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Samurai Of Prog, The – The Imperial Hotel

The Samurai Of Prog (2014) The Imperial HotelTHE SAMURAI OF PROG

The Imperial Hotel (2014)

Seacrest Oy

Dopo “Undercover” e “Secrets of Disguise”, i primi due lavori composti prevalentemente da cover di classici brani prog, il 20 luglio 2014 vede la luce il terzo album in studio del progetto The Samurai Of Prog, The Imperial Hotel. L’opera segna una decisiva svolta per i titolari del marchio, Marco Bernard (basso), Kimmo Pörsti (batteria, percussioni) e Steve Unruh (voce, chitarre, violino, flauto), per la prima volta interessati a proporre materiale proprio. Consapevoli di avere dalla loro parte un sound originale e ben rodato, ma intenti a superarsi, Bernard, Pörsti e Unruh decidono di avvalersi dell’aiuto di alcuni amici tastieristi per la scrittura dei brani. La scelta ricade su: Robert Webb degli England (tastiere, voce), Octavio Stampalia dei Jinetes Negros (tastiere, cori), Linus Kåse degli Änglagård (mellotron, cori) e David Myers dei The Musical Box (piano). Esentati dal compito: Kamran Alan Shikoh dei Glass Hammer (chitarra elettrica, chitarra acustica), Yoshihisa Shimizu dei Kenso (chitarre, synth), Johan Öijen (chitarra elettrica), Kristofer Eng (chitarre), Andrew Marshall (Moog Taurus), Maria Kvist (armonie vocali) e Martin Henderson (cori).

The Imperial Hotel prende il titolo dall’omonima suite registrata nel 1975 dagli England di Webb ma pubblicata solo nel 2006, anno in cui il gruppo si è ricomposto per alcune date giapponesi al Club Città di Tokyo. Rivisitata per intero nei suoi ventotto minuti di durata, la suite funge da ipotetico perno attorno al quale si muove l’intero album, il cui campo d’azione resta comunque quello battuto dai grandi nomi del prog sinfonico classico (Genesis, Yes e Gentle Giant su tutti).

L’esplicito richiamo al classicismo è ulteriormente enfatizzato dall’esclusivo packaging, che rievoca nel formato i “vecchi” LP, e dall’elegante artwork realizzato da Ed Unitsky. Le illustrazioni in stile retrò, spesso virate in seppia o segnate da una particolarissima craquelure, mostrano l’interno dell’Imperial Hotel con le sue finiture di pregio, l’arredo ricercato e la nobile clientela. La patina del tempo non riesce a velare la bellezza delle giovani dame d’inizio Novecento che affollano le pagine del booklet, un particolare questo tutt’altro che secondario se relazionato all’operazione di “recupero” e di nuova scrittura dei temi musicali.

Ad aprire le porte dell’Imperial Hotel è After the Echoes, brano vivace ed avvincente nato dalla penna di Octavio Stampalia. Il piano cristallino dell’autore abbozza il tema con estrema raffinatezza lasciando vagamente presagire l’atmosfera briosa che caratterizzerà l’intera composizione. A rispondere per le rime sono la veloce chitarra di Öijen e il flauto di Unruh, sostenuti dalla precisissima ritmica di Bernard e Pörsti. La voce sottile ed acuta di Steve non lascia spazio ad equivoci: le sue ascendenze sono da ascriversi al magico quadrato progressivo “Anderson/Yes/Davison/Glass Hammer”. Stampalia dal canto suo non disdegna divagazioni sinfonico-romantiche che, specie nella seconda parte, si alternano alle eccellenti trame vocali intessute con Unruh prima della piacevolissima coda finale per soli piano e violino.

Segue Limoncello, pezzo firmato da Robert Webb e recentemente incluso nel suo nuovo album “Liquorish Allsorts”. Nel brano si distinguono tre diverse sezioni: la prima è contraddistinta dal particolare lavoro “ritmico” di Webb che, incrociando Hammond e Clavinet, recupera un’idea nata nel 1977 ai tempi degli England; la seconda si muove su particolari figure ritmiche, mentre l’ultima è una dinamica parentesi pseudo barocca nella quale, oltre alle tastiere di Webb, si fanno apprezzare  anche il violino di Unruh e la chitarra di Shimizu. Il brano è stato composto su esplicita richiesta di Bernard per l’ambizioso progetto musicale dedicato al capolavoro di Boccaccio, “Decameron – Ten days in 100 novellas – Part II”. Questa versione, tuttavia, presenta un diverso missaggio curato da Pörsti.

