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Samurai Of Prog, The – Omnibus – The Early Years

THE SAMURAI OF PROG

Omnibus – The Early Years (2018)

Seacrest Oy

 

Dopo aver dato alle stampe ben sei album in poco più di sei anni, The Samurai Of Prog pubblicano Omnibus – The Early Years, un box-set da 4 CD che include versioni remixate e rimasterizzate dei primi tre album in studio della band: “Undercover“, “Secrets Of Disguise” e “The Imperial Hotel“. Il cofanetto contiene trentotto brani (tra cui alcune tracce bonus) per un totale di cinque ore di musica. Oltre ai tre titolari Steve Unruh (voce, chitarre, flauto, violino), Marco Bernard (basso) e Kimmo Pörsti (batteria, percussioni), l’opera vede coinvolti numerosi amici musicisti.

 

Il primo disco è “Undercover“, del 2011, con tanto di katana e ideogramma “Samurai” in copertina, composto da cover di alcuni grandi classici del prog. Tra i prestigiosi ospiti che prendono parte al disco: Roine Stolt e Jonas Reingold (The Flower Kings), David Myers (The Musical Box), Michael Manring (Attention Deficit), Jon Davison (Yes, Glass Hammer), Alfio Costa (ProwlersDaal), Stefano Vicarelli (La Fonderia), Ákos Bogáti-Bokor (Yesterdays) e molti altri.

Apre l’album Before the Lamia, breve ma intensa composizione per solo pianoforte composta ed eseguita da David Myers, che lancia la prima cover, The Lamia, tratta da “The Lamb Lies Down On Broadway” dei Genesis. Ai titolari si aggiungono Myers (piano) e Vicarelli (Hammond, Minimoog, Mellotron), entrambi impegnati nella strutturazione del brano. Il vero protagonista è però Stolt, autore di un notevole solo di chitarra che chiude solennemente il brano, accompagnato dal flauto di Unruh.

Segue Starship Trooper degli Yes. Con l’intento di ricostruire fedelmente il brano, Bernard scomoda Davison, Bogáti-Bokor (chitarre e cori), Steve Babb (basso in “Würm”, terza sezione del brano), e l’ottimo Richard Marichal (Minimoog, piano e synth). Quello che ne viene fuori è semplicemente meraviglioso.

Le scelte di Bernard in questa difficile operazione di coveraggio non sono mai casuali. In World Of Adventures è proprio lui a tessere le linee di basso e a curare il nuovo assolo. L’approccio al brano, di stampo classico, è affidato al piano di Marichal, che presto si riversa anima e corpo su un infuocato Minimoog. Le numerose variazioni sul tema vengono affrontate con grande fluidità: si passa agevolmente dalla variante jazz rock a soluzioni sinfoniche, con incursioni heavy prog. L’ottimo lavoro di Risto Salmi al sax e di Jaan Jaanson alla chitarra elettrica rimarca ancor più l’influenza crimsoniana del sound dei Flower Kings.

Uno degli episodi più interessanti è Assassing, capolavoro dei Marillion dell’Era Fish. Riuscitissima l’intro arabeggiante, ottimo il contributo di Bogáti-Bokor alla chitarra, convincente la performance canora di Unruh, eccellente il drumming di Pörsti e ricchi i passaggi pianistici di Marichal.

Gravità 9,81 degli Arti & Mestieri è una bellissima sorpresa. Il tema al violino di Vigliar è qui riproposto dal versatile Unruh, mentre Marek Arnold ai sax è impegnato nel ruolo che fu di Vitale. La sezione ritmica rasenta la perfezione, come pure il contributo di Vicarelli, diviso tra Mellotron, Rhodes e synth.

In Jerusalem, chiaramente ispirata alla versione di Emerson, Lake & Palmer, si registra l’importante partecipazione di Salueña (Hammond, Minimoog, piano) e Brankovic (chitarra). Unruh alla voce dà ulteriore prova del suo eclettico talento.

