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Atomic Ro-o-oster – Organo Hammond e cabale avverse

Per collocare il primo seme, o forse dovremmo chiamarlo virus, che ha dato vita agli Atomic Rooster bisogna tornare indietro fino al gruppo, quasi una meteora, di Arthur Brown. Sia Vincent Crane all’organo Hammond che Carl Palmer alla batteria erano nei The Crazy World of Arthur Brown e parteciparono al breve e travolgente successo del singolo “Fire” e dell’album “The Crazy World of Arthur Brown”. La loro uscita dal gruppo, che diede vita agli Atomic Rooster, rimane emblematica rispetto a certe tendenze musicali poi percorse e aggiunge alla vena cupa e mortifera del gruppo un’ombra ancora più inquietante. In seguito ad un ricovero di Crane per esaurimento nervoso che lo costrinse in ospedale per qualche mese, sia lui che Palmer uscirono dalla band. La data in cui presero il volo per tornare in Inghilterra era venerdì 13 giugno. Oltre alle ben note caratteristiche cabalistiche di un qualsiasi venerdì 13, quella data nel 1969 segnava l’inizio dell’anno del gallo (rooster) nel calendario cinese. Insomma, la carriera dei Rooster inizia, prima che su disco, con un venerdì 13 e un ricovero per disturbi mentali. Anche il loro debutto discografico del febbraio del 1970 si apre con il brano “Friday the 13th” nel quale il primo verso cantato è “save me” (salvami). Sarà un caso? Le sventure psichiche di Vincent Crane iniziarono qui e non si esaurirono mai, portandolo tristemente al suicidio nel 1989. La prima formazione del gruppo vedeva i due reduci di Arthur Brown insieme al bassista cantante Nick Graham dare vita ad un album a cui si possono far risalire varie evoluzioni del rock e della musica. Partendo da “Atomic Ro-o-oster” e il successivo “Death Walks Behind You” (entrambi del 1970) viene abbastanza facile capire alcuni punti di partenza di gruppi hard rock quali Black Sabbath o Deep Purple. Un tratto ancora più lungo che parte dagli Atomic Rooster può essere tirato fino all’heavy metal degli Iron Maiden di fine anni settanta.

La musica di “Atomic Ro-o-oster” è un grosso e solido corpo unico ed ha la potenza di un meteorite che colpisce un pianeta roccioso lasciando un grande cratere. Per piccolo che fosse il meteorite, la grandezza del cratere è commisurata alla potenza dell’impatto. Un trio classico: basso, batteria, organo Hammond, ma declinato con gusto e potenza in una direzione che, se in qualche modo poteva essere stata impostata dai Cream, con i Rooster prende una forma ancora più netta e definita. Se si vuole trovare una caratteristica comune a tutti i brani del primo album, ma che comunque rimane valida per tutti i primi tre lavori del gruppo nonostante i cambi costanti di formazione, sarà interessante ragionare sul concetto di propulsione.

La musica dei Rooster da subito ammicca all’oscurità, ricerca il buio delle ombre, vive dei turbini dell’ignoto e fa tutto questo non come vittima soggiogata e impotente, bensì come signora indiscussa di quello che potremmo definire il “lato oscuro”. La musica viaggia attorno ad un suono cupo, alla morte, alle dimensioni inquietanti degli ambienti, delle luci, della mente, alle visioni ed agli spaventi. Il buio. Trovano spazio momenti apparentemente più distesi, ma sempre con l’intento di farci ricadere nella caliginosa oscurità. Se di solito può essere valida la considerazione che sia la tenebra a farci apparire la luce ancora più luminosa, in questo caso la possiamo tranquillamente ribaltare: ogni tanto si accende una timida lampadina, ma appena spenta il buio si fa ancora più fitto. La dimensione propulsiva è comune a tutti i brani ed è frutto di una unità sonora e timbrica davanti alla quale non è lecito sollevare dubbi. Ascoltando l’album da capo siamo subito imbrigliati in un turbine di energie centripete verso un umore disperato. Se non ci si riuscisse ad abbandonare a questo fluire inarginabile, l’unica speranza per un po’ di posa sarebbe quella di avere messo su una versione in vinile e poter respirare un attimo tra la fine della prima facciata e l’inizio della seconda.

