Home / Recensioni / Aerostation – Aerostation

Aerostation – Aerostation

AEROSTATION

Aerostation (2018)

Immaginifica / Aereostella / Self Distribuzione / Pirames International

 

Aerostation è un progetto nato dalla collaborazione tra il batterista Gigi Cavalli Cocchi ed il tastierista/cantante Alex Carpani. L’idea nasce nell’autunno 2015, quando Cavalli Cocchi aveva appena concluso l’esperienza “Campovolo 3” con Ligabue e Carpani stava ultimando le registrazioni e il mixaggio del suo album “So Close. So Far”, il disco della svolta a livello artistico. Entrambi avevano già la testa proiettata in avanti, verso nuovi progetti ed esperienze. Alla fine del 2016 Alex e Gigi decidono di costituire un duo, accompagnato al basso da Jacopo Rossi, talentuoso bassista della scena metal e membro di band di livello internazionale come Dark Lunacy, Antropofagus, Nerve. Nasce così Aerostation, un power trio, senza chitarre, che suona un rock moderno e attuale, potente e suggestivo, cantato in inglese, dove si fondono alternative rock, crossover prog, hard rock, elettronica e pop.

L’incontro con la manager e discografica Iaia De Capitani dà l’impulso necessario per la pubblicazione dell’omonimo album di debutto nonché per far conoscere il progetto al pubblico italiano ed internazionale. Da aprile a settembre 2018 Aerostation presenta in Italia e all’estero alcune anteprime live del disco riscuotendo numerosi consensi da parte di pubblico e addetti ai lavori. Il 14 settembre viene dato alle stampe Straight to the Sun singolo che anticipa le atmosfere di Aerostation, primo album di inediti pubblicato il 5 ottobre  da Immaginifica / Aereostella e distribuito da Self e Pirames International.

L’album è composto da undici brani, di cui otto cantati in lingua inglese e tre strumentali. È un disco dal carattere rock, internazionale e cosmopolita. Il sound è molto originale, frutto di un lungo lavoro di ricerca e produzione che ha portato al risultato di creare un power trio dove quasi non ci si accorge dell’assenza della chitarra, i cui spazi sono presi da un impasto sonoro fatto di sintetizzatori liquidi, acidi e distorti, effetti digitali, chitarre virtuali.

Il tema conduttore è il viaggio, l’esplorazione, la ricerca, l’andare oltre i propri limiti e i propri confini, guardarsi dentro e cercare di capire quali sono le formule più adatte a superare le difficoltà che si incontrano nella comunicazione tra esseri umani.

L’album è aperto dalle allarmanti sonorità futuristiche di Voices che rivelano all’ascoltatore l’esperienza che sta per compiere: un viaggio dimensionale, uno spostamento da un luogo all’altro, poco importa se reale o virtuale. Fredde voci registrate si accavallano in un’affollata aerostazione mentre le pulsazioni di un cuore meccanico scandiscono il conto alla rovescia che decreta l’inizio del viaggio.

Wide Eyes and Wonder descrive le emozioni provate dall’astronauta al momento della partenza del volo verso lo spazio e del rientro sulla Terra. Lo stato di eccitazione è tale da produrre stacchi nervosi, riff abrasivi che dirottano il sound su coordinate alternative rock (The Pineapple Thief di “Dissolution”). La ritmica decisa, incalzante, a tratti anche asciutta e sintetica, lancia spunti elettronici che deviano il brano in territori space. È nel bel mezzo di questa escursione spaziale che la Terra appare come l’unica casa a cui far ritorno.

Straight to the Sun continua l’ostinato viaggio e tira dritto verso il sole. Un sole che è l’affrancazione, la liberazione dalle catene, dalle paure, dai limiti imposti. Il carattere rock di Aerostation si lascia apprezzare per un sound diretto, frontale, che trova nelle melodie seducenti e nei ritornelli incisivi i suoi punti di forza. Se i passaggi più progressivi tradiscono influenze wilsoniane (“Hand. Cannot. Erase.“), i momenti corali e l’elettronica rievocano i Pure Reason Revolution più maturi.

Il viaggio prosegue con Fourteen Days of Lightness. Quattordici giorni di leggerezza: né troppi, né troppo pochi. Sufficienti a cambiare un’esistenza per sempre. Vivere ogni giorno come fosse il primo e l’ultimo, perdendo il senso del tempo, inseguendo albe e tramonti, superando per sempre le paure, respirando una boccata d’aria del paradiso. Trascinato da un accattivante groove, il brano fonde la leggerezza e la luminosità psych/space degli Ozric Tentacles (con le linee funky di Rossi ed il drumming di Cavalli Cocchi in evidenza) e le elucubrazioni elettroniche dei The Orb più psichedelici.

Le virtual guitars e i suoni sintetici di Carpani tracciano i contorni di Coldness, brano dedicato alla freddezza. Freddezza dell’animo, freddezza delle azioni, freddezza dei pensieri. Una freddezza che oggi molti sono costretti a usare per condurre la propria esistenza frenetica e competitiva, dove non c’è spazio per dubbi e tentennamenti, sentimentalismi e discontinuità. Quando, però, la vista ti si annebbia e il cuore ti presenta il conto, non rimane che l’amore.

