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Yesterdays – Holdfénykert

Yesterdays (2014) HoldfénykertYESTERDAYS

Holdfénykert (2014)

Seacrest Oy Records

Yesterdays è un gruppo progressive rock originario di Carei e Cluj-Napoca, in Romania, i cui membri però appartengono ad una minoranza etnica ungherese che da tempo popola la regione. Dal 2000 la band propone una meravigliosa miscela di progressive rock sinfonico, sonorità vintage e progressive moderno con elementi jazz e pop.

Nell’ottobre 2006 l’etichetta ungherese Rockszerviz Records pubblica Holdfénykert (Moonlit Garden), primo album della formazione che vede tra le proprie fila: Ákos Bogáti-Bokor (chitarra acustica, chitarra elettrica, steel guitar, basso, guitar synth, voce, tastiere aggiunte), Zsolt Enyedi (piano, Mellotron, Hammond, Rhodes, Moog), Tibor Bazsó (voce), Tímea Fülöp (voce), Kinga Jánosi (voce solista, cori), Emese Kozma Kis (flauto), Lehel Vitályos (basso), Dávid Kósa (percussioni, voce) e Domokos Csergõ (batteria).

Nel maggio 2008 l’esaurimento della limitata tiratura della Rockszerviz porta alla realizzazione di una prima ristampa, targata Musea Records, che ripropone per intero l’album e aggiunge come materiale extra il video di Valahol a térben (Somewhere in Space).

Nel settembre 2014, con Holdfénykert ormai fuori stampa da tempo, arriva la nuova versione curata dall’etichetta finlandese Seacrest Oy Records (The Samurai Of Prog, The Cosmic Remedy, ecc.), che si presenta con veste grafica e booklet rinnovati e audio ulteriormente migliorato.

Tra le note pubblicate nel libretto spicca il messaggio di Bogáti-Bokor, improntato sull’influenza positiva esercitata dalla loro musica sulle piccole cose della vita: parole, sguardi, gesti quotidiani e affetti. I ricordi ripercorrono gli ultimi dieci anni: dalla primissima pubblicazione del lavoro ai volti emozionati visti durante i concerti, dalle relazioni in crisi salvate dalla musica alla via per raggiungere il cuore delle persone.

L’album si apre sulle dolci e calde note di Napfénykert (Sunlit Garden). Chitarra acustica e flauto spalancano le porte al solare universo musicale degli Yesterdays. Il breve strumentale – enfatizzato anche dal sapiente uso del Mellotron e da una sezione ritmica elegante e mai invadente – anticipa per certi versi il mood sereno e luminoso dell’album, caratterizzato da brani dal minutaggio ridotto.

In Végtelen (Infinite) fa il suo ingresso la limpida voce della Jánosi, alla quale va riconosciuto il merito di rendere ancor più leggere le già delicate melodie di Bogáti-Bokor. La ritmica veloce e la presenza delle percussioni rendono il brano estremamente vivace, mentre flauto e Mellotron aggiungono quel tocco sinfonico dal quale affiorano reminiscenze genesisiane.

Segue Ne félj (Don’t Be Scared), sorta di acquerello canterburyano ravvivato dai riflessi cristallini del Rhodes e impreziosito dai ricami chitarristici di Bogáti-Bokor, che qui svela la sua totale ammirazione lo Yes sound (con un occhio a “Close to the Edge”). L’ottima Kozma Kis al flauto si ritaglia ampio spazio alternandosi agli intrecci vocali e alle parentesi atmosferiche di Mellotron e basso, rievocando i Quidam di “Alone Together”.

Ha majd egyszer (If ever) è un pregevole esercizio à la Howe di Bogáti-Bokor alla chitarra acustica che introduce la successiva It’s So Divine, traccia nella quale emergono deliziose armonie vocali che presentano diverse affinità con i White Willow più luminosi e The Opium Cartel.

Nella stessa direzione si muove anche Hol vagy? (Where Are You?), in questo caso però il cantato in lingua madre irrigidisce le armoniose linee vocali determinando un parziale oscuramento del sound, complici flauto, basso e percussioni. Ciò favorisce una progressiva virata elettrica che per la prima volta vede protagonisti chitarra, basso e tastiere. L’ostinato pianoforte crea nel finale una trama nervosa man mano sommersa dagli eterei intrecci vocali.

Di brano in brano le solari melodie iniziali cedono il posto ad atmosfere crepuscolari e malinconiche. Várj még (Just Stay) è forse l’esempio più evidente di questa svolta, che tuttavia conferma aperture sinfoniche e soluzioni neoprogressive. La latente nostalgia della chitarra acustica e l’ansiogeno Mellotron, infatti, accompagnano i tenui intrecci vocali fin quando non interviene un più movimentato Moog ad animare il placido finale.

Holdfénykert (Moonlit Garden) è un breve idillio per chitarra e clavicembalo, sintesi sublime delle bucoliche gemme di Genesis e Yes che, senza soluzione di continuità, apre a Seven, mini-suite composta da due movimenti. Un tripudio di Moog e Mellotron saluta il primo segmento, Your Colours, per poi giungere al consueto equilibrio musicale con l’ingresso vocale della Jánosi e dei cori beatlesiani che tanto ricordano i Motorpsycho di “Phanerothyme“. Nel secondo My Words, invece, più spazio ai singoli strumentisti, con chitarra elettrica, flauto, Mellotron e Hammond in grande spolvero.

Chiude l’album Valahol a térben (Somewhere in Space), traccia che lambisce territori trip hop per poi abbandonarsi alla slide guitar floydiana di Bogáti-Bokor e all’eterea voce della Jánosi (qui più che mai vicina a Petronella Nettermalm dei Paatos).

Per maggiori info: www.yesterdays.hu | www.facebook.com/yesterdaysband

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