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Z – Fest 2016| L’evento raccontato da Fabio Zuffanti

Z – Fest L’evento raccontato da Fabio ZuffantiA volte si può decidere di sfidare la sorte una volta. Ma farlo due volte potrebbe risultare una mossa suicida. Nonostante ciò il pregio o la sfortuna di essere dei visionari (termine che ha in se un’accezione positiva quanto negativa) fa in modo che ci si arrischi a tentare e ritentare cose che potrebbero essere dei successi o, viceversa, dei tonfi clamorosi.

Lo scorso anno decidetti di festeggiare in grande stile nella mia città i miei vent’anni di musica, con una bella festa ove coinvolsi la stragrande maggioranza dei miei collaboratori “storici” per una due ore di emozioni indimenticabili. Visto il successo della cosa perché non riprovarci, questa volta a Milano, con ospiti diversi, magari nuovi a collaborazioni col sottoscritto?

L’idea originaria in realtà era realizzare un semplice concerto mio con la ZBand al Legend Club, ottima venue milanese che si era resa disponibile alla cosa. Pensandoci bene ho però riflettuto sul fatto che, sulla scia dell’operazione dello scorso anno, avrei potuto organizzare una sorta di festival ove incontri musicali inaspettati e unici potessero succedere. Ma perché fare ciò? Ci sono varie motivazioni; la più importante è che sono convinto che uno dei più grandi errori che il prog italiano dei nostri giorni sta compiendo è quello di chiudersi in se stesso. I musicisti prog collaborano con altri musicisti prog, suonano nei luoghi preposti al prog e ai festival prog per un pubblico prog che ha vissuto questa magica stagione nell’età giovanile e che cerca ancora un barlume di quelle antiche emozioni. Tutto ciò ha una sua valenza anche positiva ma rischia di fare l’effetto cane che si morde la coda e gira su costantemente se stesso; non se ne esce. Perché quindi non trovare il modo di suonare questa musica anche in luoghi diversi da quelli preposti e magari frequentati da un pubblico diverso? Perché non chiamare sul palco a collaborare anche musicisti che solitamente suonano tutt’altro genere? Perché non contaminarsi ed essere realmente “progressivi” nella proposta, invece di chiudersi a riccio? Ciò che ho voluto fare il 1 aprile a Milano è proprio il primo tentativo di realizzare un vero festival di musica progressiva in Italia, non di rock sinfonico più o meno anni Settanta. Per questo ho pensato che avrei dovuto avere sul palco musicisti che stimo e che provengono appunto da aree diverse, come Piergiorgio Pardo dei “baustelliani” Egokid, Roberto Dell’Era degli “alternativi” Afterhours, Beatrice Antolini e Fabio Cinti, capisaldi dell’indie italiano, Andrea Tich, cantautore da sempre orgogliosamente al di fuori di ogni schema prestabilito, Boris Savoldelli che muove la sua incredibile voce sul filo del jazz e della sperimentazione, Lino Gitto, sorta di Robert Wyatt italiano che con i suoi Winstons (di cui fa parte anche Dell’Era) sta rinverdendo la magica stagione del Canterbury sound… A questi ho pensato di aggiungere anche due “pezzi di cuore” come il grande Alvaro Fella, che con i suoi Jumbo, i suoi testi e la sua voce corrosiva è stato realmente qualcosa di diverso e unico all’interno del panorama prog italiano dei Settanta, e, ciliegina sulla torta, l’amico fraterno Alessandro Corvaglia che mi fa piacere non manchi mai ad appuntamenti del genere.

A tutto ciò ho voluto aggiungere il coinvolgimento di altre due band che hanno il coraggio di osare dei mix inediti; il Paradiso Degli Orchi con la loro fusione tra Muse e i Jethro Tull e i laziali Zoo Di Berlino con le loro sonorità postrock + Area. Poi due presentazioni di libri, e una per la coraggiosa rivista “Prog Italia”.

Il carico di stress per mettere su una cosa del genere, affrontato totalmente da solo, non è stato poco. E non pochi sono stati i momenti in cui pensieri come “ma chi me lo fa fare?”, “e se viene una schifezza?”, “e se non viene nessuno?” si sono affacciati alla mia mente. Ma come dicevo all’inizio essere visionari è al tempo stesso una maledizione e una fortuna, un qualcosa che può portare a grandi risultati come a grandi tonfi. Ma per sapere quale sarà il responso c’è solo un modo: agire, non tirarsi indietro, osare! E così ho cacciato via tutte le vocine malevole dalla mia testa e sono andato avanti fiducioso e convinto di stare facendo la cosa giusta.

Le settimane sono passate ed è alfine arrivata la data tanto attesa e temuta: 1 aprile. Il suddetto giorno era una delle poche date libere nel cartellone del Legend e il fatto che fosse una giornata così particolare mi è a piaciuto subito, se le cose si fossero messe male avrei sempre potuto dire che era tutto uno scherzo :).