Su brani come “Friday the 13th” e “And So To Bed”, spicca prima di ogni altra cosa la potenza derivata dalla reiterazione ritmica di piccoli frammenti. Basso, organo e batteria costruiscono riff semplici e rabbiosi fungendo da base e stimolo per la voce che vi si staglia sopra lapidaria ed appuntita come una freccia; questa caratteristica vocale è stata inseguita da Crane anche nella scelta dei successivi cantanti. Nel secondo album se ne andrà Nick Graham sostituito da John Du Cann che nel terzo sarà sostituito da Pete French. In questa ottica non è difficile concepire che nel quarto album, seppur lontano dai fasti dei primi anni settanta e seppur in un momento di precipitevole declino del gruppo, alla voce sia subentrato Chris Farlowe, già dei Colosseum. Costante e trasversale rispetto ai cambi di cantante è sempre presente una spinta vocale molto enfatica e vorace che può ricordarci a tratti qualche vecchio cantante soul, ma che più di tutto, detta le basi per un modo di cantare nuovo e per certe vocalità urlatrici del rock a venire.

Se alla terza canzone speriamo di poter respirare un attimo ci sbagliamo alla grande. Qui siamo di fronte ad una rivisitazione di “Broken Wings” di John Mayall, condita però di tutta una serie di tensioni e disturbi craneiani che sono più di una firma. Al brano viene apposta una introduzione orchestrale dai toni epici che poi, come a chiudere una parentesi, ritorna anche sul finale. Appena entra il brano vero e proprio con la sezione cantata, seppur siamo di fronte ad un pezzo lento che potrebbe facilmente essere interpretato come un tempo ternario e disteso, Palmer gonfia il flusso ritmico trasformandolo in un torrente in piena improvvisa. Lasciando da parte qualsiasi tendenza melliflua e cedendo il passo alla vocalità demolitrice di cui sopra, il testo di Mayall, fagocitato dal contesto strumentale indiavolato, cambia completamente sia di intento che di risultato: rispetto a questa interpretazione il brano originale rimane non molto di più di un lontano punto di partenza.

Sul finale del lato A si intravedono nello strumentale “Before Tomorrow” le derive solistiche di Vincent Crane che impera col suo organo Hammond cavalcando la base ritmica in un furente crescendo fino ad implodere in una sezione centrale dove, quasi a sorpresa, trovano spazio alcune sovraincisioni di flauto e percussioni. Una sezione che dura giusto il tempo di accorgersi che Carl Palmer sta demolendo la sala prove con un pieno di colpi e rullate a cui è difficile stare dietro. Al rientro dell’organo siamo sparati fuori orbita ad una velocità folle, tanto che su questo delirio veloce e pienissimo spunta qualche urlo di Graham dando ancora meglio il senso della potenza. Sembrano qui scorgersi alcuni andamenti che ritroveremo delle fasi più aggressive di Emerson Lake and Palmer generati tanto dalle spire contorte della mente di Crane quanto dal livello funambolico dei musicisti. Il brano (dis)evolve verso cannonate ritmiche informali e cluster armonici dell’organo, fino ad un colpo finale nel quale siamo quasi sollevati di essere arrivati indenni alla fine del lato A.

“Bansted” all’inizio del lato B è quella che sulle prime potrebbe sembrare una ballata, ma come su “Broken Wings”, sarebbe ingenuo aspettarsi tanta semplicità. Infatti solamente nei primi pochi secondi di canzone si alternano varie fasi di colore, dinamica, pienezza diverse. Il testo al solito naviga sopra lo strumentale delineando un panorama di disturbo: il protagonista della canzone si sente costretto in un ambiente che non gli appartiene, sente una costrizione fastidiosa e subdola che gli si è infilata sotto la pelle e gli fa declamare il suo disagio. Viene da pensare che il riferimento a questa dimensione mentale abbia a che fare con le varie vicissitudini di Crane ed è facile pensare che il testo abbia qualcosa di autobiografico. Il brano disegna bozzetti mentali imprevedibili nei quali forme, ombre e luci si fanno e disfano senza posa, la musica sottolinea le parole in maniera magistrale e il brano finisce abbandonandoci in una impalpabile torbidità.

Con “S.L.Y.” siamo tornati alla dimensione di partenza del disco, su quella stessa linea che ha tracciato i confini, o meglio, le origini dell’hard rock degli anni a venire. In questo pezzo riscontriamo un andamento che ricorda un po’ i Led Zeppelin. Seppur spogliati del chitarrismo irruento di Jimmy Page, qualcosa negli spazi del riff e nel portamento ritmico ce li ricorda, non tanto come modello, quanto come possibilità. Forse anche a causa del testo, non molto più di una canzone di amore non corrisposto, che crea l’ambiente per qualche disperazione anche strumentale. Come al solito batteria e organo si intrecciano e si completano facendosi i veri protagonisti del set e lasciando il basso nelle retrovie. Basso in ogni caso irrinunciabile per solidità ritmica e pienezza timbrica.

