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La Playlist di Claudio Milano

2000 e 18 anni (e qualche migliaio prima) per dar suono a musiche, oggi chiamate “nuove”.

1) Playlist da Spotify

Tim Hecker: This Life e Kayed Out (da Konoyo).

Tim Hecker è compositore nel senso antico del termine. La sua musica in quanto a composizione però non apporta nessuna particolare variante a quanto fatto in ambito classico tonale/minimale ed elettronico. La sua è musica fatta di progressive stratificazioni non dissimili da quelle di David Toop, estranee alla benché minima dissonanza e con intervalli assai prossimi, da studente di Conservatorio che ha disimparato ogni tecnica per ritornare alla pura percezione del suono originario, tranne che nel fare uso di continui effetti di pitch, detune, autotune ad indurre una sensazione di malessere in chi ascolta. Una cifra stilistica ad ogni modo, che nella splendida scrittura di This Life e nei suoi suoni inauditi, si fa davvero importante. E’ questa composizione gestita con grande senso della misura nei singoli interventi sonici, organizzati al pari di un’estesa orchestra elettronica. La spazializzazione è fatta di micromovimenti, senza eccessi stereofonici nell’organizzazione del panpot. Assai bilanciato nell’organizzazione dello spettro sonico, il brano ha  suoni medi stabili a cui fanno da contraltare glissati-sirena di frequenze acute e gravi imponenti. Un monolite che nell’ideazione si discosta dalle lentissime trame dei drones prodotti negli ultimi anni da Rafael Anton Irisarri, Christian Fennesz, Ben Frost e comprimari. Il senso di allarme che se ne coglie ha un violento impatto emotivo che si fa via via insidioso nel finale. Sebbene il disco intero abbia senso di essere valutato come fatto per rimanere tra i capisaldi del genere, Kayed Out è composizione altrettanto essenziale. Permane un senso di profondo spaesamento, trasmesso attraverso sonorità che sembrano provenire da metalli sonori. L’equivalente di pietre sonore, qui diviene oggetto metallico fatto risuonare nelle coscienze. L’organizzazione spaziale del suono è qui assai mossa e il brano si presenta articolato in più sezioni, attraverso strutture ritmiche  (assai prossime a suoni di djembe) e melodiche tonali che si susseguono con continui cambi di scena, fino a reiterarsi con un’ostinato di simil-arpa, un po’ stucchevole alla lunga. Una nuova forma di musique concrete assai vicina ad un’impressionismo per epoca digitale. Il finale torna anche qui a sfumare i contorni. Ad ogni modo e con soluzioni “cantabili”, un senso di serenità emerge negli sviluppi di questa traccia.

 

Lonnie Holley: I Snack Off the Slave Ship e I Woke Up in a Fucked-Up America (da MITH).

Lontano da biografie alquanto truculente che riguardano la vita di Holley, ciò che mi interessa riportare è il suo essere artista vero e d’ampio raggio. Di vite sfortunate ce ne sono state milioni e poche di queste hanno prodotto bellezza, anzi, molto spesso hanno contribuito ad alimentare gli orrori in cui erano vissute. Il cantore americano è essenzialmente uno straordinario oratore in musica. Ad un salmodiare che avvicina blues della prim’ora, gospel e rap, è da ascrivere il suo canto devastato da abusi di ogni sorta. La densità del racconto, accesa al limite della psicosi, non ha alcun cedimento, come in un rituale catartico che conosce il solo sfinimento come battuta d’arresto. Ben poco peso avrebbe (purtroppo) il suo racconto, drammaticamente “scompensato” e pur artistico a prescindere, se non fosse accompagnato da una confezione sonica di pura eccellenza, della quale il cantore non è minimamente responsabile. Qualcuno ha ben capito che su di lui e la sua storia si poteva speculare e lo ha fatto straordinariamente bene. Una band di jazzisti di prim’ordine e della scena d’avanguardia newyorkese, intesse fraseggi ora cupi, ora cinici, ora spietatamente diretti, talvolta “cosmici”, in un richiamo a Sun Ra, che qui però trova tutt’altra materia di partenza. Due episodi del disco sono impressionanti per la saturazione emotiva che il canto e quanto tessuto appresso ad esso, riesce a rendere.

I Snack Off the Slave Ship, è una lunghissima declamazione ad opera di corde vocali devastate ma evocative all’inverosimile e capaci tanto in un roco devastante da ex baritono leggero, prossimo al suono di una tromba, quanto in una purezza di emissione elegante e ricca di armoniche gospel/soul. Il pianoforte appena scordato, affronta fraseggi ora melodici, ora cupissimi. Le percussioni afro sono da preludio all’intervento ben più evocativo di una batteria a creare spirali nella percussione dei piatti. L’elettronica è sempre presente diretta quanto atmosferica. Un fischiettare contribuisce a rendere il tratto pollockiano materia sonica densa, organica e pulsante. Devastante come poche cose io abbia mai ascoltato.

I Woke Up in a Fucked-Up America, fa uso di pulsazioni elettroniche roboanti, marziali, applicate anche alla batteria. Il pianoforte conserva il suo tratto romantico-decadente, i fiati sono trattati al pari della batteria a creare una sorta di urlo “post tutto”, destrutturato quanto agguerrito e diretto. Un’invettiva nettamente più incisiva di qualsiasi produzione rap o hip hop che sia. Holley e sodali brevettano con questo disco una formula di soundpainting armato e psicotico, da “azione sonora” non dissimile da rito sciamanico o reading primordiale. Suoni e versi lucidamente anarchici a dichiarare attraverso rughe dell’anima, quanto una dittatura culturale (non solo in America) sia da sempre presente, accettata passivamente e inammissibile in un’epoca storica in cui torna ad essere apertamente dichiarata.

 

Julia Holter: Everyday Is an Emergency (da Aviary).

Julia Holter torna con album da ascrivere appieno alla sempre più esigua nicchia dell’ “art rock” tout court. Un disco estremamente vario nelle atmosfere e nella gestione della materia sonica, dove arrangiamenti e linee vocali si muovono in direzioni non sempre unilaterali, ma tali da manifestare una sorta di identità autonoma che va a definire un quadro complessivo a priori. E’ questo uno dei pochissimi dischi degli ultimi anni a non disdegnare uno studio dell’armonia tale da accogliere sistema tonale come atonale, in florilegi di dissonanze organizzate attraverso scrittura digitale e dunque pari a ceselli di un mosaico perfettamente a fuoco, pur in visioni non di rado distoniche. Non solo, laddove l’interesse per l’indagine sull’emissione vocale sembra completamente tramontato, la Holter sciorina iperacuti “di flauto”, derivati da uno studio sull’emissione ragguardevole e degno di plauso. Se si esclude la prima traccia che chiaramente fa il verso a Björk, sempre più modello per decine di voci dell’underground mondiale, il resto accoglie Nico della sacra trilogia “The Marble Index”, “Desertshore”, “The End”, quanto Lana Del Rey e Kate Bush. Di disco pop si tratta in larga parte, seppur arrangiato in maniera eccezionalmente arty, tale da tener conto delle più recenti evoluzioni soniche e di dire la propria in materia. Sono gli episodi più estremi a risultare i più riusciti, perché in grado di spostare l’angolo di visione della scrittura contemporanea avanti e con convinzione. Everyday Is an Emergency è in questa direzione composizione di grandissimo interesse. Parlo di composizione perché sarebbe inadeguato far ricorso al termine “canzone”. Suoni vocali e orchestrali iperacuti, sono gestiti con attacchi sfalsati di pochi intervalli di secondo a generare un movimento armonico prorompente all’attacco e poi sempre più circolare nell’allungamento dei tempi di esecuzione e nel discendere progressivamente su registri medi e poi gravi. Grande l’impiego di “melodine” (evoluzione del ben noto plug in di “accordatura” autotune) nel trattamento di voci e suoni strumentali, anche perché le dissonanze, tra semitoni e microtoni necessitano di accordatura al limite, cosa laddove non concessa a Ligeti, è oggi possibile grazie a mezzi tecnici sin troppo generosi. Intorno al quarto minuto, la progressione discendente si arresta. Segue un pianoforte elettrico ulteriormente liquefatto da effetti elettronici assortiti, su cui la voce disegna una melodia pari a filastrocca. L’elettronica ricama trame atonali appresso al tutto e le dissonanze si fanno non solo mistero ma volutamente “sgraziate” pur nella perfezione dell’ordito sonico. I controcanti raggiungono vette pari a squittii e sono sostenuti all’unisono dai suoni orchestrali. Una brevissima sospensione chiude ciò che è da annoverare tra le migliori ideazioni di scrittura avant degli ultimi anni. Una scrittura “colta” (in epoca in cui questo aggettivo è visto dai musicisti in primis come spauracchio), altamente sensibile, emozionale quanto creativa ad ampio raggio nell’esplorare tutte le componenti del fare musica: suono; ideazione; impianto armonico, melodico e ritmico; ricerca timbrica ad ampio raggio; volumetria plastica. Tutto questo in una carrellata, la mia e pur ampiamente selezionata tra migliaia di ascolti, che di lavorare in modo autonomo e non “romantico” appresso ad armonia, intervalli di suono (in breve, la distanza tra le note), ricerca timbrica e spazializzazione sonica, proprio non vuole saperne e anzi, addita con scherno e disprezzo chi questi ambiti indaga, controcorrente.

