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Mark Hollis – Un breve ritratto

Tutti lo conoscono, in modo più o meno diretto, come autore coi Talk Talk di alcuni dei più sofisticati brani di synth pop, genere del quale fu pioniere assieme e in maniera diversa, a John Foxx, Tears for Fears, OMD, Eurythmics, Frankie Goes to Hollywood, Soft Cell, Depeche Mode.

La hit più famosa della band, “Such a Shame”, nel 1984 stazionò nella top ten italiana per più di un mese.

A partire dal terzo album, “The Colour of Spring” (1986), i Talk Talk iniziarono una parabola inaspettata e gestita alla perfezione con altrettanto (e caso unico) riconosciuto plauso di critica e di pubblico, in buona misura a posteriori e mai abbastanza in Inghilterra.

Le forme dei brani iniziarono a diventare più articolate e vennero introdotti elementi desunti dalla musica blues/jazz e da quella classica, in una modalità estremamente elegante, mai dimostrativa, non trionfalistica, ma come a insinuarsi sotto il tessuto della materia sonica e a destabilizzarlo nelle fondamenta. Nebulose soniche pari a pulviscolo, dal quale emergono, improvvisi, volti in realtà sempre presenti, ma che non siamo riusciti a vedere. In questo nuovo percorso, Hollis identifica la composizione in musica con un fare pittorico. Grandi tele vengono dipinte anche con piccoli inserti, tocchi indispensabili quanto le stesure massive (“April 5th”).

La cosa diviene ancora più evidente nell’album “Spirit of Eden” (1988), considerato unanimamente uno dei capolavori della storia della musica del tardo ‘900. Qui tutto diviene a fuoco, le forme si fanno estenuate a dare importanza al silenzio quanto a veri pieni orchestrali. Forme che si presentano con introduzioni atonali e cameristiche simili ad avvertimenti (“Eden”, “Desire”, “The Rainbow”). La critica parla di slow core, un genere di cui si faranno alfieri i Codeine e i Low su tutti (questi ultimi, hanno rilasciato da poco un album assai importante). A posteriori si dirà che da questo disco ha avuto origine il post-rock, movimento a cui aderiranno formalmente June of 44, Tortoise, Rachel’s, Stereloab (tra i più nomi più aderenti alle geometrie soniche del filone, di cui pure faranno parte la deriva più psichedelica dei Bark Psychosis e le dilatazioni nordiche/paesaggistiche dei Sigur Rós). In realtà si tratta di qualcosa di non codificato e non codificabile. Un perfetto equilibrio tra forma canzone e sinfonismo figlio del minimalismo di fine anni ’70/primi ’80 e non estraneo al post-modernismo di quegli anni, del quale non viene accolta la tendenza a mostrare i generi in quadri isolati, cosa più affine all’estetica del progressive rock.

La forma canzone scomparirà quasi del tutto nell’ancora più estremo Laughing Stock, del 1991 (“Myrrhman”, “After the Flood”, “New Grass”), anche in questo caso si deve parlare di capolavoro, dall’afflato più estenuato, carattere monolitico e da sussulti che si fanno lacerazione della forma in “Tapehead”. Come osservare con attenzione un dipinto di Caspar David Friedrich, nell’ambiente intimo del proprio agito.

La carriera dei Talk Talk si interrompe e inizia quella solista di Hollis, che in realtà darà alle stampe un unico album (omonimo, nel 1998) di cantautorato cameristico estremamente bilanciato nel rendere un recital spoglio e con improvvise increspature a innestare la materia sonica in inflorescenze rigogliose (“A Life 1895 – 1915”, “The Gift”) . È un disco dove è il silenzio ad aprire la prima traccia (“The Colour of Spring”, a riprendere il titolo dell’album della svolta), come un invito diretto a chi ascolta e manifesto programmatico. Il disco diviene un classico del genere da accostare (se proprio necessario) a quelli dei più grandi alfieri dello sparuto nugolo di musicisti che lo hanno avvicinato con stessa intensità intimista, Robert Wyatt, il Peter Hammill meno verboso, John Cale, il primissimo Gavin Friday, David Sylvian e poi, Kate Bush nella maturità (50 Words for Snow), giusto per fare alcuni nomi. Una gemma che curiosamente chiude anche una parabola artistica, se si eccettuano sparute partecipazioni a dischi altrui.

Non viene annunciato alcun tour promozionale, di Hollis si perdono le tracce (le collaborazioni, avvengono sotto pseudonimo). Si è trattato in realtà di un addio progressivo andato consumandosi con la definizione della maturità creativa.

Tra le poche tracce pubblicate in futuro il solo tema di “ARB Section 1” (2012), era già rivelatore di “altro dove”, ma è “Smiling & Waving” (2001) con Anja Garbarek ad essere parto compiuto e degno d’assoluta attenzione, tale da rifondare in modo compiuto l’idea originaria di Canterbury Sound. In molti come me, hanno auspicato un ritorno a lui solo accreditato, ma probabilmente era avvenuta consapevolezza di un cerchio chiuso, cosa certo riscontrabile nei solchi di “Laughing Stock” e del disco solista. Chi come il sottoscritto però, fatica a trovare degni alfieri di materia così nobile, difficilmente è riuscito ad accettare questo abbandono.

Ti ho aspettato 21 anni nella speranza di un nuovo album, un rientro (forse e anche) “altro”, quel miracolo che solo a Scott Walker è spettato. Curiosamente, nell’averti perduto, Mark Hollis, è stato come averti ritrovato con un’intensità inaudita.

Claudio Milano, 27 febbraio 2019

 

About Antonio Menichella

Antonio Menichella
Ideatore, membro fondatore e redattore di HamelinProg.com, è docente di disegno e storia dell'arte, artista visivo e grafico. Appassionato di rock psichedelico, acid rock, stoner, desert rock, neopsichedelia, progressive rock, rock progressivo italiano, space rock, krautrock, zeuhl, scuola di Canterbury, avant-prog, rock sinfonico, jazz rock, prog folk, prog metal, neoprogressive, hard rock, post-rock, musica sperimentale e molto altro.

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