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Stella Rossa del Kinotto, La – La Stella Rossa del Kinotto

LA STELLA ROSSA DEL KINOTTO

La Stella Rossa del Kinotto (2018)

Autoproduzione

 

Nel variegato mondo del progressive rock (r)esiste una peculiarità tutta italiana che vede le band prediligere nomi originali e fantasiosi al fine di favorirne l’immediata riconoscibilità e l’esatta collocazione. Una formula ampiamente in uso negli anni ‘70 (Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, Il Rovescio della Medaglia, Biglietto per l’Inferno, Locanda delle Fate, Quella Vecchia Locanda, Raccomandata Ricevuta Ritorno, Reale Accademia di Musica, ecc.) che trova larga condivisione anche tra le nuove leve del prog contemporaneo (La Maschera di Cera, La Coscienza di Zeno, La Curva di Lesmo, Il Segno del Comando, Il Bacio della Medusa, Ingranaggi della Valle, ecc.). Un fattore non di secondaria importanza che ha avuto il merito di far conoscere ed apprezzare molte realtà musicali nostrane al di fuori dei confini nazionali.

A questo nutrito stuolo, su suggerimento di un lungimirante barista, si aggrega anche La Stella Rossa del Kinotto, band campobassana dedita ad un progressive rock settantiano con contaminazioni barocche, folk e jazz.

Nato nel 2006, il gruppo ha all’attivo un EP, “Figli di…” (2007), e l’omonimo debut album, pubblicato nel gennaio 2018 dopo una gestazione lunga e travagliata. Gran parte del materiale viene composto nel 2006 ma portato a compimento solo negli ultimi mesi del 2017. Nel corso degli anni, testi, strutture e arrangiamenti subiscono inevitabili modifiche dettate dalla stabilizzazione e dalla progressiva maturazione della band.

La formazione impegnata nella realizzazione dell’album vede coinvolti: Giuseppe “Jesus” Bianchi  (voce), Alessio “Cocai” Di Lallo (basso, cori), Giuseppe “Roial” Reale  (Hammond, synth), Gianluca “Virgo” Vergalito  (chitarra elettrica), Luca De Cesare (chitarra classica, cori), Alexander Oliva (violino) e Armin Siros (batteria).

Le atmosfere del disco rievocano sia l’era classica dell’hard rock, sia il periodo d’oro del progressive italiano degli anni ’70. Non mancano segmenti musicali tratti da danze medievali e malinconiche ballate prog folk. I testi rivestono un ruolo di primaria importanza nell’economia del disco e trattano l’amore (malato ed impossibile), la guerra, il pacifismo, il femminismo, la lotta alla proprie paure, ma anche temi di denuncia come la chiusura dei Punti Nascita nelle aree periferiche e disagiate della penisola.

La curatissima copertina, realizzata da Di Lallo, contiene citazioni colte e ricercati omaggi alla cultura Pop che offrono uno spaccato del variegato immaginario artistico della band. Il mostruoso orco, intento a prendere un caffè con una sorridente bambola di pezza, altro non è che una visione notturna dipinta da Johann Heinrich Füssli nell’opera “L’incubo” (1790-91), ispirata dalle letture di Shakespeare e Milton. Il manichino, con tanto di racchettone e palla, è tratto da “La musa metafisica”, dipinto di Carlo Carrà del 1917 contenente espliciti richiami alla prima guerra mondiale e all’Istria. I pupi Astolfo e Lisetta sono i protagonisti del più classico degli amori “cortesi”. Al centro della scena, sommerso da cumuli di giocattoli, un freddo e distaccato bimbo, sotto lo sguardo spiritato di uno schizoide Yankee, “gioca alla guerra” con due realistici soldatini. Poi ancora macchinine, aeroplani, astronavi, barchette, palloni, guantoni, cappelli, una radio d’epoca, un abaco, un cuore, una rosa blu, un peluche di Don Chuck castoro e l’irriverente pesce rosso con occhiali da sole e sorriso smagliante “rubato” alla cover di “Kinotto” degli Skiantos. L’apparente calma suggerita dalla luce fioca è minacciata dalle inquietanti ombre di due figure che pongono l’accento sulle scottanti tematiche trattate nei brani. L’atmosfera irreale rimarca le soluzioni adottate dai Jumbo per la cover di “Vietato ai minori di 18 anni?”, opera (non a caso) definita da Mox Cristadoro “una rasoiata inflitta con forza al modo comune di pensare della società piccolo borghese, in una nazione sempre solcata dalle controversie ideologiche” (“I 100 migliori dischi del progressive italiano”, Tsunami Edizioni).