 

Kip Harnahan: Our Reflection in the Turbulent Heat (It’s really you…) da Crescent Moon Waning.

Kerouac asseriva che negli anni ’60 il jazz era morto e per ogni morte il genere ha avuto, una, dieci, cento resurrezioni. In ultimo istanza, dopo l’exploit della scena nord-europea del decennio che sta per chiudersi, gli Stati Uniti sembrano pronti a raccoglierne il testimone. Harnahan percussionista e compositore, nonché figlio del linguaggio afro-americano più volte rinnegato e riabilitato non certo in ultima istanza, si presenta con un disco assai affascinante, ricco di melodie sensuali e ritmiche che spesso si muovono in misura autonoma rispetto al canto. Non è soluzione nuovissima, ma qui condotta ai termini estremi. Our Reflection in the Turbulent Heat ne è esempio mirabile e sintetico. Il canto jazz-soul porta alla mente Daryl Hall, il basso elettrico disegna una reiterata linea melodica che sembra evocare i temi più ariosi di certo Michael Jackson e fa testo a sé. Allo stesso modo le percussioni si muovono come un treno lanciato in una corsa sfrenata e carica di suggestioni caraibiche. La fusione che ne nasce non può che essere originale, è portatrice di una cifra personalissima, completamente a fuoco e godibilissima. La lista dei musicisti coinvolti è talmente lunga e degna di nota da raccogliere l’intera storia di un linguaggio e annovera tra le sue fila gente come Fernando Saunders e Jack Bruce.

 

John Homes: Whose Hat Is This? (da Everything’s Okay – feat. Kokayi).

A monte di ogni parodia che possa far capo a nome della band e titoli assortiti, Tim Lefebvre, bassista nell’ultimo atto della discografia di David Bowie, è riuscito ad ottenere un meritato e unanime riconoscimento grazie a più progetti. Uno di questi, John Homes, non è ancora approdato in Italia ma negli USA inizia già a far culto. Il combo muove i suoi passi a partire dall’esperienza di Sun Ra (il cui nome è già apparso in questa lista) e della Bonzo Dog Band, andando a rimodellarle sulla base del linguaggio hip hop e dell’elettronica contemporanei. Il tutto, registrato dal vivo in un lungo album. Per quanto analogie possano essere rinvenute pure con Rig Rip & Panic e Pop Group, l’esito è da annoverarsi come portatore di identità autonoma e strettamente contemporanea. Una miscela esplosiva che in Whose Hat Is This? richiama anche alla mente i primissimi Prodigy. Un jazz funky hop violentissimo e diretto, sostenuto dal basso solidissimo dello stesso Lefebvre (in un fantastico solo atonale a conclusione del pezzo), da una batteria capace di scansioni ritmiche irregolari quanto cronometriche, un sassofono free jazz pronto a deragliare come un vulcano ad esplodere lapilli. La voce di Kokayi è un razzo, sputa parole con una velocità impressionante, tale da scaldare il sangue e mandare in fibrillazione neuroni. L’elettronica funge da collante dall’inizio alla fine e lungo l’album crea autentici scenari cosmici. Per chi è ancora convinto che il punk sia l’espressione sonica iconoclasta per eccellenza, questo è acqua santa ben gradita.

 

Gianni Lenoci/Earle Brown: October 1952 (da Selected Work for Piano And/Or Sound-Producing  Media).

Lenoci è pianista e compositore eurocolto quanto conoscitore del linguaggio afroamericano in tutte le sue declinazioni. Da più di due decenni offre una personalissima visione delle possibilità tecniche ed espressive che il pianoforte può offrire. Dopo due capitoli incisi per la nobile Amirani Records di Gianni Mimmo, dedicati rispettivamente a Cage e Morton Feldman, questa volta la scelta di interpretazione e rilettura ricade su uno dei tanti geni del ‘900 a cui ben pochi allori sono stati dedicati e la cui memoria è riservata a culto di nicchie: Earle Brown.

L’importanza della gestualità per il compositore statunitense, è vissuta dal pianista di Monopoli con fare rispettoso quanto profondamente personale. La componente di alea presente nella notazione browniana, ben si presta alla ricerca di Lenoci sui suoni generati dalla meccanica tutta del pianoforte. Al tempo stesso è rispettata la sacralità con cui il gesto pianistico è mosso con fare meditabondo, nell’elargire semi di creazione pura. In October 1952, emerge una spiritualità assai generosa dove ogni singoli note, accordi e pause, hanno un peso immensamente diverso e assai misurato, come a pesare il valore delle particelle di pulviscolo nell’aria, o quello del cuore e di una piuma. Un’esperienza sensoriale che altera la percezione del tempo in un brano di appena un minuto. Vale un salto nel vuoto.

 

Annie Barbazza e Max Repetti: C’est la Vie (da Moonchild).

Annie è interprete al mondo di giovane età con il maggior numero di collaborazioni eccellenti neanche immaginabile per chi non è a conoscenza del suo percorso e questo è il disco che ne sancisce l’indiscutibile caratura. Nel suo timbro da contralto ricco di armonici e sfumature, nei suoi appoggi dentro e fuori il ritmo a trovare la giusta dimensione dell’anima, è l’eco delle più grandi voci femminili del folk di sempre, da Laura Nyro a Joni Mitchell, passando per Sinead O’Connor. L’esperienza umana ancor prima che artistica, maturata al fianco di Greg Lake, l’ha portata a scegliere una selezione dal nobile repertorio del compianto songwriter e bassista inglese. L’intera operazione è riuscita alla perfezione, complice il misuratissimo apporto al pianoforte di Max Repetti, capace di fraseggi costantemente al limite tra classica e jazz, mai invadenti e quasi mai ad avvicinare il parallelo con Keith Emerson. Laddove questo accade, Karn Evil 9, si ha l’unico episodio debole del lotto. Per il resto la resa è immacolata, anche negli ambiziosi Medley che richiedono cambi di registro emotivo pari a improvvise dissolvenze incrociate cinematografiche. C’è qualcosa però che rende questo disco speciale, è che a mio avviso e per quanto eretica possa sembrare la cosa, alcune interpretazioni sono superiori alle originali, in quanto a resa emotiva e tecnica di una voce che ormai si attesta tra i timbri più importanti ascoltati negli ultimi anni. Agendo per riduzione della materia sonica e focalizzando l’attenzione sulla magnificenza delle melodie, rese con una moltitudine di sfumature timbriche, da sussurrati spenti ad accensioni cariche di pathos e comunque mai sopra le righe, Annie traduce in florilegi emotivi l’immortalità dei temi di In the Wake of Poseidon (dove più volte balza alla mente l’eleganza di Barbra Streisand), Memories of an Officier and a Gentlemen, The Sage/The Great Gates of Kiev (e qui il finale “There’s no end to my life, no beginning to my death: death is life” mi ha strappato più di una lacrima). C’est la Vie, su tutte, per la contrita leggerezza vocale con cui la Barbazza accompagna il tema, prima di un crescendo di potenza e armonici e per il lirismo pianistico che il tutto segue senza voler disturbare l’emozione che emerge passo dopo passo, è gioiello inestimabile.

 

Anna von Hausswolff: Ugly and Vengeful (da Dead Magic).

Certi dischi hanno consapevolezza di poter osare, già a partire dalla durata delle tracce che presentano. Un drone di organo trattato elettronicamente si muove assieme a una nota di voce pari a canto di sirena e tenuta in lontananza alla maniera di un loop. Suoni acustici elettrificati sottolineano un incidere marziale. L’arrivo del canto a declamare il testo, è pari alla rivelazione di un oracolo e sembra provenire da un altro mondo. La naturale evoluzione dei percorsi di Dead Can Dance, This Mortal Coil e Carla Bozulich. Il concetto di suono puro sembra essere completamente assente, tutto è filtrato prima che le bacchette di una batteria a percuotere i piatti e una voce violentemente sospesa tra risonanze strozzate in pianto tra gola e naso (tutt’altra grazia hanno i controcanti) prendano la scena. Imponente un organo a canne segue all’unisono con chitarre elettriche e percussioni marziali in una visione wagneriana del far musica. Il canto della Hausswolff, evocativo a richiamare misteri est europei e mediorientali emerge ancora prima dell’inizio di un’oscura cavalcata cosmica a suon di registri organistici sempre più arditi, cosmici, in fraseggi di puro delirio atonale prossimo alla dodecafonia. Torna la voce di Anna e poi ancora il misterico fraseggio, in un’alternanza scenica che sembra avvenire in tempo reale al pari del più truculento dei riti pagani. E’ un susseguirsi di armonizzazioni vocali, suoni siderali, modulazioni armoniche imponenti ma non stucchevoli, capaci di risucchiare in autentici vortici. E’ questa la sola Ugly and Vengeful con i suoi quasi 17 minuti, che da soli valgono un disco intero e che si attestano tra le più grandi intuizioni avant rock odierne, tra estetica drone, kosmische musik, gothic e azione sonica. Già un classico del rock tale da poter essere amato da chi giovane è e chi è lo rimasto nello spirito, non per chi ha fatto finta di esserlo, o non lo è mai stato.