Dogs dei Pink Floyd vede il terzetto affiancato da Davison (voce), Salmi (sax), Stolt (chitarra elettrica), Le Blanc (Hammond, Minimoog, piano) e Manring (hyperbass). Brano riuscitissimo, sicuramente uno dei momenti più apprezzabili del disco.

The Promise, composto da Pörsti, è un brano dalle marcate tinte folk, suonato prevalentemente da strumenti acustici (liuto, arpa, violoncello, percussioni, flauto, sax). Presenti nel brano anche Alfio Costa, al Mellotron, e Virginia Splendore, la più importante stick player italiana (scomparsa prematuramente nel 2011). Il brano, davvero molto originale e interessante, delinea raffinate atmosfere bucoliche tipiche delle saghe nordiche.

Chiudono il disco le due tracce bonus Journey to the Island e Indictment Ever After. La prima è una composizione di John Williams – noto direttore d’orchestra e compositore statunitense – realizzata per la colonna sonora del film “Jurassic Park”. Il tema viene qui riproposto in chiave prog da un ensemble allargato alle tastiere di Stampalia, alla chitarra di Brankovic e agli ottoni di Papeghin. La seconda traccia è firmata da Lalo Huber, che ne rivendica la paternità enfatizzandone le atmosfere solenni con le sue tastiere.

 

Il secondo è il doppio album “Secrets Of Disguise“, pubblicato nella primavera del 2013 e contenente una manciata di composizioni originali e una cospicua selezione di cover di brani prog. Tra gli ospiti figurano: Jon Davison (Glass Hammer, Yes), Roine Stolt (The Flower Kings, Kaipa, Transatlantic, The Tangent), Robert Webb (England), Guy Le Blanc (Camel), David Myers (The Musical Box), Ákos Bogáti-Bokor (Yesterdays), Kamran Alan Shikoh (Glass Hammer), Linus Kåse (Änglagård), Mark Trueack (Unitopia), Lalo Huber (Nexus), Stefano Vicarelli (La Fonderia), Octavio Stampalia (Jinetes Negros), Srđan Branković (AlogiA), Andrew Marshall (Willowglass), Phideaux Xavier (Phideaux), Mento Hevia (Crack), Risto Salmi (Mist Season) e molti altri.

Ad aprire il doppio CD è Three Piece Suite, uno dei brani di punta di “Garden Shed”, album degli England del 1977. Bernard chiede aiuto a Robert Webb che degli England è stato membro fondatore e tastierista. La brillante suite viene qui riproposta con estrema fedeltà grazie anche al massiccio contributo di Mellotron, Hammond e piano di Webb.

Sweet Iphigenia è una delle tre composizioni originali dell’album. Dedicata al Decameron, il brano sfoggia un testo basato sulla prima parte della prima novella raccontata da Panfilo durante la quinta giornata. Le melodie, ovviamente, si rifanno alla musica e alle ambientazioni tipiche del XIV secolo. Il pezzo nasce da un’intuizione melodica di Pörsti e in seguito sviluppata da Kåse in chiave progressiva. Al violino di Unruh e al sax di Kåse si aggiungono il fagotto di Vertti Tapanainen e il sax soprano di Risto Salmi, per ricreare quelle sonorità tardo medievali che vengono man mano destrutturate a favore di un più caldo jazz rock.

Descenso en el Maelstrom è un brano degli spagnoli Crack, pubblicato nell’album “Si todo hiciera Crack” del 1979. Tra gli esecutori figura anche Mento Hevia, tastierista e voce dei Crack nonché autore del brano, qui impegnato al violoncello. Ed è proprio il suo violoncello ad innescare quel mood sinfonico che accomuna la versione originale a questa nuova rivisitazione arrangiata da Salueña.