Ad aprire l’album è La Canzone di Astolfo, il primo pezzo in assoluto composto dalla band. Pensato come ambizioso sequel di “Carlo Martello torna dalla battaglia di Poitiers”, il brano viene prontamente convertito in una tragedia cavalleresca, pretesto per tirare fuori un pezzo pacifista e femminista. Nella parte iniziale è presente un segmento musicale estratto da una delle danze medievali tratte dal “Llibre Vermell de Montserrat”, un manoscritto di canti e danze profane dell’alto Medioevo, copiato intorno al XIV secolo. I dolenti arpeggi di De Cesare alla classica e le malinconiche melodie del violino di Oliva dipingono gli scenari medievali che fanno da sfondo all’amore tra il “prode cavaliere senza macchia” Astolfo e la “gentil donzella” Lisetta. I fugaci incontri tra i due amanti si consumano tra i timori di lei (“Oh, cavaliere, di nuovo da me / Il gran dolore che mi dà non lo sa / All’alba sarà ancora la guerra / Rischia la morte tra le frecce, lo sa?”) e la passione di lui (“Morte o vita poco m’importa / Se prima un bacio da te non avrò / Monta a cavallo e vieni con me / Oggi il paradiso, domani l’inferno”). La cavalcata hard prog dettata dall’Hammond di Reale e dalla ritmica incalzante della coppia Siros/Di Lallo segue la dolorosa partenza di Astolfo. La struggente storia d’amore suggerisce l’orientamento pacifista al brano, in cui la figura idealizzata e angelicata della donna, tipicamente medievale, viene stravolta dal pianto disperato di Lisetta che abbandona il ruolo passivo in cui il suo tempo l’ha relegata per assumere consapevolezza e coscienza dell’orrore della guerra che le porta via il suo amato Astolfo (“L’ennesima guerra, l’ennesimo lutto/ ditemi voi che senso ha / violenza ed armi corazze ed odio / il vecchio Dio non è più qui”).

Seguendo la lezione di Quella Vecchia Locanda, La Stella Rossa del Kinotto combina strumenti legati alla musica classica (violino e chitarra) a dure sonorità rock settantiane per dare vita alla coinvolgente Oltre la palude. La vocalità di “Jesus”, volutamente lirica e solenne (à la Spitaleri), nobilita la natura poetica del testo, racconto metaforico di un pescatore che rema per tirarsi fuori dalle fangose acque di una palude e rivedere il sole. Una lotta da intraprendere, nei momenti bui della vita, contro le proprie paure ancestrali, i propri mostri interiori. La tagliente chitarra di Vergalito e l’acido Hammond di Reale sono le uniche “armi” concesse in questo doloroso conflitto. Al giro di boa, però, la repentina virata strumentale innesca una parentesi sperimentale – evidenziata in fase di missaggio – interamente giocata su un surreale arpeggio di violino.

Requie(m) è il brano manifesto de La Stella Rossa del Kinotto. Il testo narra la storia di una prostituta, che vive nella malfamata Dock Street, zona portuale nella Londra degli anni ‘50 del Novecento. Innamorata del suo uomo, la donna porta avanti la gravidanza fino alla morte nonostante i dubbi che la tormentino circa le scarse probabilità di poter crescere il bambino data la condizione che vive. Raccontare la storia di una donna morta di parto è per la band il pretesto per muovere una chiara e forte denuncia alla scelta di chiudere numerosi Punti Nascita nelle aree periferiche e disagiate, all’interno di un più generale smantellamento del Sistema Sanitario Nazionale. Requie(m) assume così i contorni di una malinconica ballad folk rock, cullata dagli atmosferici cimbali di Siros e dagli arpeggi di un ispirato Vergalito, il cui tocco elegante ha il potere di calmare e far addormentare bambini  mai nati. L’Hammond di Reale stende un velo di tristezza che il violino “militante” di Oliva spazza via consegnando il brano al conclusivo segmento combat folk rock (Stormy Six docet!). È qui che il canto di “Jesus”, lirico e potente, prova a dar voce agli ultimi, a quelli che muoiono per malasanità, che l’ospedale è sempre troppo lontano, che sono arrivati tardi, ma che talvolta si organizzano.