 

Gianni Maroccolo: Cuspide (da Alone).

L’irruente ingresso sonico del brano, ottenuto con distorsioni a carico di synth, chitarra elettrica e spettrali echi vocali, si stempera in un’apertura per chitarra ritmica, campionamento da organo elettrico MIDI, elettrica ancora satura e percussioni da campionamenti. Segue un’evoluzione ritmica più solida che si muove marziale ma tale da lasciare spazio ad evocatività. Quarto quadro a carico delle chitarre lasciate sole, quinto con arpeggiatori di synth e campionamenti di vento a rimaner soli in coda assieme a rantoli vocali. Soundtrack per mente lasciata libera di scorrere per lidi liberi, ma anche assai a fuoco. Pur con qualche roboante eccesso, un disco affascinante tutto. Costante della Contempo Records, ferma nella salvaguardia di estetiche anni ’80, il brano segnalato è dipinto glaciale, che di decenni addietro però non ha il suono, solo il gelo di storie già vissute che tornano agli occhi in lacrime e rabbia, maturate al freddo di nude anima e ossa.

 

Father Murphy: Agnus Dei (da RISING. A Requiem for Father Murphy).

Un disco (incondizionato l’amore che Michael Gira degli Swans nutre per il progetto) che mette in luce un’America di predicatori da sempre viva e vitale, ma che raramente giunge ad esiti sonici capaci di rappresentare una contemporaneità autentica. Abbiamo goduto per anni del canto di David Eugene Edwards (16 Horsepowers/Woven Hand) e certamente lo abbiamo accolto proprio perché non abbiamo dato retta ai contenuti delle sue liriche, che fossero scritte da un italiano, pur nella loro sincera e profonda enfasi spirituale, sarebbero oggetto di sola derisione.

Eppure i due cantori a dar voce a questo dischetto di risonanza mondiale, sono veneti e la registrazione del lavoro è avvenuta negli studi torinesi dei leggendari Larsen, ovvero Fabrizio Modonese Palumbo e Paul Beauchamp.

E’ disco che sinceramente non valuto neanche nel complesso, perché davvero povero in slanci compositivi e ancor meno interessante nell’uso di voci costantemente al di sotto di un limite decente di intonazione.

Due brani però sono davvero eccellenti: Agnus Dei e la seguente Communion.

La prima merita davvero di essere inserita tra i migliori ascolti dell’anno trascorso.

Un drone oscuro, autenticamente apocalittico, caldo quanto saturo di distorsioni emerge lentamente e con dovizia di oscillazioni di intonazione mentre su di esso si innesta florido un canto femminile cristallino. Una meraviglia asciutta, diretta e auto-rappresentativa al punto da mettere da parte il resto e ritagliarsi un posto nell’anima.

 

Dalila Kayros: Hanged (da Transmutations – I – ).

Nuhk di Dalila Kayros è stato uno degli album più importanti dell’underground mondiale di questo decennio e il fatto che in pochi l’abbiano incontrato non esclude che ciò possa accadere e presto. Cinque anni sono passati nel frattempo, la ricercatrice vocale sarda è stata (ed è tuttora) voce degli eccezionali SYK, in due dischi che hanno catturato l’attenzione dell’avant metal mondiale e ha realizzato un disco in duo con Luca Pissavini. La grande esperienza maturata l’ha portata a realizzare un lavoro completamente differente da quello d’esordio. Abbandonata la lingua sarda a favore dell’inglese, conclusa l’esperienza con Antonio Zitarelli in qualità di co-arrangiatore, esteso il campo emotivo dall’unilaterale livore di prima istanza ad uno spettro ben più ampio, integrata la ricerca timbrica in un canto di “registro” e non più di “voce estesa”. Ogni singolo brano del disco presente manifesta un’elettronica non più affine al campo neoindustrial ma “art pop”, tale da integrare ritmiche trip pop, hip pop, o semplicemente funzionali alla solida ricerca armonica. Questa è tale da annullare steccati della forma canzone, generando romanze elettroniche fortemente legate al legame tra ritmo ed espressionismo vocale sciamanico ma ora capace anche di forti slanci lirici. Tutto è strettamente contemporaneo anche nell’essere “in” nel recupero di certe atmosfere e modalità care agli anni ’90 più floridi. Hanged (come Mothland) è episodio eccezionale. Il canto si muove serpentineo tra singulti elettronici altamente sincopati, destrutturati. La voce raggiunge vette da soprano pop che nel timbro non ha possibili termini di paragone ma un’unicità che di lei fanno un’autentica divinità contemporanea. I controcanti seguono il canto rendendo la dimensione del suono ampiamente circolare. Tutto è perfetto, godibile, misterico, drammatico senza generare alcun senso di disagio in chi ascolta, eppure profondamente “altro”. Dalila ha trovato la chiave per raggiungere e con il solo supporto di un’elettronica gestita autonomamente, un pubblico ampio e cosmopolita. A lei l’augurio di far breccia in quanti più cuori possibili, capaci di accogliere cotanta potenza comunicativa.

 

Low: Dancing and Blood (da Double Negative).

La parabola della band americana di Mimi Parker e Alan Sparhawk, sta assumendo sempre più le parvenze di miracolo. Dalle origini avant folk, alle evoluzioni arty che che lo sorso anno l’aveva vista ribattezzarsi come Organ Reframed, a intessere litanie di cristallina purezza su lunghi pedali tenuti di organi chiesastici, l’elettronica di Double Negative sembrava quasi attesa.

Il disco è stato ampiamente lodato dalla critica mondiale e italiana in primis, ma a ben vederle le canzoni del lotto, ascoltate nel tour in corso sono proprio canzoncine, che solo nell’impressionante lavoro in studio d’incisione trovano un abito che da solo sa essere contenuto.

Dancing and Blood rimarrà uno dei classici rock di fine decennio.

Un ribattuto imponente ad aprire, sorta di rumore ecografico o di risonanza magnetica riportato in musica, a cui si sommano suoni più insidiosi in progressiva stratificazione (meccanismo vecchio da far paura) e il canto che appare pesantemente soggetto a effetti di ogni sorta, qui piacevole, sul resto del disco spesso noioso. Le chitarre sono la cosa migliore con effetti di detune applicati e altri a creare una sorta di disfacimento della materia sonica. Il meglio avviene nella sospensione centrale, quando un suono pari a quello del segnale di partenza di una nave, sommato a una voce con un andirivieni di pitch genera un progressivo crescendo che filmicamente rende una sorta di arrivo di uno sciame di insetti. La miscela genera qualcosa di semplicissimo ed elaborato al contempo, non certo da dancefloor, ma appannaggio di chiunque cavalchi tutt’ora l’aggettivo “minimale” affiancato a “pop”.

 

Sigh: Heresy II: Aconism (da Heir to Despair).

A monte del blasonato “ritorno agli anni ’90”, ciò che mi è sembrato più evidente in questo scorcio di fine decennio, è stato un ritorno al suono violento: punk (quello meno pettinato), heavy metal e poi tutti i fenomeni legati alla musica black non necessariamente da Grammy Awards (rap, hip hop, trap, soul, funky, gospel, disco music). Il tutto a ricordare più la fine degli anni ’70 in risposta minacciosa all’incedere delle destre mondiali, o semplicemente a segnalare un disagio che spara a destra e a manca senza visualizzare responsabili.

I Sigh sono definiti band avant metal. In realtà di avant hanno ben poco se non il ricorso a ormai istituzionalizzate forme progressive e un canto affascinante. Mirai Kawashima ha un timbro davvero stregonesco. Soltanto a sentirlo vien male alle corde vocali, nel pensare la compressione che su quelle esercita per far fuoriuscire un solo rantolo adenoidale e strozzato. Ovviamente i temi vertono su argomenti occultisti, cosa che fa fumetto più che altro. Il secondo episodio della suite del disco, utilizza formule sinfonico romantiche al ralenti (chi ricorda i Devil Doll?) e assai ben orchestrate, puntando su tutto sulla voce, di suo già ipercompressa sulle corde vocali false e poi abbondantemente trattata con elettronica a rendere ulteriore spaesamento. Un break finale comporta l’uso di estremi “suoni di fischio” (frequenze vocali iperacute ottenute comprimendo le corde vere e lasciando un solo piccolo foro a vibrare nella sezione più alta. L’aria viene immessa con respirazione inversa, portando l’addome dentro). Non solo, in questa sezione viene adoperata elettronica glitch a devastare l’ordito sonico, fatto anche da fiati free jazz, noises assortiti, musica concreta. Splendido, potrebbe essere la naturale evoluzione del percorso dei Naked City, se John Zorn avesse ancora voglia di mettersi in discussione.

 

Maisie: Ruderi e Macerie #3 (da Maledette Rockstar).

Quanto i Maisie abbiano dato con la loro ultima pubblicazione è ciò che giustamente gli è stato attribuito da critica e pubblico. Un lavoro colossale di grande valenza socio-politica e pur estraneo a noia, perché dichiaratamente esilarante e più che cinico “clinico” nello sguardo al reale.