Ancora una ballata (o forse dovremmo dire: finalmente!). “Winter” si apre con Graham al flauto che ci da prova di grande competenza melodica. Il testo sembra ispirato ad una poesia romantica in cui tempo e natura prendono connotazioni umanizzate e il protagonista si attorciglia tra alcune domande esistenziali: come sopravvivere, se sopravvivere e se valga la pena continuare a lottare contro l’ineluttabilità del tempo. Se volessimo identificare all’interno dell’album un momento disteso nel quale le esplosioni psicotrope di Vincent Crane si placano e si ridisegnano in pensieri più lucidi, intimi ed appuntiti, beh, è proprio questo. Anche Palmer sembra placarsi lasciando in primo piano la voce, per poi tornare all’attacco, ma senza le furiose mitragliate con le quali ci ha accompagnati fin qui. Dopo la prima sezione cantata Graham si lancia in un assolo di flauto molto ben curato, nel quale è inevitabile il paragone a Ian Anderson, soprattutto nelle fasi in cui Graham canta nello strumento o ancora di più nell’ultimo trillo con cui chiude l’assolo e ci lascia insieme al pianoforte. Ritorna il cantato e si va verso il finale per mano ad una sezione orchestrale con tanto di archi, fiati e glockenspiel. Questo brano, nonostante alcuni picchi dinamici potenti e una crescente accumulazione sonora, rimane perlopiù in una dimensione acustica e ci da prova di essere di fronte a musicisti molto attenti e preparati (non che ci fossero dubbi), non solamente funamboli virtuosi in preda ad una spinta estatica, ma anche fini miniatori di questo piccolo diorama poetico. Stesso discorso di cui sopra su luce e buio: con un brano del genere nell’album, la bellezza e la profondità dell’altro versante risplendono ancora di più.

Nell’ultimo brano, “Decline and Fall”, oltre a riconfermare tutta la tavolozza di caratteristiche e possibilità constatate ed elencate durante l’analisi del disco, troviamo in più un assolo di batteria. L’arrivare di questo assolo dopo l’album intero fa pensare che Palmer lo avesse caricato a partire dalla prima traccia, che non vedesse l’ora di farlo e che finalmente si sia potuto sfogare in questo pezzo. Finito questo disco Carl Palmer divenne poi il batterista di Emerson Lake & Palmer, gruppo nel quale ha potuto dare spazio, sfogo e risalto alle sue prodezze stilistiche, ma ritornando a questo punto della storia, viene facile intuire quali potenzialità abbia intravisto Emerson in questo giovane musicista. Siamo di fronte in questo album e in questo assolo finale ad una specie di punto zero del batterismo progressive rock. O meglio: non si rimanda di certo a Carl Palmer l’invenzione dello strumento, ma, coscienti che lo scenario vantasse una schiera di batteristi potenti, preparati e interessanti, lontani dall’idea che abbia senso fare classifiche di merito, per come è evoluto il linguaggio e per come a cinquant’anni di distanza consideriamo ancora questo genere musicale, va riconosciuto a Carl Palmer più che ad altri il merito di aver tracciato delle linee nette sulle possibilità della batteria in questo ambito musicale.

Dopo le prime produzioni, furiose, eccentriche, innovatrici, grezze e propulsive, gli Atomic Rooster videro un periodo di brutale declino. I membri della band non duravano il tempo di un album o di una tournée e Vincent Crane inseguiva i suoi malesseri attorno a idee e comportamenti ampiamente sopra le righe. (In ultima fuggì da un tour italiano con la cassa del gruppo rientrando a Londra tra le sue disperazioni.) Qualche reunion e qualche tentativo discografico fuori tempo massimo hanno costellato gli anni settanta e ottanta fino al suo triste suicidio nel 1989. Nonostante questa sequela di disastri, follie, errori e incompiute, una cosa rimane, netta e insindacabile: “Atomic Ro-o-oster” è un album che allo scoccare dei cinquant’anni non è invecchiato di un minuto ed ha ancora molte cose da dire, da insegnare e, perché no, da demolire.

Giacomo Bertocchi, febbraio 2020



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