Nato con il titolo di “Soldato del destino”, in omaggio a “Soldier of Fortune” dei Deep Purple, Non gridare più presenta un testo ispirato al componimento di Giuseppe Ungaretti “Non gridate più”, in cui il poeta chiede di cessare le ostilità al fine di non uccidere i morti del precedente conflitto una seconda volta. Gli arpeggi di De Cesare, i riff di Vergalito e le briose svisate di Reale scortano Bianchi nel doloroso viaggio a ritroso tra brandelli di muri e mille croci (“Potresti ucciderli ancora e ancora / Non gridare più, non gridare / Hanno un messaggio di pace / Nel silenzio lo puoi trovare”), nel quale anche l’atrocità della guerra diventa commovente poesia.

Le tinte floydiane di Ai tempi di Kate Moss e Pete Doherty sono qui a ricordare la genesi del brano, originariamente intitolato “L’ultimo volo del folle diamante”, nato a pochi giorni dalla scomparsa di Syd Barrett. Col tempo, il testo ha subìto una metamorfosi, ripiegandosi sulla descrizione intima dei mostri interiori che possono affollare l’esistenza del singolo (“Non trovo pace / da un anno si dice che sono in crisi / i miei pensieri non li ho più presi / rimasti lì ai tempi di Kate Moss e Pete Doherty”), dilaniato dalle contraddizioni imposte dalla società dell’anticonformismo di massa (“Lunghi capelli e Converse / sono uno status symbol magro per far notare che / tra un ribelle solo e un cane ammaestrato / (è) meglio esser folli che avere tutto tranne qualcosa o qualcuno da amare”). L’atmosfera dilatata e rarefatta gioca a favore delle liriche e lascia ampio margine di libertà all’estro di Vergalito e all’urgenza espressiva di Reale, opportunamente sostenuti dalla ritmica misurata di Siros e dalle morbide linee di Di Lallo.

Rovine di Stalingrado è una panoramica della città russa distrutta dalla drammatica e sanguinosa battaglia. È il più marcato affondo hard prog dell’album, impreziosito da un lungo segmento strumentale che favorisce le improvvisazioni di Reale all’Hammond e offre numerosi spunti alla chitarra elettrica di Vergalito e al vivace drumming di Siros.

Diario di un amore lontano rilegge appunti e pensieri raccolti in un diario scatenato dalla rottura di una relazione. Chi scrive, rimane ingabbiato tra la consapevolezza razionale di aver vissuto un amore malato ed impossibile, e la dipendenza emotiva provocatagli dalla relazione (È stato facile capire / tutti i miei difetti, / che non sono poi così tanti. / Ricordi di sogni / perduti e infranti nel cuor. / Amore, tesi troppo nobile / da comprendere per noi poveri plebei. / Non andar via resta e vedrai”). Gli spigolosi frammenti prodotti dalla rottura vengono qui analizzati nel dettaglio da una ritmica fratturata, scomposta, e da spigolosi riff frippiani che aggiungono nuovi spunti all’SRK sound.

Chiude l’album la bonus track Due di picche, un esercizio ludico, un gioco musicale somigliante ad un B-side di Edoardo Bennato filtrato attraverso il rock irriverente degli Skiantos. Un rock’n’roll usato per farsi beffe dei comportamenti maschilisti che possono scaturire dal rifiuto di una donna (“Adesso non so più che fare / questa qui non me la vuol dare / mette a rischio la mia autostima / devastata come Hiroshima”). Perché è vero che la Stella è Rossa, ma è pur sempre del Kinotto!

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About Antonio Menichella

Antonio Menichella
Ideatore, membro fondatore e redattore di HamelinProg.com, è docente di disegno e storia dell'arte, artista visivo e grafico. Appassionato di rock psichedelico, acid rock, stoner, desert rock, neopsichedelia, progressive rock, rock progressivo italiano, space rock, krautrock, zeuhl, scuola di Canterbury, avant-prog, rock sinfonico, jazz rock, prog folk, prog metal, neoprogressive, hard rock, post-rock, musica sperimentale e molto altro.

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