A sinistra, certo e chiedetevi perché ad esporsi a destra cantando “brutto negro di merdaaaaaaaa, brutto frocio di merdaaaaaaaa, terroneeeeeeee, rabbino maledettoooooo, musulmano inferioreeeeeeeee, Dio ti voglio bene ma ammazzali tutti tranne meeeeeeeeee ecc ecc ecc” il suono è proprio ridicolo. Ci sarà pure un motivo no?

Complice anche un mio intervento non proprio parco nella stesura di testo, ideazione e performance delle sezioni vocali, gestione della trama sonica dalla seconda sezione in poi, Ruderi e Macerie #3, a distanza di più di un anno dall’uscita del disco, è brano che sento assai vicino.

Non solo, vi sono coinvolti Francesco Chiapperini, collaboratore alla quasi totalità dei miei progetti e Vito Emanuele Galante, del RADIATA 5tet, di cui pure ho fatto parte.

Decostruzione e imponente zeuhl nel primo movimento, che prevede una marcata teatralità nell’esasperazione dell’indagine di emissione della voce; jazz-folk assai drammatico nel canto partigiano del secondo; lo stemperamento del fare marziale, da inno, del tema vocale originario nel terzo, che diviene spirituale fino alla rarefazione elettronica degli interventi di Luigi Porto sul Kyrie. Il disco di suo è composto di tanti racconti, che spesso fanno del dialogo teatrale componente cinematografica (la splendida Wilma e il Diavolo, Folkpolitik), ma capaci anche di sintesi al fulmicotone in Un Programma Politico Sintetico, Inefficace ma Divertente. S’è detto di tutto sul disco e giustamente. Del fatto che in mezzo c’è l’intero underground italico a coprire generi e sottogeneri diametralmente opposti, che chi della musica non sopporta l’elemento teatralizzato l’odierà a morte, che chi della musica vive l’ideale romantico della stessa, lo guarderà in cagnesco. Piace o non piace, di certo è uno di quei parti nati per restare e questo è il destino che gli spetta, indipendentemente da opinioni e gusti personali.

 

I Hate My Village: Aquaragia (da I Hate My Village).

Un disco godibilissimo con dei momenti davvero superlativi per sbrigliatezza delle sezioni strumentali e leggerezza mai banale delle linee vocali. Il singolo Aquaragia, è un vero e proprio manifesto programmatico. La sezione strumentale si fa tutta pulsazione afro, non solo basso e percussioni, elaboratissime nella multi-stratificazione delle poliritmie da cardiopalmo, ma anche le chitarre seppur mai impiegate con accordi, come nella tradizione dell’elettrica non solista. Un vortice che avvicina il surf e che supera di slancio le intuizioni manifestamente tecniche dei King Crimson di “Discipline” e le reiterazioni dei Talking Heads di “I Zimbra”, conducendo tutti in pista. Musica colta per le masse, che solo una formazione con fuoriclasse militanti in Calibro 35, Afterhours, Verdena, Bud Spencer Blues Explosion, poteva concepire con una coesione simile. Un esordio assai più che semplicemente memorabile e il miglior asso nella manica su cui la Tempesta Records oggi possa fare affidamento. Un disco che deve avere eco internazionale, qualora ciò non avvenisse, sarebbe puro dolo.

P.S.: Difficile trovare in rete una data di pubblicazione unanime. 2018 o 2019? Poco importa, non è musica tale da invecchiare in fretta.

 

Ryley Walker: Accomodations (da Deafman Glance).

Che il miglior brano avant progressive dell’anno potesse giungere da chi da sempre è valutato in qualità di folksinger, non è neanche una novità, basti ricordare certe derive di Tim Buckley e Roy Harper, per non maturare particolari sorprese. E’ “Deafman Glance” disco tutto affascinante, ma Accomodations è composizione superlativa. Il canto mantiene dall’inizio alla fine una sottile tensione emotiva, stemperata in una breve variazione in 12/8 che nel terzinato sembra volere arricciare l’emozione a fior di pelle. Una voce assai bella ma non originalissima nel timbro, perché invero assai simile a quella di Brendan Perry, comunque portatrice di emozionalità e autorevolezza declamativa. L’assetto armonico su scale esatonali discendenti si avvicina al jazz più ricercato e all’ultimo Scott Walker, ormai faro (quasi) unilaterale dello sparuto songwriting colto. Le percussioni di Mikel Avery suonano come il miglior Thomas DiMuzio di “Hunger’s Teeth”, capolavoro dimenticato dei 5uu’s. Sono un insieme brulicante di suoni elettronici e acustici sparsi nello spazio. Si muovono come in un quadro astratto a frammentare il ritmo anche quando potrebbe risultare stabile. Il pianoforte semina accordi pari a martellate atonali. Solo l’incedere del basso, alleggerisce il tutto nella microvariazione reiterata. Un flauto traverso assai jazzy e minimale disegna le trame del suono sulle frequenze più acute. Intorno al secondo minuto c’è anche spazio per una variazione armonica condotta da elegantissimi fiati. Un accenno prima del ritorno del tema misterico di base, ora affidato al solo pianoforte. Magnifico.

 

Josephine Foster: Faithful Fairy Harmony (da Faithful Fairy Harmony).

Il culto di Josephine Foster è appannaggio di pochi ma assidui seguaci da molti anni in qua. La cantautrice americana che voleva essere cantante lirica, ma che da anni alterna l’insegnamento della voce alla registrazione di album in buona misura tutti pregevoli e portatori di identità autonoma, è arrivata lo scorso anno alla pubblicazione di un doppio disco. “Svanito” come sempre e tanto più vario nella proposta delle singole tracce, ma unilaterale nell’espressione di una spiritualità autentica e di bellezza “altra”. Il suo canto da soprano leggero con scarso sostegno (in breve, la voce “traballa”), ha un fascino antico, sembra quello della vicina di casa freak che avrebbe voluto altro dalla vita, ma si è ricavata una dimensione così fuori dal mondo da risultare assai meglio di quello che avrebbe voluto (una semplice esecutrice). Sono tanti gli episodi del disco a risultare completamente a fuoco, l’ode folk per arpa e voce (che nel finale raggiunge un DO5 con grande naturalezza) di Soothsayer Song; la romanza per piano e voce di I Was Glad, dalle armonizzazioni ben ricercate; la magnifica Adieu Color Adieu, che trova una dimensione estaticamente corale e non ha timore nell’affrontare spigolose dissonanze in apertura e chiusura del pezzo; l’incanto mistico della pastorale Eternity, con un bel violoncello a dar calore; le sublimi trasfigurazioni di The Peak of Paradise, non estranee ad un’elettronica discreta quanto funzionale; l’andamento glam rock di Challenger che riporta direttamente alla mente alcuni episodi da “Transformer” di Lou Reed. E’ il disco nel complesso (notevoli anche The Virgin of the Snow, Lord of Love, la “blakeiana” Little Lamb) a risultare degno di nota, così come lo era stato, ad esempio “This Coming Gladness” del 2008 (con la stralunata e magnifica Lullaby to All dove gli strumenti tutti facevano guerra tonale al cantato dagli intervalli ubriachi).

La title track, ha la capacità di riassumere tutto, in chiusura, attestandosi come gioiello di folk progressivo con pochi paragoni. Un accordo di sospensione armonica prelude a un breve recitativo, mentre in lontananza si sente il suono di un pianoforte come nelle vecchie incisioni in cui era possibile percepire appena in anticipo lo sviluppo dei brani (i nastri venivano usati più volte durante le take dello stesso pezzo in studio, per non incorrere in sprechi). L’andamento che segue è da tipico pastorale canto chiesastico americano, con annesso lirismo vocale intimista. Le armonizzazioni però vanno a complicarsi in sviluppi ora tardo romantici, ora da slancio glam rock. Poi una sospensione centrale con più modulazioni e un’innesto di chitarra elettrica dal suono grottesco, mentre violoncello e arpa aggiungono calore. Il canto trova nell’inserimento di controcanti, una dimensione ancora più convincente. Torna un breve recitativo e poi ancora un coro di voci dalle armonizzazioni swing primo ‘900. A seguire l’irrompere di un’elettrica roboante e psichedelica a cui fa eco un lungo arpeggiato d’arpa in detune. Adorabile, non ho altre parole.

 

Vessel: Arcanum (for Christalla) da “Queen of Golden Dogs”.

Altro disco fuori dalla grazia di Dio per segnalare ancora una volta come se vi lamentate di ascoltare solo la stessa solfa è perché siete pigri.

Un lavoro di piccoli bozzetti musica da camera iniettata con abbondanti soluzioni elettroniche e qualche sapore esotico, è quanto il Dj Sebastian Gainsborough, in arte Vessel ci dona in ascolto. L’esito è interessante, anche se a volte non proprio “aggraziato”. Le armonizzazioni ardite di Zahir,  organizzate su piani distanti tra loro, tanto nel modo di trattare strumentazione che voci e tali da risolvere in un bizzarro coro che mette assieme Medioriente, Nord America e Vecchia Europa, sono un bel momento e l’esasperazione dell’impiego di melodine in modo “grezzo”, rende il tutto ancora più curioso. L’esotismo del canto di Torno-me eles e nau-e, che viene ridotto a polifonia (madrigale a tratti) classico-contemporanea, lo è molto di più. Nel lotto spiccano pure i rantoli industrial di Sand Tar Man Star, che risolvono in una sorta di coro di sirene tra Nord Africa e musica black americana e la più ruffiana Fantasma, dove un quartetto d’archi con armonizzazioni atonali incorre in derive dance (ma con dovizia di armonizzazioni da Bollywood).