Le difficoltà nella comunicazione tra esseri umani sono al centro del secondo strumentale dell’album. Long Distances è ispirato proprio alle distanze. Distanze siderali, distanze infinitamente piccole, distanze colmabili, distanze incolmabili. Le distanze sono lo spazio esistente tra il nostro punto di partenza e il punto di arrivo, qualunque esso sia. Più le distanze sono grandi, più il nostro viaggio è impegnativo e importante, difficile e pericoloso. In realtà le distanze si spostano con noi, perché noi tutti siamo in perenne movimento. Il tortuoso percorso si snoda tra le morbide spire del basso di Rossi e le glaciali stilettate elettroniche di Carpani. L’incedere, ipnotico e sinuoso, crea le basi per la miscela di trance, space rock, progressive ed elettronica, tanto cara ad Ed Wynne e soci.

Dedicato alla freccia, che fende l’aria e va dritta al bersaglio, senza incontrare ostacoli sul suo percorso, The Arrow invita ad essere liberi, curiosi, imprendibili, proprio come una freccia scagliata con forza e precisione. Il timbro gabrielliano di Carpani e le atmosfere wilsoniane create dal trio spingono il brano nella direzione di un neoprogressive raffinato, di respiro internazionale.

The Ghost Bride è la sposa fantasma, che non è mai esistita o che, forse, esiste da sempre. Incontrata nello scompartimento di un treno, durante un viaggio notturno, in una notte lunga come una vita, senza che gli altri possano vederla. Due mani che si toccano, due sguardi che si incrociano, due visi che si sfiorano in un tempo diverso, in una vita diversa, in un breve viaggio che sa di eternità, unico ed irripetibile. Il risveglio renderà impossibile ricreare quell’incontro. La sposa è fantasma. La dimensione onirica lascia presto spazio ad una cavalcata prog tirata fino allo sfinimento da Cavalli Cocchi e filtrata da Carpani tra tremolanti sonorità vintage. La struttura altalenante del brano riporta ai Porcupine Tree di “Deadwing”, e in particolare all’amara “Arriving somewhere but not here”.

Sullo stesso solco insiste anche From Day to Night, brano che parla di un altro incontro, stavolta reale, casuale e non cercato, spiazzante e imprevedibile, come quando si cerca un oggetto e se ne trova un altro. Dal giorno alla notte, il tempo necessario per innamorarsi, per cadere nei suoi occhi, per sentire il vero suono della vita, per vedere le cose che prima erano invisibili, per capire che c’era un prima e un dopo. Il tono profondo di Carpani domina l’intero brano e aggiunge sfumature dark ad un sound sempre più nervoso e stratificato. Le soluzioni qui adottate tendono a combinare il synth pop e la new wave degli anni ’80 con le nuove frontiere del progressive rock internazionale, in linea con le recenti produzioni di Wilson e Duda (sia con i Riverside che col suo progetto solista Lunatic Soul).

Con One Billion Steps questo legame sconfina in dilatate escursioni psichedeliche che non rinunciano a fratture e cambi ritmici (jungle compreso), sovrapposizioni vocali e marcate sonorità rock. È il brano del miliardo di passi che non lasciano impronte, né tracce. Il passaggio invisibile al tempo, che il tempo non registra. Persone che affollano per pochi istanti luoghi nei quali non si fermeranno mai, come le metropolitane o gli aeroporti. Dei non-luoghi dove tutti siamo stati almeno una volta.

A chiudere l’album è Kepler-186F, breve strumentale dedicato al pianeta abitabile scoperto nel 2014, distante circa 500 anni luce dalla Terra. Le soluzioni aliene di Aerostation portano ad immaginare che potremmo non essere soli là fuori o che, addirittura, un giorno potremmo abitare un altro mondo. Ciò rende senza dubbio la nostra vita sulla Terra più leggera e sostenibile.

Per maggiori info: Aerostation











Fotogallery

  • Aerostation – Aerostation
  • Aerostation – Aerostation
  • Aerostation – Aerostation
  • Aerostation – Aerostation
  • Aerostation – Aerostation
  • Aerostation – Aerostation
  • Aerostation – Aerostation
  • Aerostation – Aerostation

About Antonio Menichella

Antonio Menichella
Ideatore, membro fondatore e redattore di HamelinProg.com, è docente di disegno e storia dell'arte, artista visivo e grafico. Appassionato di rock psichedelico, acid rock, stoner, desert rock, neopsichedelia, progressive rock, rock progressivo italiano, space rock, krautrock, zeuhl, scuola di Canterbury, avant-prog, rock sinfonico, jazz rock, prog folk, prog metal, neoprogressive, hard rock, post-rock, musica sperimentale e molto altro.

Check Also

Marble House – Embers

MARBLE HOUSE Embers (2018) Lizard Records   21 settembre 2018: nuovo esordio in casa Lizard …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *