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Uovo di Colombo, L’ – l’uOvo di cOlombo

L'Uovo di Colombo (1973) l'uOvo di cOlomboL’UOVO DI COLOMBO

l’uOvo di cOlombo (1973)

EMI

 

1973: nel mare magnum del prog italiano, tra le numerose band con notevoli potenzialità ma sfortunate in ambito promozionale, c’è anche L’Uovo di Colombo. Il gruppo è formato da musicisti già attivi nella nuova scena musicale italiana: Enzo Volpini (tastiere, chitarra acustica, voce) e Ruggero Stefani (batteria, percussioni, voce) già insieme nei Fholks ed Elio Volpini (basso, chitarra, voce) proveniente dai Flea on the Honey e successivamente Flea. Con loro c’è il futuro cantante dei Cherry Five Toni Gionta (alias Tony Tartarini).

L’unico album omonimo, nonostante la pubblicazione da parte dell’importante EMI (su etichette Odeon e Columbia), non viene sostenuto abbastanza dalla stessa ed ha pochissima fortuna. Eppure il prodotto è di buon livello.

Otto brani, tutti sotto i cinque minuti, in cui si alternano atmosfere trascinanti ad altre melodiche. Il sound della band è incentrato soprattutto sulle tastiere di Enzo Volpini, un mix tra Vincent Crane degli Atomic Rooster, Tony Pagliuca e Flavio Premoli, supportate ottimamente da basso e batteria, mentre la chitarra ha un ruolo piuttosto marginale. Molto interessante la voce di Gionta. I brani riportano alla mente alcune creazioni de Le Mani o degli Alphataurus, ma anche le Orme di Collage, oltre a rimandi espliciti al mondo anglosassone.

L’indecisione (vedi “I King”). L’organo “singhiozzato” che apre il primo brano lascia intendere fin da subito la posizione di rilievo che le tastiere avranno nell’intero album. Inoltre, questi primi secondi, sembrano richiamare quelli dell’apertura de Il capestro di Fabio Celi e gli Infermieri (album Follia). La composizione poi scorre con un riff di chitarra molto orecchiabile seguito, sulla stessa “linea d’onda”, dalla voce di Gionta. Nel frattempo gran lavoro di basso. Terminata la sezione vocale, il brano concede spazio ai virtuosismi di un Enzo Volpini emersoniano alle tastiere (c’è anche il tempo di un breve frammento “ecclesiastico”). Questi ultimi minuti sono davvero notevoli.

Il lavoro di Volpini continua con Io. Affascinante l’alternarsi di inserti briosi, quasi jazz, di organo, basso e batteria, e i segmenti cantati più lenti e “solenni” (molto vicini a Gleemen e Flashmen). Nel prosieguo ancora spazio a Volpini, oltre a circa quaranta secondi di “vuoto”.

Anja (coscienza e vanità) è un brano più leggero rispetto ai due precedenti. Su uno scarno tappeto di organo Gionta canta Che strana cosa, / ho qui davanti a me, / è piccola ma è fatta come me. / La vedo grande, / seduta accanto a me, / padrona delle cose intorno a sé. / Porterà nei miei pensieri / la dolce ora di ieri, / saprà quello che ho fatto, / vivrà solo per questo / e avrà per nome Anja. / È proprio vero, / l’ho creata io, / allora è vero che somiglio a Dio. / Posso volere, / se dare vita o no / ad una cosa che somiglia a me. / Vivono dai miei pensieri, / tutti i sogni di ieri. / E se prima ho pianto / oggi io mi vanto, / perché io sono un uomo. Nella seconda parte del brano c’è un po’ più di vitalità, non troppa.

Con Vox Dei L’Uovo di Colombo torna “cattivo”. Il primo minuto e mezzo è tipicamente british, con Enzo Volpini e Stefani in grande spolvero. Poi il brano si apre e diventa più melodico per dare spazio alla voce e ad alcuni cori newtrollsiani. Negli ultimi minuti un breve frammento tribale lancia la band verso uno dei punti tecnicamente più alti del disco: una fuga dove è fin troppo facile, però, leggere dei richiami netti agli Emerson, Lake and Palmer o, alla lontana, ad alcuni passaggi del brano Contrappunti delle Orme. Peccato per l’accostamento tra il segmento cantato e il resto del brano forse un po’ forzato. Detto ciò resta immutato l’elevato valore tecnico dimostrato dai musicisti in questo caso.

Turba prosegue il discorso ad “alti livelli” e puramente progressivo iniziato nella seconda parte del brano precedente. Finalmente possiamo apprezzare anche la chitarra di Elio Volpini, mentre le tastiere “multistrato”, il basso energico e instancabile e la batteria sempre presente e precisa, si destreggiano alla grande. Un lavoro di squadra davvero encomiabile.

Anche l’avvio di Consiglio è affidato alle tastiere cui, poi, si accoda tutto il gruppo (voce compresa). Si torna sui livelli di Anja per buona fluidità ma poca esplosività (tranne alcuni secondi intorno ai tre minuti). Ogni strumento fa bene il suo compito, senza strafare. Questa volta nella parte centrale del brano troviamo anche un assolo di chitarra.

Il senso di limpidezza dei primi minuti di Visione della morte, con chitarra acustica e voce a contendersi la scena, è molto à la PFM. Poi la batteria “nervosa” di Stefani prende in mano le redini del brano (ci sarà anche spazio per un suo monologo), sostenuta ottimamente da un basso pulsante e dalle tastiere.

Il brano di chiusura Scherzo stride leggermente con il resto dell’album. È un piano classicheggiante ad occupare l’intera composizione e a creare un’atmosfera diversa da quelle presenti negli altri sette brani.

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