Su tutte e per dono di sintesi, l’altezzoso clavicembalo barocco di Arcanum, con cori onomatopeici da soundtrack cartoon annessi e archi. L’elettronica qui ubriaca il tutto progressivamente fino a sfaldarne i contorni e attestare fieramente “è il 2018”.

Da encomio per la capacità metalinguistica, per l’inaudita faccia tosta. Il tutto non allontana la sensazione di esercizio di stile, ma il quadro è talmente singolare da avvincere.

 

Richard Youngs: As the Mind Shrinks It Tends Towards Disappearing (da Belief).

Quasi 200 album pubblicati in meno di vent’anni. Un record cercato ma non un attestato di merito. Youngs, dopo “The Naive Shaman” del 2005 ha coniato una singolare modalità di composizione. Attestato un modo di scrittura che accenna un tema senza svilupparlo, fa così economia di tempo, non risparmiando però sulla ricerca sonica. E’ questo l’unico pregio oggettivo del suo lavoro: il suono (e certo la musica questo è, ma non solo…). Un suono sempre un passo oltre dove la maggioranza dei musicisti giunge. Per il resto, non particolarmente rilevanti l’attenzione per armonia, intervalli melodici, liriche appena accennate come scarabocchi/scriccioli di pensiero latente, organizzazione ritmica e tanto meno per la voce il cui timbro richiama alla mente e in modo netto, Robert Wyatt (quante volte tornerà questo nome in questa lista!).

Qualche lavoro nel mucchio si distingue ed è il caso di “Belief” dello scorso anno (ovviamente un nuovo, orrendo capitolo, “Dissident” è stato già sfornato).

As the Mind Shrinks It Towards Disappearing, è a mio avviso la traccia di maggiore interesse di recente produzione. Il canto abbandona i riferimenti abituali e torna ad abbracciare una sorta di primordiale lamento nativo americano, per coincidenza peraltro non dissimile dalla scrittura dei brani più lenti di Cobain, ripetuto fino ad oltranza su una cascata di suoni che si affastellano. La chitarra elettrica iper-satura è ad ogni modo lo strumento principe del disco, assieme ad una batteria elettronica low-fi (MIDI?). Il risultato è assai onirico e trova uno sviluppo nella sezione finale grazie ad un ribattuto di chitarra dal suono cristallino a creare atmosfera e un basso elettrico solido e fuori tonalità che suona quasi come un richiamo lontano, una sorta di sirena, espediente sin troppo ricorrente in questa lista di brani fin qui citati. Inutile dirlo, nessuno ha copiato nessuno, certe idee sono nell’aria quanto gli allarmi che le sollevano.

Un buon momento.

 

The Nels Cline 4: Furtive (da Currents, Constellations).

Noto ai più per la lunga avventura musicale e umana maturata con Wilco, Nels Cline è uno dei pochi chitarristi al mondo che possono vantare tutt’oggi l’attestato di “avant guitar hero”. Mostro sacro dell’improvvisazione, si è distinto tanto negli ambiti del rock di confine che in quelli del jazz, con un fraseggio personalissimo, attento ad armonizzazioni aperte ed intervalli tali da raggirare ogni armonia di partenza, oltre che per una ricerca di suono elegantissima anche quando prossima alla soglia del rumore puro.

L’ultima pubblicazione lo vede in quartetto con l’ex enfant prodige Julian Lage, da anni alla corte di John Zorn e autore dell’autorevolissimo “Modern Lore”, candidato al Grammy come Best Contemporary Instrumental Album, dopo una caterva di premi raccolti col precedente “Mount Royal”.

Nella traccia di partenza, Furtive, che da sola vale “Currents, Constellations”, i dialoghi serratissimi tra i due sono l’equivalente d’avanguardia di Di Meola e John McLaughlin in ambito fusion. L’interazione è tale che distinguere i due è impossibile, ciò che conta è il linguaggio ed è linguaggio che ha consapevolezza di tutta l’evoluzione jazz e delle derive classico contemporanee più prossime alla performing art che non alla composizione scritta ed eseguita in modo accademico. Con loro l’agilissimo e geometrico fraseggio di Scott Colley al basso elettrico e Tom Rainey alla batteria, che il brano apre con una elegante intro. Il pezzo si muove come un treno in folle corsa sul quale i passeggeri si muovo sull’intero spettro di visione immaginabile, abbattendo ogni confine tonale e abbracciando un sistema misto, ma senza risultare in alcun modo sgradevole.

Una meraviglia da custodire con enorme cura, erano anni che non ascoltavo qualcosa di simile e per la precisione dal magnifico “Duo Milano”, che vide nel 2007 all’azione Cline con Elliott Sharp.

 

Oneida: Bad Habit (da Romance).

Lo si aspettava da tempo un nuovo capitolo della discografia dei corrieri cosmici dell’hard rock di Brooklyn ed è arrivato, infine. Nel complesso nulla di eclatante, ma due tracce del lotto sono intuizioni che hanno del geniale: All in Due Time e soprattutto Bad Habit.

E’ un gioco di “fase” applicato al delay a rendere la traccia da me segnalata come qualcosa di molto più che “una canzone”.

L’accordo è uno solo. Basso elettrico e chitarra si limitano a regolare il numero di oscillazioni per secondo e il relativo transito da un canale all’altro per mezzo del panpot. Su tutto si innesta la voce straniata e monocorde di Papa Crazy. Poi qualcosa cambia e sull’oscillazione precedente si articolano puri noises di chitarra. Il gioco si ripete ancora una volta, con effetti ancora più surrealisti e siderali, affidati alle corde e comunque sull’impianto monolitico dell’accordo su cui il pezzo è creato. Il brano si svuota e poi riprende il delirio sonico, ma con il solo intervento dell’elettrica.

E’ come assistere a un film con gli stessi protagonisti a muoversi in direzioni diverse per l’intera durata. Straniante e anche per questo, assai gradito.

 

Sleep: The Sciences (da The Sciences).

A scanso di equivoci, l’ultimo disco degli Sleep è semplicemente perfetto. Ha un unico difetto e non da poco, suona come se fosse stato concepito 30 anni fa. L’unico brano a far la differenza è quello che introduce il bellissimo lotto di canzoni ed è per questo che lo segnalo.

E’ traccia fatta come per il brano degli Oneida, di regolazioni di effetti in presa diretta.

Il quadro in questo caso è più mosso, perché gli accordi sono più di uno (su cui si avverte la fretta di ripiegare comunque) e figura qualche grappolo di note, intervallato da suoni percussivi sparuti e marziali, prima del sopraggiungere di un pedale d’organo chiesastico a chiudere il tutto.

Ricordo che negli anni ’90 tracce come questa (ma ben più ordite) venivano poste come ghost track a conclusione del tutto ed erano delle derive noise che gli Smegma soltanto, i Sonic Youth e gli Hüsker Dü, avevano realizzato come possibilità di canzone. Poi, sarebbero arrivati i Sightings e la scena noise americana di inizio millennio.

Cos’hanno dunque il brano degli Sleep e quello degli Oneida che ho segnalato, in quanto a nuovo? Semplice, la profonda linearità, perentoria, apocalittica, sanguigna e organica derivata dall’estetica dei drones degli ultimi anni e che da quelli ha preso le distanze da dischi ben più glaciali come “Faust IV”, della band tedesca dei ’70 che assieme ai Neu! e a Klaus Schulze, ha a sua volta originato questo percorso.

Questa materia sonica fatta di un accordo solo o poco più, modulato nelle infinite varianti che un semplice pedale applicato allo strumento elettrico può offrire, conduce alle origini della materia suono con un fare che esprime angoscia, disagio ed è molto più che una “manifestazione” provocatoria.

Più che propedeutico al resto, la sintesi di ogni sviluppo.

 

SOPHIE: Pretending (da OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES).

Sophie Xeon (che non si può urlare tutto a caratteri cubitali, pseudonimo, titolo del disco, come a dire “se urlate io urlo più di tutti”), è una Dj che si è fatta immediatamente notare con un album di debutto candidato ai Grammy. Si tratta di un disco pop confezionato benissimo, con delle canzoni piuttosto banali nell’impianto e nella tessitura delle melodie, ma con un vestito addosso che da solo fa la differenza. In qualche caso, la forma canzone viene superata del tutto e l’esito si libera da costrizioni di sorta. L’episodio migliore è a mio avviso Pretending.

E’ un brano che parte con un lunghissimo e siderale drone costituito da elettronica cosmica (in quasi tutti i solchi del disco invece il suono è industrial) e voce affocata a seguirne le movenze sinusoidali. Come in una “Nascita di Venere” di memoria botticelliana, il miracolo umano si manifesta nell’emersione, qui non dalle acque ma da un non meglio precisato mistero cosmico, che si fa canto e difatti la voce come simulazione artificiosa di vagito, emerge.

