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Trewa – Beware The Selvadic

Trewa (2016) Beware the SelvadicTREWA

Beware The Selvadic (2016)

Mentalchemy Records

Il 31 ottobre 2016 i Trewa annunciano l’uscita del loro terzo album in studio, Beware The Selvadic. Come già anticipato dalla demo Selvadic rilasciata nel febbraio del 2015 (scaricabile gratuitamente qui), il nuovo album segna la svolta heavy nel sound della band comasca all’insegna di un progressive rock più duro pur mantenendo le caratteristiche connotazioni folk che si rifanno ai fondatori del genere come Jethro Tull, Pentangle e Fairport Convention.

Il nuovo album prosegue la direzione multi-folkloristica intrapresa nel precedente “Many Meetings On A Blithe Journey” esplorando sonorità tradizionali come klezmer, country, medievali, irlandesi, norrene e mediorientali, rivisitate in chiave progressive rock per ricreare un immaginario suggestivo di un mondo selvatico popolato da mostri mitologici le cui leggende sono racchiuse nella sublime cornice di una natura incontaminata.

Registrato tra il 2014 e il 2016 al Mentalchemy Sound Dungeon di Como, Beware The Selvadic ha visti impegnati Luca Briccola (chitarre, tastiere, flauti, fisarmonica, banjo, percussioni, cori), Lucia Amelia Emmanueli (voce, flauti, clarinetto), Claudio Galetti (voce), Joseph Galvan (basso), Filippo Pedretti (violino, glockenspiel, cori) e Mirko Soncini (batteria, percussioni). Ai titolari si è aggiunta anche una nutrita schiera di ospiti: Irina Solinas (violoncello in Skaldic Kin, The Quiet Lady e Olaf The Stoner), Massimo Volonté (whistles in Where The Hawks Wait Ready), Riccardo Tabbì (bodhrán in Where The Hawks Wait Ready, Sublime Selvadic e A Shimmering Sword), Richard George Allen (voce in Sublime Selvadic e A Toast to Prague), Rossana Monico (arpa in Sublime Selvadic) e Melissa Milani (cornamusa in A Shimmering Sword).

Nelle intenzioni di Briccola il terzo album dei Trewa doveva essere un concept incentrato su una storia legata alle antiche leggende della terra comasca, idea poi accantonata a causa della decisiva svolta sonora della band ormai orientata verso un più selvatico progressive folk rock medievale. Da qui prende corpo l’idea di esplorare il concetto di selvatico (selvadic nel dialetto lariano), termine col quale comunemente si fa riferimento alla natura e al mondo animale, ma che nell’operazione dei Trewa indaga cultura, miti e leggende del passato, tradizioni ancestrali, folklore e tutto ciò che continua ad essere tramandato attraverso le generazioni.

Come in “Many Meetings On A Blithe Journey“, anche in Beware The Selvadic tiene banco il tema del viaggio spazio-temporale compiuto attraverso generi musicali provenienti da diverse parti del mondo. A legare a doppio filo i due lavori, tuttavia, sono i ramificati e spogli alberi che dominano le cover. Nell’immagine di copertina di questo terzo lavoro l’illustratore e fumettista comasco Mattia Zoanni inserisce elementi didascalici che richiamano i testi dei singoli brani: l’uomo selvatico, l’esile figura femminile di The Quiet Lady, i falchi di Where The Hawks Wait Ready, i funghetti di Olaf The Stoner, il cartiglio con l’iscrizione ebraica per animare il Golem di Clayton, il timone di White Sail, la spada di A Shimmering Sword, la pistola di The Soldier’s Scars e il sangue grondante di Skaldic Kin. Nel ricorso a tonalità più fredde e tetre, inoltre, si legge il passaggio della band a toni più scuri e torbidi, tinte noir e sonorità cupe, oniriche e psichedeliche.

Ad aprire l’album è Skaldic Kin brano che rielabora l’incantevole melodia medievale “Cantiga n°166”, tratta da una raccolta di quattrocentoventisette composizioni in lode alla Vergine Maria. La lirica attinge a piene mani dalla mitologia norrena e narra l’uccisione di Kvasir, l’essere più saggio mai esistito, tra tradimenti, rituali magici, stregonerie e un portentoso idromele che favorisce la creazione di poesia e musica. Arpa ed arpeggi di chitarra introducono il brillante flauto che, scortato da archi melodiosi, schiude le porte di un mondo ancestrale. Sull’onda del tranello ordito dai due fratelli nani, Fjalarr e Galarr, assassini di Kvasir, l’atmosfera si intorbidisce virando verso un cupo gothic metal nel quale si evidenza la raggiunta solidità sonora della band. La svolta heavy dei Trewa sembra ripercorrere i passi dei Tull degli anni ’80. A catalizzare l’attenzione, però, è l’antitetico intreccio vocale tra la cristallina ugola della Emmanueli – che pare aver appreso molto dagli insegnamenti della leggendaria McShee – e l’abrasivo tono à la Åkerfeldt di Galetti.

