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Trewa – Many Meetings On A Blithe Journey

Trewa (2012) Many Meetings On A Blithe JourneyTREWA

Many Meetings On A Blithe Journey (2012)

Mentalchemy Records

 

A tre anni da “At The Firelight”, una breve selezione di tradizionali, i Trewa tornano con quello che a tutti gli effetti può essere considerato il loro primo vero album: Many Meetings On A Blithe Journey. Il talento di Luca Briccola (chitarre, basso, percussioni, flauti, voce, tastiere, orchestrazione) – già ampiamente saggiato nel recente Absinthe Tales Of Romantic Visions a nome Mogador – si unisce qui a quello dei vecchi compagni della Celtic Harp Orchestra, Marco Carenzio (voce, arpa, chitarra acustica) e Filippo Pedretti (violino, cori), e degli amici Mirko Soncini (batteria, cori) e Serena Bossi (voce), con la chiara intenzione di rinvigorire il classico progressive folk tra brani originali, atmosfere nordiche, arie celtiche e composizioni medievali appositamente rivisitate in chiave prog.

Registrato presso lo studio Mentalchemy Dungeon di Trevano tra l’agosto del 2011 e l’aprile del 2012, Many Meetings On A Blithe Journey contiene tredici brani, tra i quali figurano ben cinque tradizionali.

Ad aprire le danze (nel vero senso del termine) è l’allegro tradizionale La Danse De Finistère, brano introdotto dalla delicata arpa di Pauline Fazzioli ma subito trascinato dalle chitarre di Carenzio e Briccola e dal violino di Pedretti in un vivace e ritmato prog folk. Il flauto contribuisce a creare quella tipica atmosfera tulliana, mentre il violino di Pedretti, sostenuto dalla ritmica di Soncini e dal basso dell’eclettico Briccola, ripercorre il folk rock degli Stormy Six di “Un biglietto del tram”.

Segue Matty Groves, una ballata tradizionale inglese del XVII secolo che narra una tragica storia di adulterio (uno degli argomenti preferiti dai cantori di ballate). Nota alle cronache per essere stata riarrangiata dai Fairport Convention di Sandy Denny in “Liege & Lief”, nel 1969, Matty Groves è un pezzo che non può mancare in un album come Many Meetings On A Blithe Journey. L’oscura e cruenta storia viene ingentilita dallo splendido intreccio vocale creato da Carenzio e dalla Bossi, nonché dalla cristallina arpa di Rossana Monico. Briccola e Soncini, dal canto loro, rievocano la mitica coppia Glascock/Barlow – superba sezione ritmica della “trilogia folk rock” dei Jethro Tull (“Songs from the Wood”/“Heavy Horses”/“Stormwatch”) –  specie nella durezza delle linee del basso e nel drumming frammentato. Nella seconda metà del brano, copione alla mano, gli oscuri cori maschili rendono l’atmosfera più inquieta e favoriscono l’inserimento del bel solo di chitarra, preludio del morbido finale.

Hops è la prima composizione originale dell’album e, in quanto tale, presenta nuove soluzioni, come l’organo psichedelico e la chitarra liquida, che, merito anche della voce di Carenzio, fanno emergere diverse affinità con le tipiche sonorità anni ’60. Ad impreziosire il tutto ci pensa Pedretti col suo violino, che riesce anche a ricondurre il brano alla natura prog folk dell’album.

Per Once I Had A Sweetheart  vale lo stesso discorso fatto per Matty Groves. Il brano è un tradizionale inglese del XV secolo già riarrangiato e riproposto (tra i tanti) anche dai Pentangle in “Basket Of Light”, nel 1969, e da Branduardi nel primo capitolo di “Futuro Antico”, nel 1993. A creare l’atmosfera celtica del brano è ancora una volta la celestiale arpa della Monico, qui sostenuta dalle chitarre e dal violino. La prestazione vocale di Serena Bossi è a dir poco eccellente, specie se si è obbligati a rapportarla con importanti folk singers quali Jacqui McShee e/o Sandy Denny(!!!).

Jade Fountain è una traccia sottile, a tratti impalpabile, che ha il pregio di riuscire a coniugare al meglio i suoni acustici di chitarre e violino a quelli elettrici di basso e tastiere. Le voci stratificate, sovrapposte e complementari di Carenzio e della Bossi aggiungono ulteriore poesia bucolica ad un brano di per sé già carico di passione.