Alcuni suoni sono davvero grotteschi, come quelli che chiudono la traccia, simili al motore di una motocicletta che fatica a partire, ma la loro essenza da “cartoon” regge comunque . L’immagine della musicista (cosa dichiarata pure nel bel brano Faceshopping) si accolla, novella alfiere della body art, il ricorso ad un’essenza plasticosa per non riconoscere i propri limiti/pregi umani e l’intero disco esibisce contraddizioni interne a tutto spiano e con coerente incoerenza. Sfizioso.

 

Paola Tagliaferro: Mrs Yin and Mr Yang (da Fabulae).

Fabulae è il terzo album di Paola Tagliaferro e arriva dopo l’altrettanto bello Milioni di Lune del 2012, realizzato in coppia con Max Marchini. La materia sonica si fa in questo lavoro cosmopolita a raccogliere anni di studio di canto microtonale e strumentazione indiana con Amelia Cuni e una costante ricerca spirituale, punto di forza della sua poetica. Dell’album, le tracce più esplicitamente capaci di edificare un ponte mentale tra culture, distanti geograficamente ma da sempre vicine per scambi culturali, economici e non in ultimo, guerre, sono: Algoritmo: Un Ponte Tra I Due Mondi e La Signora Yin E Il Signor Yang .Ovviamente la distanza che si avverte in questi solchi è in primo luogo di spirito, ma anche di forma sonica, ben distante da quella della canzone tradizionale e più vicina a un canto libero, altrettanto liberamente sostenuto da una strumentazione acustica, con effetti di musique concrete e qualche sparuto, ma indispensabile intervento elettrico/elettronico. Disponibile in rete la sola versione inglese del disco, dove a risultare più avvincente è la seconda traccia. Una carezza per l’anima.

 

2) Da altre piattaforme:

Oneohtrix Point Never: We’ll Take It (da Age Of)

Sinceramente non il miglior disco di Daniel Lopatin, “Age Of”, eppure nel mucchio qualcosa splende ed è We’ll Take It. L’album riprende la sorprendente ricerca fatta da librerie di suoni assemblati in modo orchestrale, alla maniera di un ready made fatto musica e questa volta la tendenza è cercare di concentrare visioni in piccoli bozzetti. We’ll Take It, riduce i Nine Inch Nails di “Mr Self Destruct” a cartoon, orchestrato come se fosse una sorta di cortocircuito mediatico dove tutto appare follemente ordito alla perfezione, dalle voci rese infantili a quelle di gemiti. Ogni suono è calcolato con dovizia di pieni e vuoti, a bilanciare una vera sinfonietta digitale ordita da uno street artist, arte nella quale Lopatin mostra di essere maestro, tanto più quando lontano da formule compresse. In questo brano, tutto è magnifico.

 

Lawrence Dunn: Disappointment Rondeau

Da decenni il mondo accademico musicale è radicalmente mutato. Difficile prenderne atto in Italia dove lo spazio dato alle musiche contemporanee è non pari a nulla ma irrisorio e guardato con sospetto. Il timore maggiore è quello di dovere avvicinare qualcosa di difficile, noioso, quando invece le consuete forme musicali conosciute dai più in giovane età (20-30 anni massimo), permettono viaggi  sonici più accomodanti, ad accompagnare lavori domestici e transiti in automobile.

La musica classica contemporanea, soprattutto lontano dall’Italia è consapevole di questo e da tempo propone forme nuove in chiave piacevole quanto irriverente.

Nei nostri Conservatori gli allievi si laureano senza conoscere alcunché sia stato prodotto nel secolo scorso, figuriamoci oggi e laddove a conoscenza del nuovo dovessero giungere, vengono guidati ad odiare nuove formule per opera dei docenti stessi, per i quali l’ignoranza è attestato di gloria alla stasi piatta che vive il proprio cervello.

Il punto è che la musica contemporanea (quella riconosciuta a livello mondiale, non Allevi o Einaudi) ha una pretesa, quella che il linguaggio musicale vada conosciuto, al pari di quello giuridico, ingegneristico, medico.

Ora, nessuno (o quasi) si improvviserebbe ingegnere, a ben vedere neanche critico d’arte, ma tutti si improvvisano grandi conoscitori di musica perché nella vita hanno ascoltato una trentina di album sparsi.

Cosa c’entra con questo Lawrence Dunn? Il suo linguaggio è “giovane, trendy”, in un’epoca in cui le porte di Conservatori sono aperte e giustamente, ai linguaggi più eterogenei e Jonny Greenwood viene eseguito assieme a Beethoven con pari gloria (più o meno giustamente, questo).

La sua musica ha conoscenza di linguaggio ortodosso e meno e proprio per questo può permettersi anche di associare oggetti domestici a produrre suono, al pari di percussioni tradizionali.

A chi gliene importerà qualcosa? Certamente a chi giovane (d’età o di spirito) quanto lui vorrà sentirsi riconosciuto come studente di musica (o musicista) inserito nel proprio tempo.

Se una casalinga dovesse vedere questo video con l’ensemble Slagwerk Den Haag ad eseguire un suo brano, non importerà un accidente e così a un musicista medio in ambiti pop, rock e jazz.

A sentirlo invece, il brano (e per quel che dura) scorre e potrebbe funzionare da perfetto “cortocircuito” tra un brano e l’altro di Virgin Radio Classic.

La proposta di Dunn (lo trovate qui, non su Wikipedia: http://www.lawrencedunn.co.uk/) che usa intervalli sonici carichi di mistero a creare una sorta di soundtrack cartoon, è tutt’altro che inavvicinabile, non per chi ha fatto di Danny Elfman (l’autore delle colonne sonore più note dei film di Tim Burton) una referenza, seppur minima.

Suoni di percussioni tra i più svariati, guidati da due marimba, seguono un andamento di laptop preregistrato con unico suono straniante, ottenuto attraverso l’uso di quinte del campionamento stesso. La stratificazione sonica è progressiva sino a saturazione, per poi andare a sgonfiarsi lasciando le sole percussioni ad ottenere onomatopee.

L’equilibrio del tutto è sofisticatissimo, bilanciato, non è qualcosa che “tutti potrebbero” (The Grand Vizier’s Garden Party di Nick Mason, su “Ummagumma” dei Pink Floyd è concettualmente progenitrice di tutto questo, ma al confronto sortisce l’effetto “vorrei ma non posso proprio”).

Pur divertente, giocosa e indubbiamente nuova nel suono e nello spirito (meno nella sostanza della proposta), la materia di Dunn esposta in questo brano, ha tutti i sacri crismi della musica classica. Piacerà a chi in quell’ambito ha esperito e chi ha fame di conoscere, annoierà (forse) chi manco sa cosa il nuovo in musica sia, ma tutto pretende di sapere.

Non in ultimo, per chi mai s’è chiesto cosa possa essere la classica “oggi”, non 30-40-60-100 anni fa (avanguardia è termine assai “elastico” nei templi “alti”), la composizione in oggetto e la performance che l’accompagna potrebbero risultare un effetto del tipo “dove ho vissuto finora???”. Visto che il tempo per leggere un libro di Fabio Volo, per guardare partite di calcio, stupide tribune elettorali in show politici quotidiani, Sanremo, lo spazio lo si ha (bisogna pur essere “sul pezzo” no?), da chi come me non sa, chiedo: “già, dove accidenti siamo vissuti, tutti?”.

A Lawrè ‘a paperella nun fa’ più ride, usa e parolacce dodec(c)afoniche, score e pernacchie e vedi che in Italia fai li soldi co ‘a De Filippi! Johnn Cheige (tacci sua) i fece co ‘a bonanima de Maike Bbongiorno, me devi da crede!

 

Hobby Horse: Helm (da Helm).

Sinceramente innamorato di “Helm”, esordio discografico di una band jazz per ascendenza, Hobby Horse, ma per vocazione senza appartenenza di territorio alcuno. Si perché il suono è apertamente “cinematografico”, quanto ricercato e diretto. A condurre le trame, indistintamente, i fiati di grande impatto e profondità di Dan Kinzelman, co-artefice di trame elettroniche sofisticatissime e contemporanee, suoni vocali; il granitico basso di Joe Rehmer, anche all’harmonium, all’elettronica, a voci; la vulcanica, estremamente creativa batteria di Don Karate, anche lui ad elettronica e voci. Comprimari, ma con caratteristiche assai differenti. Ognuno mostra un carattere a sé ma funzionale alla resa collettiva, come ad essere attore di “carattere”. Più spiccatamente jazzy e soundtrack oriented il percorso di Kinzelman, cinicamente diretto e mai sopra le righe; a cavallo tra jazz e rock il basso di Rehmer, dalle geometrie traino, mai banali; avant (jazz, rock, progressive, che importa?) il drumming di Karate, di nazionalità italiana (Stefano Tamborrino. Basterà questo a far circolare la band in radio tra la canzone su tre che deve essere a stelle e strisce, o ci rifileranno solo Al Bano?) capace di un florilegio di invenzioni a tutto spiano a seminare suoni assortiti pari a schegge ritmiche impazzite quanto frutto di un disegno geometrico da action painting.