La tensione era grande: solitamente in occasioni con così tante cose in ballo c’è sempre qualcosa che va storto; musicisti che improvvisamente si ammalano, ritardi, problemi tecnici, strumenti rotti, furgoni accidentati e chi più ne ha più ne metta. Il dio del prog ha invece vegliato su di noi e, a parte una defezione (quella del povero Fabio Cinti, costretto a letto da una brutta influenza), tutto è filato liscio come l’olio. Alle 20.30 spaccate hanno fatto il loro ingresso sul palco i due magnifici presentatori, Luca De Gennaro (Radio Capital) e Marco Zatterin (La Stampa), che hanno aperto le danze con la presentazione del libro che ho scritto con Riccardo Storti “Prog! 101 dischi dal 1967 al 1980”. Il pubblico presente a quel punto, come prevedibile visto l’orario, era decisamente risicato ma sono bastate poche decine di minuti (colmi d’ansia da parte mia) perché mi accorgessi che il locale andava sempre più riempiendosi. Il mio più grande timore stava per essere superato e vedere a un certo punto il luogo stipato di gente è stata la cosa che più mi ha fatto felice. Le persone ci hanno dato fiducia e quindi c’era solo da fare un bello spettacolo per loro.

Il Paradiso Degli Orchi, per questa occasione in versione unplugged, ha scaldato gli animi a dovere e con grande successo, lo Zoo Di Berlino ha offerto una performance strabiliante, impreziosita da due ospiti come Ivana Gatti alla voce e un enorme Patrizio Fariselli, il quale, dopo essere intervenuto nella versione ZdB dell’“Internazionale”, ha sciorinato con la band e la Gatti un “Elefante bianco” da paura! Poi, dopo avere parlato ancora di Area con Silvia Lelli, Roberto Masotti e Peppo Dalconte, è toccato a noi. Il sottoscritto, Martin Grice, Paolo “Paolo” Tixi, Simone Amodeo e Giovanni Pastorino non lo davamo a vedere ma eravamo tesi come corde di violino. Ma attendevamo questo momento da settimane e “Non posso parlare più forte” ha aperto le danze sciogliendosi in tutta la sua potenza. Il ghiaccio era rotto. “La traccia verde” come sempre ha fatto battere il piedino e poi subito via al primo ospite, Piergiorgio Pardo. Per una festa speciale ho scelto una scaletta speciale, alcuni miei “classici” ma anche pezzi meno conosciuti del mio repertorio. “Capo nord” (tratto da “La foce del ladrone”) è stato il primo con la voce di Piergiorgio a narrare uno dei miei testi preferiti e una ZBand tanto potente nei momenti tirati quanto raffinata in quelli lenti e melodici. Si cambia ospite ed ecco arrivare Roberto Dell’Era perfettamente a suo agio in una “L’interno di un volto” più rockeggiante e psichedelica che mai. Sale Boris Savoldelli ed è subito “La quarta vittima”. Al contrario degli altri pezzi che hanno un testo ben definito da interpretare, per questo (originariamente quasi del tutto strumentale) ho chiesto a Boris di dilatare a suo piacimento un punto centrale della canzone e di riempirlo letteralmente della sua creatività. Boris non se lo è fatto ripetere due volte e a cominciato ad armeggiare con la voce e coi suoi incredibili effetti fino a tirare fuori suoni inimmaginabili. Questo è quello che chiamo interazione tra artisti sul palco, in un momento speciale ove accadono cose che poi non saranno mai più ripetute. Momenti unici.

Tornando ad atmosfere più “normali” offriamo il sipario strumentale di “Gamma” impreziosita dal sax aggiuntivo del bravissimo Lucio Massimi e poi si scivola verso la parte finale del concerto. Andrea Tich non solo rende ancora più impalpabile e surreale “Le fabbriche felici” (tratta dal mio album “Ghiaccio”) ma interviene a sorpresa con un suo testo vocalizzando in maniera inedita nella coda del pezzo. Altra cosa da Z-Fest! Arriva poi il momento di un sentito omaggio da parte mia al genio di Robert Wyatt con una “Sea song” che ha vibrato profondamente nei cuori dei presenti grazie a un Lino Gitto perfettamente calato nella nobile parte. E’ poi il momento dell’unica presenza femminile del cast, Beatrice Antolini, che ha letteralmente preso a morsi “La posa dei morti” (già da lei interpretata nell’album de La Curva Di Lesmo) e l’ha gettata in pasto a un pubblico in visibilio. Finale con un ritorno alle mie origini finisterresche e una “Macinaacqua, macinaluna” che non poteva non essere interpretata da Alvaro Fella. Questo pezzo è in qualche modo infatti perfetto per la vocalità e l’interpretazione del cantante in questione.  E lui gli fa onore alla grande! Finalone consueto con il medley “Orizzonte degli eventi/Rainsuite” e poi di nuovo sul palco per una “Notte trasparente” che sempre più incontra i favori del pubblico e che grazie alla voce di Alessandro Corvaglia squarcia i cuori dei presenti.

Poi tutti sul palco per la foto di rito. Tutto felici e soddisfatti, tante mani strette, tanti abbracci, saluti, autografi, ringraziamenti. Affetto puro che viene persone in sala e dai musicisti che ho coinvolto. Infine gli abbracci alla ZBand di cui sono sempre più orgoglioso e poi ancora una volta da solo nella notte milanese, con al mio fianco chi ha contribuito a tirare fuori da me tutta la forza per avventurarmi in un progetto del genere e con la solita vocina nella testa che ripete “Questo è solo l’inizio!”

Fabio Zuffanti, Aprile 2016

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