Before the Dance è la seconda composizione inedita dell’album a firma Myers. Seguendo una formula già collaudata, a Myers viene affidata la scrittura di un elegante prologo strumentale che ha il compito di introdurre la successiva cover dei Genesis, in questo caso Dancing with the Moonlit Knight. In questa riproposizione è proprio Myers ad accollarsi gran parte della responsabilità, dividendosi tra Hammond, Mellotron, piano e synth.

Viene poi Aspirations, brano dei Gentle Giant tratto dall’album “The Power and the Glory” del 1974. Il piano elettrico di Mimmo Ferri introduce il delicatissimo canto di Unruh su una base ritmica lenta e compassata, resa ancor più morbida dal basso fretless di Jan-Olof Strandberg. La maniacale cura per i dettagli di Bernard e compagni risiede nelle sognanti melodie del vibrafono di Beatrice Birardi che oltre a nobilitare la cover crea un flashback emotivo non indifferente.

C’è spazio anche per un omaggio alla PFM con Traveler, brano tratto dall’album “Jet Lag”. Per legarsi meglio all’originale, cantata dalla vibrante ugola di Lanzetti, viene appositamente arruolato Mark Trueack degli Unitopia, cantante dalla voce potente e abrasiva. Al trio si aggiungono Stefano Vicarelli ad Hammond, Mellotron e Minimoog, e Jan-Olof Strandberg al basso fretless, entrambi abili nel rimarcare il lavoro di Premoli e Djivas.

Non manca nemmeno la riproposizione di una piccola gemma della musica finlandese, Sameassa Vedessä, brano di chiusura dell’album “Matin Levy” del 1976 da Matti Järvinen. Pur rimanendo fedele alla versione originale, il brano è oggetto di un ricercato restyling che lo rende più delicato ed elegante di quanto già non sia. La morbida voce di Mjria Lassila ammalia e commuove, mentre il violino di Unruh e la chitarra di Bogáti-Bokor accerchiano l’ascoltatore.

L’acido sax di Salmi, invece, apre le porte alla mitica One More Red Nightmare dei King Crimson. Bernard e Pörsti imbastiscono una struttura ritmica da manuale (coadiuvati da Unruh alla seconda batteria) su cui si innestano alla perfezione la chitarra di Branković e il violino dell’onnipresente Unruh.

Ad ammorbidire le asperità crimsoniane ci pensa To Take Him Away, delicata ballata dei Sandrose. Le soluzioni sinfoniche della band francese sono qui enfatizzate dal Mellotron di Matthijs Herder e dall’ottima chitarra di Shikoh. La sottile voce di Unruh riesce a seguire le stesse linee melodiche tracciate nel 1972 da Rose Podwojny, con risultati che hanno dell’incredibile.

Time and a Word degli Yes chiude il primo disco. Per l’occasione viene scomodato Davison, con Stampalia al piano e Jukka Pitkänen al flicorno.

Apre il secondo disco la lunga suite degli Utopia, Singring and the Glass Guitar. La portata rilevante dell’operazione è ben delineata dal gran dispiego di forze messe in campo che, oltre ai titolari, includono Stolt alla chitarra, Le Blanc alle tastiere,  Strandberg al basso (fretless e fretted), Salmi al sax,  Xavier alla voce e Maddocks voce narrante. Senza dubbio uno degli episodi più impegnativi dell’album.

Segue Darkness, uno dei più affascinanti ed oscuri psicodrammi hammilliani, ricreato con cura maniacale dal sax tenore di Salmi e dall’Hammond di Lalo Huber. Unruh modula la sua voce su registri più adatti all’occasione, concentrandosi su un’interpretazione più drammatica e teatrale.

Stessa storia per Jacob’s Ladder dei Rush. L’heavy prog dei canadesi viene rivitalizzato dalla chitarra di Branković e dalla ritmica di Bernard e Pörsti. A sostegno: le tastiere di Wileman, il violino di Dearnley e la voce di Nevena Racic, che alleggeriscono il carico di Unruh.

