto The Flower Kings, affrontando l’ennesimo avvicendamento alla batteria e apportando le dovute innovazioni all’ormai troppo inflazionata proposta musicale.

Dopo il recente restyling i Flower Kings si presentano con: Roine Stolt, chitarra, voce, tastiere, basso; Hasse Fröberg, voce, chitarra; Tomas Bodin, tastiere; Jonas Reingold, basso; e il giovane Felix Lehrmann, batteria.

Per scrollarsi di dosso le antipatiche etichette riguardanti l’eccessiva complessità e prolissità della loro musica, i Flower Kings hanno deciso di orientare questo Banks Of Eden verso una maggiore semplicità e immediatezza compositiva. Questo almeno in teoria. Ma nella pratica? Beh, nella pratica di certo non aiuta sapere che l’apertura del disco è affidata ad una suite di venticinque minuti.

La mastodontica Numbers, infatti, rischia di intimorire anche i proggers più convinti. Bastano però pochi passaggi per apprezzare la leggerezza e la solarità del sound tipico dei Flower Kings. Non vi spaventi l’eccessiva durata del brano perché tutto scorre con grande facilità, merito anche dei repentini cambi di tempo e di tema. Alle solari atmosfere beatlesiane si contrappongono momenti più drammatici che non disdegnano soluzioni insolitamente oscure e crimsoniane. Molto curati gli interventi vocali che, seppur con timbri differenti, si avvicinano molto alla coralità degli Yes e alla delicatezza di Tim Bowness.

A ruota segue For The Love Of Gold che rimarca, ancor più della suite iniziale, i punti salienti del sound di Stolt e compagni. Sono sempre le armonie vocali alla Yes a dominare uno scenario allegro e solare. Un certo mood scandinavo caratterizza i passaggi più freschi e colorati, tanto che, in più di un’occasione, sembra di ascoltare i Motorpsycho di “Phanerothyme”.

Con Pandemonium si cambia scena. La band dà prova di maggior robustezza del suono, recuperando la miglior tradizione sinfonica di Genesis e King Crimson. La ritmicità dell’hammond è figlia del Tony Banks di “Watcher Of The Skies”, mentre l’inquietante voce robotica e filtrata sembra quella di Gordon Huskell in “Lizard”. Le chitarre di Stolt e Fröberg si fanno più pesanti, contribuendo ad offuscare le già cupe atmosfere: soluzioni alquanto insolite nella produzione della band svedese.

For Those About To Drown, come il brano precedente, si muove su coordinate crimsoniane, evidenti soprattutto nelle circolari e ipnotiche parti cantate e nelle asperità chitarristiche. Il suono lentamente vira verso lidi più moderni con ritmiche lente e accordi sempre più liquidi.

Chiude l’album Rising The Imperial. Brano sicuramente più convenzionale con chitarre, tastiere vintage e batteria in evidenza. Stolt sfrutta la maggiore linearità del brano per sfoderare un testo che ha come tema la profonda crisi della società contemporanea (dall’economia alla cultura, fino all’ambiente). Un chiaro invito ad abbandonare velleità materiali per la creazione di un mondo migliore.

Banks Of Eden, tuttavia, non finisce qua. All’edizione standard, infatti, viene affiancata una versione limitata con bonus disc e quattro ulteriori tracce che, pur non aggiungendo nulla di nuovo all’opera, faranno felici i fan della prima ora e (si spera) i nuovi adepti. I quattro brani hanno una struttura semplice e un più alto grado di digeribilità. In Fireghosts, Going Up e nello strumentale Illuminati si avvertono echi dei Pink Floyd di “The Division Bell”, mentre nella conclusiva Lo Lines sono le atmosfere hard rock degli ultimi Uriah Heep a risaltare maggiormente.

Nel complesso Banks Of Eden è un lavoro ispirato e soprattutto ben suonato, che mostra la volontà dei Flower Kings di superare i limiti del loro tradizionale sound a favore di soluzioni più semplici e leggere.

Per maggiori info:

www.flowerkings.se

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