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Opeth – In Cauda Venenum

OPETH

In Cauda Venenum (2019)

Moderbolaget Records / Nuclear Blast

 

A tre anni esatti dalla pubblicazione di “Sorceress”, gli Opeth danno alle stampe il loro tredicesimo lavoro in studio, In Cauda Venenum. Registrato nel 2018 ai Park Studios di Stoccolma, l’album vede la luce il 27 settembre 2019, pubblicato in due versioni, inglese e svedese, via Moderbolaget Records / Nuclear Blast.

La formazione, ormai consolidata, è composta dal carismatico frontman Mikael Åkerfeldt (voce, chitarra, cori), Fredrik Åkesson (chitarra ritmica, solista, cori), Martin Axenrot (batteria, percussioni), Martin Mendez (basso) e Joakim Svalberg (tastiere, organo, cori).

Il disco, composto da dieci tracce, ha una durata di circa 67 minuti e va a definire il quarto capitolo dei cosiddetti “nuovi” Opeth che, partendo da “Heritage” (2011) e passando attraverso “Pale Communion” (2014) e “Sorceress” (2016), hanno definitivamente abbandonato i tratti growl e metal che li hanno caratterizzati fino a “Deliverance” (2002) per sperimentare e rimettere in discussione (anche con qualche scivolone) i concetti del progressive rock.

Ad aprire l’album è l’intro Garden of Earthly Delights (Livet’s Trädgård), un caleidoscopio sonoro in cui cori gotici si fondono a un loop elettronico rimarcando alcune atmosfere di “The Songs of Distant Earth” di Mike Oldfield. Il rimando all’omonimo trittico di Bosch trova conferma nelle oscure stratificazioni sonore che un tetro carillon scorta fino alla chiusura, tra il chiassoso vociare di bambini, un insolito traffico urbano e rintocchi di campane.

Con la potente Dignity (Svekets Prins) si entra nel vivo di In Cauda Venenum. Il tuning generale del pezzo spiazza per le soluzioni chitarristiche à la Dream Theater, ma si tratta solo di tenui sfumature. Il brano contiene un breve estratto di un discorso di Olof Palme, politico svedese ucciso nel 1986, scelto dagli Opeth per rappresentare le tematiche affrontate nelle liriche dell’album. La traccia è tra le più interessanti del disco. L’atmosfera malinconica ed inquietante segue il copione scritto per “Storm Corrosion”, con passaggi folk e marcati accenti hard prog che confermano l’enorme capacità della band di coniugare generi diversi ad una cultura musicale di alto livello.

Heart in Hand (Hjärtat Vet Vad Handen Gör), seppur improntata su una melodia più dura, heavy, risulta fin troppo ripetitiva e, in alcuni frangenti, addirittura caotica e confusionaria. L’idea di fondo c’è, ma forse è stata espressa in modo approssimativo e la sperimentazione dei cinque svedesi non ha raggiunto le aspettative. Nel finale, tuttavia, il pezzo si risolleva virando piacevolmente verso più acustici lidi progressivi che le chitarre abbozzano in vista del successivo brano.

Next of Kin (De Närmast Sörjande) è un pezzo piacevole, dove, in alcuni momenti, si riescono a percepire le atmosfere cupe, marcate, serrate che si possono apprezzare nei tratti “puliti” dei pezzi storici degli Opeth o dei migliori Black Sabbath.

Lovelorn Crime (Minnets Yta) ha tutte le carte in regola per essere definita una love ballad. A farla da padrone sono le chitarre e il pianoforte, con il basso di Mendez che tiene le fila da perfetto direttore d’orchestra. La traccia è ben equilibrata, non manca nulla: dalle aperture orchestrali all’atmosferico Mellotron, dalla linea di pianoforte, che si lascia apprezzare da metà brano fino alla fine, all’immancabile assolo di Åkesson che chiude bene il tutto.

La scostante Charlatan si affida a ritmiche frammentate, affondi progressivi e azzardi sperimentali. Mendez e Axenrot monopolizzano la scena con una precisa scansione martellante che richiama ancora una volta le soluzioni di “Sorceress”. Atmosfera particolare che non guasta e sviluppi hard prog molto interessanti architettati con estrema cura.

Universal Truth (Ingen Sanning Är Allas) parla di solitudine, di abbandono, della consapevolezza di comprendere il reale valore di un affetto solo dopo averlo perso o distrutto per egoismo, tematiche che purtroppo sono sempre di triste attualità. L’intera linea guida, le chitarre, i cori e gli effetti sono ben strutturati, il filo del brano sembra risucchiare l’ascoltatore in una dimensione altra. Il segmento centrale è da brividi: le chitarre arpeggiate e la sezione archi, uniti al timbro dell’ipnotica voce di Åkerfeldt, raggiungono vette di puro lirismo. Nell’emozionante finale si rivivono le cupe atmosfere di “Storm Corrosion”, non a caso il videoclip è stato commissionato alla fidata Jess Cope, autrice già della drammatica animazione di “Drag Ropes”.

The Garroter (Banemannen) è brano maturo. L’intro di chitarra spagnola sembra voler confondere l’ascoltatore, mentre il pianoforte minimale, la ritmica jazz e l’atmosfera dark sono proprio quello che non ci si aspetta ma che si vorrebbe sentire da una band come gli Opeth. Ennesima dimostrazione (per quelli che: “Sono finiti senza growl!”) di un gruppo che è ancora in grado di dire la sua e capace di stupire e di avventurarsi, senza perdersi, su sentieri mai battuti prima.

L’altalenante Continuum (Kontinuerlig Drift) ha il pregio di essere collocata nel punto giusto dell’album. Ad una intro ritmata ed ansimante segue un segmento centrale trascinante, dotato di una vena rock assai graffiante. Il finale si riassume in una bella parentesi acustica che a tratti ricorda “The Count Of Tuscany” dei Dream Theater.

A chiudere l’album è la malinconica All Things Will Pass (Allting Tar Slut). Anche qui l’idea di base c’è, ma è eccessivamente “tirata” per vestire i panni di closer di un album così insolito e sperimentale. Per i più curiosi è nota di riguardo l’omaggio ad “Hangar 18” dei Megadeth.

In Cauda Venenum è un album che necessita di ripetuti ed attenti ascolti per essere apprezzato appieno. La ricerca artistica e musicale di Åkerfeldt e compagni non smette mai di sorprendere e di rilevare nuove possibili interpretazioni. Tuttavia, se paragonato ai tre precedenti capitoli (“Heritage” su tutti), questo tredicesimo lavoro in studio degli svedesi fatica a farsi comprendere. Forse in questo momento gli Opeth hanno alzato il piede dall’acceleratore in vista di un’insidiosa curva che affronteranno, guidando, come solo loro sanno fare, questa particolare vena artistica verso un progetto nuovo, ambizioso e al tempo stesso affascinante, così com’è un tracciato progressive.

Per maggiori info: Opeth | Facebook

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About Simone Molle

Simone Molle
Collaboratore di HamelinProg.com, è impiegato amministrativo. Appassionato di rock psichedelico, acid rock, neopsichedelia, progressive rock, rock progressivo italiano anni '70, space rock, prog metal, hard rock, alternative rock, musica sperimentale e molto altro.

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One comment

  1. Avatar
    Eugenio Crippa

    Scrivere “hanno definitivamente abbandonato i tratti growl e metal che li hanno caratterizzati fino a “Deliverance” (2002)” è sbagliato, dato che quei tratti sono durati fino al 2008 con “Watershed”.

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