The Case Of Charles Dexter Ward (alternative version) è una composizione dark prog firmata dal solo Unruh, già pubblicata in “The Stories Of H.P. Lovecraft – a sYnphonic Collection“.

Chiudono il disco le tre tracce bonus This Side, The Other Side (of Me) e Karn Evil 9, 2nd Impression. Le prime due sono oscure tracce sinfoniche di Huber articolate su passaggi movimentati che offrono spazio alla chitarra di Lucena, al sax di Arnold e all’organo del compositore. La seconda è impreziosita dal contributo vocale di Michelle Young e dall’elegante flauto di Unruh. La terna si chiude con un omaggio di Bernard, Pörsti e Shacklett alla triade progressiva per eccellenza.

 

Il terzo disco è “The Imperial Hotel“, pubblicato il 20 luglio 2014. L’album prende il titolo dall’omonima suite registrata nel 1975 dagli England di Robert Webb, ma per la prima volta include materiale originale composto da Bernard, Pörsti e Unruh con la collaborazione dei tastieristi: Robert Webb, Octavio Stampalia dei Jinetes Negros, Linus Kåse degli Änglagård e David Myers dei The Musical Box. L’album vede la partecipazione anche di Kamran Alan Shikoh dei Glass Hammer (chitarra elettrica, chitarra acustica), Yoshihisa Shimizu dei Kenso (chitarre, synth), Johan Öijen (chitarra elettrica), Kristofer Eng (chitarre), Martin Henderson (cori), Maria Kvist (voce) e Andrew Noto (Moog Taurus).

Apre After the Echoes, brano vivace ed avvincente nato dalla penna di Stampalia. Il piano cristallino dell’autore abbozza il tema con estrema raffinatezza lasciando presagire l’atmosfera briosa che caratterizzerà l’intera composizione. A rispondere per le rime sono la veloce chitarra di Öijen e il flauto di Unruh, sostenuti dalla precisissima ritmica di Bernard e Pörsti. La voce acuta di Steve non lascia spazio ad equivoci: le sue ascendenze sono da ascriversi al magico quadrato progressivo “Anderson/Yes/Davison/Glass Hammer”. Stampalia dal canto suo non disdegna divagazioni sinfonico-romantiche che, specie nella seconda parte, si alternano alle eccellenti trame vocali intessute con Unruh prima della piacevolissima coda finale per soli piano e violino.

Segue Limoncello, pezzo di Webb incluso nel suo album “Liquorish Allsorts”. Nel brano si distinguono tre diverse sezioni: la prima è contraddistinta dal particolare lavoro “ritmico” di Webb che, incrociando Hammond e Clavinet, recupera un’idea nata nel 1977 ai tempi degli England; la seconda si muove su particolari figure ritmiche, mentre l’ultima è una dinamica parentesi pseudo barocca nella quale, oltre alle tastiere di Webb, si fanno apprezzare  anche il violino di Unruh e la chitarra di Shimizu.

La breve Victoria’s Summer Home appartiene alla collezione di piccole gemme classiche che Myers col suo pianoforte abitualmente incastona in ogni nuova opera del Samurai. Come per i due precedenti casi si è deciso di collocare l’intermezzo strumentale in una posizione strategica, nello specifico alle porte dell’imponente suite che dà il titolo all’album.

