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Nerve Institute, The – Fictions

The Nerve Institute (2015) FictionsTHE NERVE INSTITUTE

Fictions (2015)

AltrOck Productions

The Nerve Institute è il progetto dietro al quale si cela il compositore e polistrumentista statunitense Michael S. Judge, da anni attivo in ambito musicale con diversi moniker. Il 31 gennaio 2015 vede la luce Fictions, seconda release del progetto su AltrOck dopo “Architects of Flesh-Density” ed ennesima avventura in solitaria di Judge. L’opera è caratterizzata da una grande varietà di mood e colori in grado di catturare l’interesse degli amanti del genere. A Judge (chitarre, basso, batteria, percussioni, tastiere, banjo, mandolino, voce) il compito di scrivere, cantare, suonare e produrre l’intero materiale dell’album, nel quale si evidenziano le sue notevoli capacità nell’incorporare melodie all’interno delle sue intricate composizioni. Da segnalare anche la presenza di un ospite d’eccezione come Jacob Holm-Lupo (White Willow, The Opium Cartel), qui in qualità di chitarrista, tastierista e coautore di un brano. Paolo “Ske” Botta, invece, è presente in veste di grafico: è sua la rielaborazione digitale del dipinto di Hieronymus Bosch, “Estrazione della pietra della follia”, che campeggia al centro della copertina.

L’album è aperto da The Confidence-Man, ovattato brano psych folk caratterizzato da chitarre rotonde e arpeggi cristallini e ornato da curiosi effetti acquatico-spaziali. Il frenetico ma misurato drumming ben si presta a scandire l’insolito mood mediterraneo di chitarra e mandolino, mentre percussioni tribali e sinistri suoni elettronici risucchiano l’ascoltatore in un denso e nebuloso buco nero.

Le reminescenze punk del giovane Judge riaffiorano in City of Narrows modificando la ritmata struttura folk del brano in una tirata cavalcata apocalittica. Il cantato pacato e monocorde del titolare stride volutamente con le rasoiate elettriche della sua chitarra e con le ipnotiche tastiere di Holm-Lupo.

Nella dualistica Knives of Winter/Coronation Day coesistono sonorità industrial, voci robotiche, complesse trame chitarristiche e ritmiche scomposte che determinano la continua alternanza tra passaggi più strutturati e attimi di apparente stasi. Su marcette circensi e ritmiche marziali, invece, prende forma un particolarissimo epilogo avant-prog.

Le sognanti atmosfere psichedeliche di Whistling Wire sottendono inaspettate sviluppi hard prog che in qualche modo chiariscono il ruolo chiave ricoperto dalle chitarre nell’economia dell’opera. Ulteriore conferma di ciò viene data nella successiva Knives of Summer, dove ripetute spire chitarristiche e ritmiche fratturate chiamano in causa l’arte frippiana.

In Rayuela l’iniziale andatura spagnoleggiante si perde presto nel più classico suono canterburyano: le morbide trame dei piani elettrici e la calda chitarra rimarcano le stesse sfumature grigio-rosa dei migliori Caravan, con il serafico timbro di Michael a fare il verso a Richard Sinclair. Non mancano nemmeno affondi chitarristici taglienti e cupe soluzioni mellotroniche che rendono l’atmosfera più instabile e inquieta.

Proprio su questo sentiero si incammina With Joy We Espy the Sarcophagus, tra riverberi ectoplasmatici e suoni tremolanti. Il tono di voce di Judge è volutamente sottomesso all’ininterrotto flusso sonoro che man mano assume i contorni del folk cinematico dei primi Odawas. Ma a fare la differenza sono ancora una volta: l’approccio crimsoniano della chitarra, il sapore acido del piano elettrico e il drumming dinamico e slegato, elementi che caratterizzano anche la successiva Grimoire, scritta in collaborazione con Holm-Lupo. Proprio la bizzarria belewiana del chitarrista norvegese irrompe con improvvisi lampi che riflettono lungo tutta la composizione esaltando i continui cambi ritmici.

Abrazo y caminando, come suggerisce il titolo stesso, ritorna su atmosfere latine con chitarre a tratti andine e scansioni ritmiche che fanno emergere le più classiche figure del tango. Nella seconda parte una breve deflagrazione chitarristica crea un attimo di smarrimento, ma l’ovattata voce di Michael ne smorza ogni velleità ripiegando velocemente sul tema principale.

La conclusiva Docile Bodies/In the Leprosarium è anche la traccia più lunga ed articolata dell’album. L’ampio impiego di piani elettrici, Mellotron ed effetti indirizza la composizione su coordinate psichedeliche largamente arricchite da oscure divagazioni sinfoniche, parentesi space e immancabili sfumature canterburyane. Nella centrale digressione jazz rock un ruolo di primaria importanza è ricoperto dalla chitarra, mentre riverberi, effetti e interferenze vocali captati nell’epilogo aprono insoliti scenari krauti.

Fictions è senz’ombra di dubbio un lavoro mutevole, interessante, con spunti che abbracciano un po’ tutti i generi musicali affrontati dall’autore nell’arco della sua attività artistica. Certo non è un lavoro immediato, ma questo gioca a favore del fruitore che ad ogni ascolto avrà modo di scoprire nuovi aspetti.

Per maggiori info: facebook

Per ascoltare e/o acquistare l’album: bandcamp

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