La breve Victoria’s Summer Home appartiene alla collezione di piccole gemme classiche che Myers col suo pianoforte abitualmente incastona in ogni nuova opera del Samurai. Come per i due precedenti casi (“Before the Lamia” in “Undercover” e “Before the Dance” in “Secrets Of Disguise”) si è deciso di collocare l’intermezzo strumentale di Myers in una posizione strategica, nello specifico alle porte dell’imponente suite.

The Imperial Hotel ricalca il solco tracciato dai Genesis in “Nursery Cryme” narrando una storia di eleganza vittoriana che vive di ricordi, sentimenti, fantasmi e macabri colpi di scena. Una residenza reale abbandonata si trasforma negli anni in un hotel per clienti aristocratici. Tra le oscure pareti della suite nuziale e lungo i suoi corridoi, però, si aggira il fantasma di una donna dal volto avvizzito che tenta di riottenere la bellezza giovanile sfiorita con un inganno amoroso. Il richiamo ai Genesis è tangibile, non fosse altro per le scelte compositive di Webb, Moses e Ibbotson (gli England): soluzioni sinfoniche melodiche, continui cambi ritmici e un immaginario decisamente affini a quelli della band di Gabriel e compagni. Rispetto alla versione originale, più ingenua e acerba, la suite si presenta qui in una veste rinnovata e finemente arricchita. Webb alle tastiere è l’assoluto protagonista, in grado di seguire passo dopo passo lo schema originario con un piglio più deciso e maturo, esaltandosi nei continui cambi di scena prontamente segnalati da Bernard e Pörsti. A garantire ricami chitarristici di pregio e solenni aperture melodiche ci pensa Shikoh, che conferisce un innato carattere neoprogressivo al pezzo. Non a caso intorno al settimo minuto, dopo l’accennato tango, parte una nervosa parentesi che (per ragioni anagrafiche) anticipa gli sbalzi umorali dei Marillion di “Fugazi” (in particolare di “Incubus”). Il solito Unruh abbellisce le già ricche trame sonore con inserti di flauto e violino, oltre a dar vita a melodiosi impasti vocali con Webb ed Henderson. Al giro di boa il brano subisce una brusca interruzione che segna il ritorno alle classiche atmosfere di Yes e Gentle Giant, ma è al diciassettesimo minuto che l’organo di Webb svolta pericolosamente verso il Banks di “The Return Of The Giant Hogweed”. Da qui in avanti spazio a divagazioni di ogni tipo, con Webb, Unruh e Shikoh a rincorrersi e contendersi la scena prima della parentesi acustica che anticipa la vivace sezione finale suggestionata da Yes e Glass Hammer.

Chiude l’album Into the Lake, traccia camaleontica tirata fuori dal cilindro magico di Kåse. All’intro vagamente spaziale, aperta dalle esplorazioni sonore di Kåse e Marshall, segue uno sviluppo dall’andamento guizzante, frammentario e sghembo che si affida all’ottimo supporto ritmico di Bernard e Pörsti. Le influenze della band madre di Kåse (King Crimson e Yes in primis) si palesano proprio nella complessa struttura e nell’andatura del brano. I ricchi contributi di Kåse e Unruh (tastiere e sax il primo, flauto e violino il secondo), uniti all’eccellente lavoro di Kristofer Eng alla chitarra, determinano un graduale passaggio da atmosfere inquiete ed oscure a più ariose aperture melodiche. A giovarne sono soprattutto le delicate stratificazioni vocali che vedono impegnati Unruh, Kåse e la Kvist.

Ineccepibile come sempre la pulizia del suono come pure il certosino lavoro di composizione, la cura dei dettagli e la scelta dei collaboratori, peculiarità che non possono assolutamente mancare in un album del Samurai. Se li avete apprezzati nei lavori precedenti, non potete assolutamente perdervi The Imperial Hotel.

Per maggiori info: www.thesamuraiofprog.com | www.facebook.com/thesamuraiofprog

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