L’arpa della Fazzioli apre l’incantata atmosfera medievale di Harimannersturm. L’ingresso del violino di Pedretti rende l’aria ancor più gioiosa, con la ritmica di Briccola e Soncini ad accentuare la natura danzereccia di questo gradevole strumentale.

Un’altra scelta azzeccata è la tradizionale John Barleycorn, una celebre ballata popolare inglese e scozzese che narra (in senso figurato) la morte e la resurrezione dello “Spirito del Grano” (o in questo caso dell’orzo), celebrato nei giorni di Lughnasadh. Lo “Spirito del Grano” è la raffigurazione simbolica del mistero contenuto nel continuo rinnovarsi della vita: dai semi del grano vecchio (che muore) nascerà l’anno successivo il nuovo raccolto. Una metafora del ciclo della mietitura che si intreccia al mito del “mangiare il dio” per acquistarne e perpetrarne il potere, che nelle civiltà contadine coincideva con il potere della fertilità, cioè di concepire e, in chiave simbolica, di avere buoni raccolti per la propria famiglia e la propria comunità. Nella versione del poeta scozzese Robert Burns (1759-1796) si accenna al rito di bere il sangue di John Barleycorn, in quanto la sua forza è in un elemento liquido, come il distillato di grano, rito di cui si conserva memoria in ogni bicchiere di whisky o birra. La celebre ballata è stata riproposta nel 1970 dai Traffic nel loro album “John Barleycorn Must Die”. Rispetto alla versione di Winwood e compagni, tuttavia, l’arrangiamento di Briccola risulta decisamente più vivace e più in linea con le origini della ballata. Gli arpeggi della chitarra acustica aprono ai raffinati intrecci vocali tra le voci maschili e quella della Bossi, che, in concomitanza con le aperture melodiche di violino, chitarre e tastiere, funge da vero e proprio strumento aggiunto.

Il brano che forse più di tutti prova a creare un ideale parallelo tra la musica celtica e le tradizioni popolari di “quel ramo del lago di Como” è Hom Selvadic, una filastrocca in dialetto lombardo (o meglio comasco!) dedicata ad una figura tipica del folklore locale. Un’operazione in stile Comus ma dalla natura decisamente benevola. Il brano è aperto dalla cornamusa di Melissa Milani che ben riesce a descrivere i brumosi paesaggi dei monti e dei boschi comaschi. Di particolare presa sia il tono rassicurante con il quale Carenzio racconta la filastrocca, sia il violino di Pedretti che con cornamusa e flauti sembra seguire i passi de “Il Signore di Baux” di Branduardi.

Con Blithe Our Journey si ritorna nuovamente in territorio Tull. Ai flauti di Briccola e al violino di Pedretti si aggiunge l’arpa della Monico con risultati davvero ottimi.

The Enchantment And The Moon è un brano etereo, leggero e per questo più accessibile. I contributi di Veronica Marelli al violoncello e di Alberico Giussani e Auro Perego ai violini contribuiscono ad assottigliare le radici folk dei Trewa favorendo soluzioni più classiche. Nella stessa direzione si muove Ælfgifu’s Heritage, che ha dalla sua parte anche un più sostanzioso e atmosferico apporto tastieristico. L’aria che si respira è quella dei bardi che cantano le epiche imprese di giovani guerrieri celti, specie negli austeri cori maschili.

Wedding Dress è il quinto ed ultimo brano tradizionale riarrangiato da Briccola. Una vivace e ritmata ballata, rallegrata dalla piacevolissima voce di Serena Bossi e dal violino di Pedretti (che più volte accenna alla marcia nuziale). Assai intrigante la base ritmica di Soncini e Briccola (qui impegnato anche alla chitarra elettrica) che agevola il testo gradevole e musicale.

Chiude l’album The Chorus, una ballata dai toni delicati che mostra come i Trewa siano riusciti a trovare la giusta armonia tra la riproposizione di brani tradizionali e le loro originali composizioni. Un’operazione di carattere culturale contrassegnata dal forte legame che la band comasca ha con la cultura popolare e con le tradizioni della propria terra… e non solo! Un disco consigliato soprattutto agli amanti del progressive folk e a chiunque voglia immergersi nelle sognanti melodie delle arie celtiche e della musica medievale.

Per maggiori info: www.trewamusic.net

Per acquistare l’album: www.mentalchemyrecords.com

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