Il brano d’ingresso, col suo incedere di contrabbasso in riff, percussioni spezzate a disegnare quadri stereofonici e a mescolare trame in un frullatore, fiati a dialogare come incompresi in un lucido esposto, è una meraviglia che farà innamorare estimatori della Fire!Orchestra, dei Morphine, dei King Crimson di “Red”, dell’elettronica “prestata a” o a “definire la” jungle meno eterodossa, dei Dale Cooper Quartet in chiave non narcolettica, il tutto senza escludere quanto fatto da Dave Kerman in anni di incisioni passate inosservate ai più.

L’esito è da New York 2019, ma con consapevolezza della storia sonica del Vecchio Continente tutto.

Per niente da meno la seguente “Salsa Caliente”, dove il basso si fa elettrico con annessi trattamenti elettronici a favorire distorsione, la batteria mantiene l’identità detta, suoni da laptop creano vertigine da astrattismo sonico.

E’ il disco in sé che si fa racconto tutto e diventa esploso nella magnifica “The Go Round”, dove la batteria diviene capace di dire a gran voce senza usare, apparentemente, note.

Di un’eleganza superlativa “Cascade”, dove il dialogo fra fiati, qui davvero superbi per capacità timbriche e il sottile disegno del contrabbasso offre un Miles Davis mai ascoltato (che non solo del proprio strumento son fatti i jazzisti e Davis certo non solo trombettista era).

Gli esposti si fanno sempre più morbidi nel suono ad incontrare il Canterbury sound dagli esposti più eurocolti (Henry Cow) in “Buckle” e poi a coverizzare Wyatt in quella meraviglia che è “Born Again Cretin”.

“Amudsen – Evidently Chickentown”, si apre con canto a doppia cavità mongolo e suoni elettronici inquieti ma non drammatici, il disco non suona mai ostico, scorre e piacevolmente, dall’inizio alla fine. Una conclusione invero “epica” per durata (25’25”), ma non per esiti. Se gli Henry Cow fossero nati oggi, la loro “Udine” sarebbe questa e siccome gli Henry Cow non sono nati oggi, questo brano a loro non somiglia affatto. Chi vuole capire mi capisca, un parallelo d’intenti non implica l’impiego degli stessi mezzi sonici.

La decostruzione sonica, si trasforma in un ostinato ritmico/tellurico con voce rap (la contestazione un tempo era atonale/esatonale/dodecafonica o comunque seriale, oggi è a mezzo d’enfasi ritmica, anche vocale). L’effetto è “cosmicamente straniante”. Un viaggio tra drones e rumori sommessamente industriali a creare un esteso “trip” ambient che chiude il tutto in qualità di manifesto di libertà d’espressione sonica tutta.

Essenziale oggi ma son certo potrà esserlo ancora tra qualche tempo.

L’intera produzione della band, la trovate su Bandcamp: https://hobbyhorse3.bandcamp.com/ .

 

Cristiano Calcagnile: Oltre gli Stomi – da St()ma

St()ma di Cristiano Calcagnile non lo troverete in rete, se non in piccoli ma significativi assaggi e di uno di questi scriverò. L’importante carriera dell’artista, di fatto tra i più grandi session man italiani contemporanei, assieme a Sebastiano De Gennaro, Enrico Gabrielli, giusto per citarne qualcuno e scontentare (senza volerlo, lo giuro) 500.000, potete leggere qui: http://www.cristianocalcagnile.eu/ .

La ricerca in ambito sonico affrontata nel disco ed espressa in questo poco più di un minuto, è quella delle percussioni intese in chiave orchestrale/contemporanea. Ogni suono impiegato corrisponde ad una voce strumentale pura o trattata elettronicamente, a creare un quadro ricchissimo, estremamente vario nella tavolozza, strettamente contemporaneo, di un’identità disarmante per quanto mai a cercare manifestazione tecnica che non sia al servizio di una composizione in cui si percepisce un senso di urgenza drammatica difficilmente spiegabile.

Meglio ascoltare.

 

Officina F.lli Seravalle: Atrofia del Verbo (da Us Frais Cros Fris Fics Secs)

Esorcizza la paura questo disco, per affermare la volontà di vivere con determinazione.

Lo fa nel brano segnalato decorticando l’anima con suoni elettronici al vetriolo dosati come un medicinale che può gravemente nuocere ma che a mandarlo giù se ti va bene stai meglio, altrimenti “amen”; con cluster pianistici minimali e reiterati, ritmiche che rimbalzano tra un anfratto e l’altro della mente a cercare spazi scomodi.

Lo fa allo stesso modo nelle rarefazioni di Buran, che si fanno premonizioni/ossessioni da mille deja vu che emergono d’impeto, nella disintegrazione sonica a caracollare in vortici ritmici di GW150914, nella violenza sommatoria al limite di tortura psichiatrica di Padiglione 6, negli sfalsamenti ritmici di N-a Fost sa Fie, negli “avvertimenti” ampiamente confermati di Je Fais Sembiant D’Etre Ici.

Tutto dichiaratamente perentorio, fastidioso quanto invero necessario.

La ricerca sonica dei F.lli Alessandro e Gianpietro Seravalle, abbraccia elettronica ad ampio spettro, industrial, la stessa modalità diretta di certo metal (appena evocato), noise, il jazz meno ortodosso (ad emergere tra gli appoggi pianistici e di synth in Brevi Apparizioni).

Un’identità personalissima che può essere avvicinata da chiunque ami il rock tutto, la musica elettronica di oggi/ieri/domani, la classica minimale non estranea ad “alterazioni” piscotrope del sistema tonale…

Da indagare assolutamente, tanto su disco che nel film “Brevi Apparizioni” su regia di Simone Vrech.

Per ascoltare l’album clicca qui.

 

3) Piccola parentesi live:

Non si usa più da tempo in ambito critico valutare i dischi dal vivo come momento creativo tout court e non strettamente celebrativo. La storia del rock tutta è costellata da gemme imprescindibili e gli ultimi anni non sono stati da meno, nonostante questo capitoli essenziali come “Inni” dei Sigur Rós o “Cut the World” di Antony and the Johnsons siano stati ridotti ridotti a celebrazione, quasi la musica non fosse anche auto-manifestazione dipendente dall’esecuzione di un musicista.

Negli ultimi anni i Motorpsycho si sono distinti con un’attività dal vivo senza tregua e tale da garantire ai propri cultori un suono in costante evoluzione, potente, dinamico, immaginifico, profondamente creativo, su un palco quanto e più che in studio.

Il tour che è seguito al bellissimo “The Tower”, ha visto il combo al massimo del proprio potenziale, capace di disegnare caleidoscopiche evoluzioni di suono appresso a brani pari a monoliti, granitici, a tratti marziali quanto iniettati da soluzioni jazzistiche. Qualcosa di davvero lisergico, tanto più grazie al contributo al mellotron di un grande Reine Fiske, glorioso polistrumentista nei Dungen. Un esito che è valso alla mente di molti l’appellativo di “best live band on the planet”. Forse no, forse…

 

Diverso il caso di Bill Callahan, alla memoria di molti chiaro con il moniker SMOG. Accompagnato da una sola chitarra acustica e da una voce resa davvero magica dallo scorrere degli anni e ora più che mai capace di bassi cavernosissimi, si è distinto per dei live recital di gran spessore emotivo. Questo a raccontare come, anche quando un musicista non si manifesta con un nuovo album o davanti a grandi platee, possa lasciare un solco, un seminato che forse non apparirà chiaro al momento, ma che prima o poi appirirà nella sua bellezza. Perché ci sono vite che sanno brillare anche solo con un silenzio.

 

4) “Outsiders”:

Alla stregua della comunicazione mediatica, che dalla politica all’informazione tutta si manifesta con brevi comunicati spot sui social network, si sta diffondendo la necessità di pubblicare in tempo reale canzoni sul web.

E’ certo una modalità che nega la progettualità, spesso impossibile per i costi che le etichette discografiche richiedono a una pubblicazione. Registrazione, produzione, stampa, spese di distribuzione, SIAE (che corrisponderà ai musicisti solo quanto relativo a eventuali concerti, più di rado dai passaggi televisivi e radiofonici), booking e ufficio stampa sono a carico di chi propone musica e nella quasi totalità dei casi sono richieste anche la metà delle copie del disco, per il quale l’autore non percepirà un centesimo. Il tutto in cambio di un marchio che nega l’attestato di “autoproduzione” (di fatto reale), ma che consente di essere almeno recensiti su riviste di settore e webzine.

Molti musicisti dunque preferiscono l’urgenza della singola traccia comunicata in tempo reale ai propri followers, consapevoli anche della velocità con cui i mondo musicale si muove.

È una modalità comunque diversa dalla pubblicazione dei vecchi 45 giri e che non esclude a priori la stampa di un disco una volta trovati i fondi per darlo alla luce, magari con una forma diversa cucita addosso ai singoli pezzi prima offerti in ascolto (e non solo, perché ormai è possibile scaricare con trucchetti pirata, dalla maggioranza delle piattaforme).