The Imperial Hotel ricalca il solco tracciato dai Genesis in “Nursery Cryme” narrando una storia di eleganza vittoriana che vive di ricordi, sentimenti, fantasmi e macabri colpi di scena. Una residenza reale abbandonata si trasforma negli anni in un hotel per clienti aristocratici. Tra le oscure pareti della suite nuziale e lungo i suoi corridoi, però, si aggira il fantasma di una donna dal volto avvizzito che tenta di riottenere la bellezza giovanile sfiorita con un inganno amoroso. Il richiamo ai Genesis è tangibile, non fosse altro per le scelte compositive di Webb, Moses e Ibbotson (gli England): soluzioni sinfoniche melodiche, continui cambi ritmici e un immaginario decisamente affini a quelli della band di Gabriel e compagni. Rispetto alla versione originale, più ingenua e acerba, la suite si presenta qui in una veste rinnovata e finemente arricchita. Webb alle tastiere è l’assoluto protagonista, in grado di seguire passo dopo passo lo schema originario con un piglio più deciso e maturo, esaltandosi nei continui cambi di scena prontamente segnalati da Bernard e Pörsti. A garantire ricami chitarristici di pregio e solenni aperture melodiche è Shikoh, che conferisce un innato carattere neoprogressivo al pezzo. Non a caso intorno al settimo minuto, dopo l’accennato tango, parte una nervosa parentesi che (per ragioni anagrafiche) anticipa gli sbalzi umorali dei Marillion di “Fugazi” (in particolare “Incubus”). Il solito Unruh abbellisce le già ricche trame sonore con inserti di flauto e violino, oltre a dar vita a melodiosi impasti vocali con Webb ed Henderson. Al giro di boa il brano subisce una brusca interruzione che segna il ritorno alle classiche atmosfere di Yes e Gentle Giant, ma è al diciassettesimo minuto che l’organo di Webb svolta pericolosamente verso il Banks di “The Return Of The Giant Hogweed”. Da qui in avanti spazio a divagazioni di ogni tipo, con Webb, Unruh e Shikoh a rincorrersi e contendersi la scena prima della parentesi acustica che anticipa la vivace sezione finale suggestionata da Yes e Glass Hammer.

Into the Lake è una traccia camaleontica tirata fuori dal cilindro magico di Kåse. All’intro vagamente spaziale, aperta dalle esplorazioni sonore di Kåse e Marshall, segue uno sviluppo dall’andamento guizzante, frammentario e sghembo che si affida all’ottimo supporto ritmico di Bernard e Pörsti. Le influenze della band madre di Kåse (King Crimson e Yes in primis) si palesano proprio nella complessa struttura e nell’andatura del brano. I ricchi contributi di Kåse e Unruh (tastiere e sax il primo, flauto e violino il secondo), uniti all’eccellente lavoro di Kristofer Eng alla chitarra, determinano un graduale passaggio da atmosfere inquiete ed oscure a più ariose aperture melodiche. A giovarne sono soprattutto le delicate stratificazioni vocali che vedono impegnati Unruh, Kåse e la Kvist.

Chiudono il disco quattro tracce bonus. La prima è Un respiro e tutto cambia dell’eclettico Luca Scherani. La scrittura del compositore e tastierista ligure, ispirata dalla vena sinfonica di Höstsonaten e La Coscienza di Zeno, dà vita ad una poesia romantica che l’inconfondibile voce di Galifi rende immortale. Segue Anatta, strumentale di Christian Bideau costruita sul continuo e fitto fraseggio tra tastiere, chitarra e sax. La Magia è la Realtà rincorre le infinite metamorfosi sonore dell’eterea Elisa Montaldo, perennemente sospesa tra fiaba e realtà. Oliviero Lacagnina firma la conclusiva Rimani nella mia vita, composizione dai risvolti malinconici che l’espressiva e teatrale performance di Unruh rende ancor più struggenti, appassionati.

Per maggiori info: The Samurai Of Prog | Facebook

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About Antonio Menichella

Antonio Menichella
Ideatore, membro fondatore e redattore di HamelinProg.com, è docente di disegno e storia dell'arte, artista visivo e grafico. Appassionato di rock psichedelico, acid rock, stoner, desert rock, neopsichedelia, progressive rock, rock progressivo italiano, space rock, krautrock, zeuhl, scuola di Canterbury, avant-prog, rock sinfonico, jazz rock, prog folk, prog metal, neoprogressive, hard rock, post-rock, musica sperimentale e molto altro.

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