Where The Hawks Wait Ready si basa sul tradizionale irlandese “Sweeney’s Buttermilk”, qui trasfigurato in un tiratissimo prog metal fatto di micidiali riff di chitarra e doppia cassa nel quale fanno capolino gli  Opeth di “Heritage“. A tener vivo il tradizionale tema irlandese ci pensano violino, whistles e bodhrán, che, rimarcati da una speditissima chitarra, trascinano l’ascoltatore nella lussureggiante isola verde.

La ballata folk The Soldier’s Scars si affida alla fisarmonica di Briccola e all’appassionata andatura dettata dal morbido basso e dalle calde percussioni, mentre il corale clapping crea un clima conviviale ed allegro.

Awakening (Nemus Cibeles) prende le mosse dal tradizionale brano country “Cold Frosty Morning” conservandone il mood danzereccio. Il caratteristico banjo e un violino “luciferino” si avvicendano frenetici fornendo più di un appiglio ai sostenuti riff e ai vorticosi slanci prog metal della band. L’ottimo solo di chitarra di Briccola riesce a nobilitare una trama sonora fitta e complessa nella quale tradizione e modernità si compenetrano armonicamente.

Con la ballata celtica The Woodwose Briccola rende omaggio agli oscuri maestri che da sempre influenzano il suo stile chitarristico: lo spedito Blackmore di “Rising”, il cupo ed epico Iommi di “Heaven and Hell” e il fenomenale Åkesson di “Heritage” e “Sorceress“. Le venature irish di violino, flauto e percussioni resistono alle feroci spallate prog metal assestate da riff di chitarra, svisate d’organo e doppia cassa pirotecnica.

La ritmica zoppa di White Sails assume presto movenze mediorientali, ravvivate dalle esotiche percussioni e dalle melodie di violino e tastiere, sulle quali la Emmanueli traccia i suoi raffinati arabeschi vocali. Ad aggiungere un’oscura profondità al brano concorrono i violenti affondi åkessoniani di Briccola e le articolate progressioni ritmiche della coppia Galvan/Soncini.

La voce narrante di Richard Allen introduce Sublime Selvadic brano basato sul tema medievale catalano “Stella Splendens”. Il massiccio ricorso alla strumentazione acustica – che include l’arpa della Monico, il bodhrán di Tabbì, i flauti di Briccola e della Emmanueli, il violino di Pedretti e le percussioni di Soncini – segna il ritorno alle tradizionali radici folk di “Many Meetings On A Blithe Journey“.

Folk nordico, atmosfere gotiche ed eleganti parentesi romantiche marcano il cammino di The Quiet Lady. Nei suoi sottilissimi vocalizzi, la Emmanueli, qui accompagnata da pianoforte ed archi, enfatizza i passaggi più intensi strizzando l’occhio all’algida Amy Lee degli Evanescence.

Basato sul tema medievale norvegese “Herr Olof”, Olaf The Stoner guarda proprio alla rigogliosa scena prog scandinava: le complesse armonie medievali vengono letteralmente annichilite da violente sfuriate prog metal opethiane, aperture epico-sinfoniche e fraseggi vocali che fanno tanto opera rock ma che non si discostano dal selvatico progressive folk rock medievale coniato dal combo comasco.

In A Shimmering Sword le cornamuse della Milani scortano la band tra le brumose Highlands scozzesi, dove risuonano chitarre tulliane e la limpida voce di Lucia Amelia si lascia guidare dell’eterea presenza della Denny.

Nel breve intermezzo A Toast to Prague il cantastorie Allen, complice il suono magico ma inquietante di un clarinetto, chiama a raccolta i passanti che affollano i tortuosi vicoli del ghetto ebraico della città boema. Il pezzo funge da trampolino per il successivo Clayton che si sviluppa sul tradizionale klezmer “Odessa Bulgarish”, il cui tema originale per violino assume contorni funky disco metal.

A chiudere l’album è il country rock di Horizons. Non sazi di sconfinamenti tra generi, i Trewa aggiungono un ulteriore tassello che fa dell’eterogenea Beware The Selvadic un’operazione pressoché inedita nel panorama musicale italiano. Ai giovani comaschi, pertanto, va riconosciuto il merito di essere riusciti a colmare con intelligenza e mestiere un’ingiustificata lacuna.

Per maggiori info: Trewa | facebook


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