Ovviamente il discorso è altro per il pop da classifica dai più inteso come unica manifestazione culturale. Non dimentichiamo che fino a pochi decenni fa in classifica albergavano vere e proprie avanguardie e che chi ha dai 40-50 anni in su mai si è interrogato sull’evoluzione del percorso dei mercati artistici, l’ha preso come dato di fatto e ciò che non gli viene offerto, non lo cerca. Per altre ragioni i giovanissimi, al pari dei ventenni, cresciuti in recessione vivono un fly down perenne che non contempla il rischio artistico, al quale viene prediletto un facile mestiere in musica con allegato, antico sogno di “successo”, economico in primis.

Poi e ancora, diversamente è vissuta la musica nei pochi Paesi che sostengono le politiche culturali, nazioni che peraltro proprio non riescono a capire come altrove possa andare diversamente e si auto-convincono di essere “superiori per DNA” in quanto a “invenzione”.

Tutto questo per dire che tanti musicisti non li si troverà mai su Spotify o su Bandcamp e non certo perché il loro percorso creativo abbia meno valore, ma perché si tratta di persone che la fortuna o non sono riusciti a crearsela, o proprio non hanno avuto mezzi per avvicinarla.

Detto questo la fortuna non è un merito, come non è un merito l’equivalenza tra il valore di una persona (creativa o meno) e il suo peso economico.

Di due artisti parlerò, senza pietistiche introduzioni ai loro percorsi, dicendo solo ciò che hanno presentato, nel 2018 uno e dell’altro in anni passati, quando una concomitanza di situazioni gli ha permesso di mettere in rete un progetto compiuto. Due grandi, indipendentemente dal parere mio o del vostro, ma dei quali credo si possa e si debba scrivere, parlare, discutere.

Ironia della sorte, a pochi metri abitano, in quel di Roma, ambedue oltre che musicisti, sono ricercatori vocali, drammaturghi, attori, ognuno con peculiarità assai a fuoco espresse in identità di unicità assoluta.

 

Coucou Sèlavy: Like Lazarus (I Shake my Ass in every Tomb I’ve Left).

Dopo due album pubblicati rispettivamente nel 2015 (Cara o che?) e nel 2016 (Nequaquam Voodoo Wake), Coucou Sèlavy non ha mai smesso di pubblicare in rete ogni sua creazione, come a esprimere l’urgenza creativa di chi in quella sa mettere tutto quanto in quel momento resta da dire. A delineare un possibile seguito di “Cara o che?”, una pletora di “presunte” cover version, dove i temi affrontati, dalla musica lirica al pop, al rock, diventano puro pretesto di creazione individuale.

Da una profondissima, abrasiva rilettura di Vecchia Zimarra, passando per i giocosi “New Beatles” di Hello Goodbye che diventa Bandiera Rossa (o forse no?…) in coda, è la creazione di un teatro-musica fatto di presenze-assenze, percezione reale e di fantasmi che divengono più reali della realtà stessa. Il tutto a mezzo di voci ordite a mezzo di un puntillismo con mille colori/facce/interpreti dello spettro d’emissione, a carico di un’unica personalità vivisezionata con lucidità, irriverenza, devozione alla vita che la morte annuncia, in un’idea di spazio e tempo che non ha origine, né fine. Si è ben oltre la manifestazione tecnica, qui si racconta la gloria delle possibilità offerte dall’attuale tecnologia d’incisione, resa arte performativa, ad uso di una mente capace di guardare il tempo nell’accezione più ampia immaginabile e cosciente di vissuti, ascolti, visioni, letture, schifo. Un racconto da un’universo a parte, colto quanto popolare, perché appartenente a tutti al pari di un archetipo di percezione.

Questo è realtà espressa nella rielaborazione di temi quanto nell’invenzione di motivi originali.

Like Lazarus (I Shake my Ass in every Tomb I’ve Left) è uno di quelli di recente produzione che più hanno avuto risonanza su di me in quanto a risposta a “punto d’urgenza” personale.

Registrata con una chitarra senza due corde, si muove in una sorta di pastorale ballata apocalittica, accarezzata da slide, arpeggiati, un pianoforte tintinnante, un solido basso (in chiusura) e inserti di elettronica, ognuno ad aprire porte di un teatro mentale assai organico. Non solo voci dunque, qui condotte ad ancora più estreme conseguenze di compressione su corde vocali false, vere e aritenoidi. Di colpo il quadro s’infrange al minuto 2.26, il valzer pianistico riprende, il massacro sonico di distorsione/liquefazione dell’incedere si fa spettrale e rarefatto tra diplofonie acutissime in falsettone stregonesco che gelano il sangue.

Ho avuto paura ascoltandola, molta e non so se di vivere, morire o di trascinarmi in attesa di un finale che merita la più violenta delle invettive.

 

Matteo Capogna: L’Alchimista da Giovane

Maniacale. Invita tutti in un angolo Matteo Capogna, con un torrenziale, vorace esposto ossessivo/compulsivo tale da infrangere e definitivamente, uno dei primordiali tabù: la paura di impazzire.

Non mi pare sia autore di dischi e pochissimi sono i documenti audio e video che di lui si hanno in rete.

Nulla di postato lo scorso anno, qualcosa messa in rete all’inizio del 2019 e di cui non è dato sapere il periodo di ideazione.

Mi permetto dunque di forzare i limiti temporali di questo excursus dedicato al 2018, per parlare di una performance pubblicata on line per la bella realtà Studiolo Laps, nel 2014.

Un EP considerando la durata della traccia.

Una chitarra classica flamenco, gestita in improvvisazioni pirotecniche che abbracciano tanto modi antichi che classico-contemporanei, incontrano un coro a cui è affidato il racconto dialettico. I tragici greci che si fanno commedia atroce, usando ogni tipo di espediente possibile alla phonè su frequenze medio-acute (e iper-acute), acidule, di un farsesco fatto carne. E’ come se improvvisamente i volti di “Trionfo della Morte”, “Margherita la Pazza”, “Caduta degli Angeli Ribelli”, “Paese della Cuccagna” di Peter Bruegel Il Vecchio iniziassero a parlare, tutti assieme. L’elettronica è gestita in piccole dosi velenose, pennellate su quanto è compiuto in acustico, da corde di nylon e cellule. Piccoli effetti ritmico onomatopeici aggiungono carattere. Siamo appena al minuto 2’30”, ma sembra di aver attraversato secoli in reincarnazioni mai dimenticate, come se il transito di una vita fosse perenne e cosciente. “Il gatto maculato tre volte miagolò, il tronfio porcospino tre volte (n)grufolò. Qui sento un accordo di cet(e)ra stramba, sorelle! Sorelle! si canta!” è l’invocazione che segue a suoni di oggetti ad uso percussioni domestiche assortite con cura.

Nasce l’esilarante rito di preparazione di una pozione, a voce di non meglio precisate streghe. A chiudere un “ahi!Ahi! Mi prude un pollice… qualcuno si avvicina (eh) porta aperta in casa mia, per chi bussa chiunque sia”. I suoni di chitarra sono emessi a “corda vuota” su ponte di chitarra, per poi lanciare una fuga da siparietto teatrale, a ricordare cavatine d’inizio ‘900. Non ci si risparmia neanche il ricorso a cordofoni indiani, per poi ripiegare su intervalli jazz fusion. I suoni flautistici sono ottenuti, anche, con l’impiego di strumenti auto-costruiti. Segue una progressione squisitamente classico contemporanea, un solo di flauto traverso (vero), il tutto contrappuntato da onomatopee vocali costanti ed elettronica riconoscibile tra mille. Ricomincia il siparietto da cinema muto a chiudere grottescamente qualcosa che non ha tempo, non ha spazio, non ha collocazione alcuna.

Identità autonoma, irriverente, vitale.

Identità a raccontare in conclusione, un viaggio fatto da storie parallele a un mainstream, anche se spacciato per “alternative”, in buona misura ad uso e consumo di chiunque.

Le essenziali tra le tante, tantissime, a cui mi sono avvicinato in un anno che preannuncia un 2019 a cui tutti (me incluso) vogliono far parte con una pubblicazione, a mettere un piede dentro ad un nuovo decennio in arrivo, con una sbornia che come sempre avrà voci di circostanza, altre d’essenza.

Dedicato alla memoria di Glenn Gould, Arnold Schönberg, Igor Stravinskij e… a chi afferma con vigore che chi è musicista, di musica non deve scrivere.

Parlare di scrittura, quando non si sa che lingua si sta pronunciando, non è auspicio a nessuno, è “parola in suono per chi sordo vuol rimanere”.

Che certo le parole suono ed evocazione sanno, ma la musica atto d’amore richiede, di chiunque, ma in particolar modo di chi amare sa e a non sapere amare, si fa solo danno.

Claudio Milano, 28 febbraio 2019

About Antonio Menichella

Antonio Menichella
Ideatore, membro fondatore e redattore di HamelinProg.com, è docente di disegno e storia dell'arte, artista visivo e grafico. Appassionato di rock psichedelico, acid rock, stoner, desert rock, neopsichedelia, progressive rock, rock progressivo italiano, space rock, krautrock, zeuhl, scuola di Canterbury, avant-prog, rock sinfonico, jazz rock, prog folk, prog metal, neoprogressive, hard rock, post-rock, musica sperimentale e molto altro.

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