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The Forty Days – The Colour of Change

the colour of change copertinaTHE FORTY DAYS

The Colour of Change (2017)

Lizard Records

Ci sono nomi che nascono per caso e nomi che vivono una lunga gestazione prima di trovare la propria definizione. Nel caso della band toscana dei The Forty Days, nata sul finire del 2014, è andata così: Tra la prima prova e il primo live c’erano circa 40 giorni, da qui la geniale idea di chiamarci The Forty Days (oltretutto all’inizio scritto in maniera sbagliata, The Fourty Days), (parole tratte dalla genesi dell’album).

Ed è così che, in seguito, dopo alcuni assestamenti interni, la formazione ha trovato la sua fisionomia definitiva: Giancarlo Padula (voce, tastiere), Dario Vignale (chitarre, cori), Giorgio Morreale (batteria) e Massimo Valloni (basso).

Abituati da sempre alla sola esecuzione di cover, i ragazzi toscani si lanciano senza paura nella nuova avventura, procedendo, come in un’indagine archeologica, “dal noto verso l’ignoto”, dalle basi floydiane provenienti dall’esperienza tribute band condivisa da Vignale e Padula verso un qualcosa di nuovo, sconosciuto, che ricalcasse, però, le atmosfere della leggenda britannica. Nasce così The Colour of Change, concept album che narra, in modo anche un po’ autobiografico, i pensieri, le insicurezze e i tormenti di un ragazzo alle porte dei 30 anni in questo momento storico, e lo fa attraverso l’intenso canto di Padula (su testi di Vignale), accompagnato da interessanti e mutevoli soluzioni che spaziano tra gli anni ’70 e ’80, sino a giungere al giorno d’oggi, in cui l’anima dei Pink Floyd emerge, appunto, consapevolmente.

Il policromo artwork di The Colour of Change è opera di Matteo Di Giacomo e raffigura un ragazzo che suona nella confusione della sua stanza, davanti a una finestra: nonostante tutti i suoi tormenti, riesce a liberare la mente suonando. La Musica è la via di uscita da tutti i problemi e può essere identificata con la ragazza sul retro del disco. Le foto, invece, sono opera di Laura Messina.

Looking for a Change, il brano che apre l’album, parla della voglia di cambiamento da una situazione in cui non c’è modo di trovare stabilità. Atmosfera rarefatta e dilatazioni floydiane: è così che, quasi “obbligatoriamente”, siamo accolti dai The Forty Days.  É l’urlo alla Ian Gillan di Padula a squarciare in seguito l’aria e lanciare le chitarre di Vignale verso lidi hard rock, tra Led Zeppelin e Deep Purple. C’è spazio anche per momenti neoprog, per un bel frammento rapido alla PFM, con synth in evidenza, e per il deciso assolo dello stesso Vignale. Lo “spettro” dei Pink Floyd riappare più volte lungo il percorso. […] When life slaps you in the face / Smile and slap, don’t wait so much / The years go away so fast, don’t look the past carry and on […].

Multiforme l’episodio strumentale Uneasy Dream (riconducibile a una tipica nottata di pensieri, in cui ci si rigira nel letto combattendo i pensieri negativi). Se in avvio il clima spensierato ed eighties richiama un po’ il Battisti dell’album “Una giornata uggiosa” o le colonne sonore anni ‘70/’80 (Una buona parte del pezzo è una sorta di tributo ai Calibro 35, e data l’atmosfera del pezzo inizialmente si intitolava “Romanzo Criminale”), a seguire i “tasti prog” di Padula lanciano la galoppata collettiva che si arresta presto concedendo nuovamente il primo piano allo stesso tastierista, sostenuto dalle ritmiche piuttosto vispe del duo Valloni/Morreale. Puro rock sul finire.

É tempo di ballata con The Garden. Tenero e malinconico il canto di Padula mentre chitarra, piano e ritmiche centellinano i propri interventi funzionali allo stato d’animo della voce. A metà percorso il brano si apre grazie alle tastiere dello stesso Padula proseguendo con intensità prima del “calo”, dell’assolo slow hand di Vignale e della successiva risalita. The Garden parla in maniera metaforica del dispiacere dato dalla partenza degli amici che cercano fortuna all’estero, perché in Italia non riescono a trovare la loro strada ([…] Like a dog without a big bone to bite hard / Like a a pick without a guitar to play loud / Like the sun during the sunset without a blue sea / You can fill the garden for me ‘cause they leave […]).

Homeless, brano che nell’indole malinconica sembra proseguire sulla scia dell’episodio precedente (parla, sempre per metafore, della mancanza di fiducia in sé stessi, quando tutte le cose che pensavi fossero la base del tuo futuro iniziano a sgretolarsi e non senti più il sostegno di chi ti sta vicino: “senza casa” si traduce in “senza autostima”, “senza futuro”). In questo caso, però, la struttura sonora è più carica ed avvolgente e lambisce territori Marillion con brevi inserti floydiani. A metà percorso s’insinua prepotentemente il tocco orientalizzante dei tasti di Padula, rinforzato da chitarra e ritmiche, una fuga decisamente notevole. Il seguente “smarrimento”, nervoso e alienante, riporta, infine, il brano sui propri binari.

Nei primi minuti di John’s Pool il canto sofferente di Padula si fa strada in un clima a tratti onirico, dalle velate tinte post rock. Poi il brano dirotta la propria veemenza verso un prog metal dalle sfumature “morbide” alla Real Illusion. L’episodio parla di un ragazzo, John, a cui piace autocommiserarsi, sentirsi una vittima e farsi sopraffare dalla tristezza. In realtà, si scopre invece che a John semplicemente tutto questo piace.

L’animo romantico che abbiamo conosciuto nei capitoli precedenti pervade anche parte di Restart, vedi, ad esempio, il tenero piano iniziale che supporta la voce di Padula, o il frammento soffice con canto dilatato che sembra richiamare i Radiohead. Ovviamente non c’è solo questo in Restart, episodio che parla anch’esso della voglia di ripartire, affidandosi a una musa ispiratrice per uscire dai problemi: nel nostro caso, la Musica: la tastiera di Padula lascia il segno anche con una rapida sequenza sintetica, mentre a metà brano, inaspettatamente, i The Forty Days si tuffano per qualche istante nelle atmosfere folkeggianti alla Lingalad, prima di riprendere, per poco, un tracciato poderoso e articolato.

Carica di tensione la conclusiva Four Years in a While. Inizialmente è la voce di Padula a “caricarsi” sulle spalle il brano. Poi entrano in scena tutti gli effettivi, con chitarra e tastiere ad alternarsi al comando mentre il brano vola verso la conclusione con il lungo assolo di Vignale. Il brano che chiude The Colour of Change racconta la storia di un ragazzo e una ragazza, fidanzati da quattro anni, che al momento di andare a vivere da soli riescono a frantumare il loro bellissimo rapporto a causa di famiglie troppo invadenti ([…] Maybe i’m gonna cry / Maybe i’m gonna feel bad / Sure i’m gonna cry, i’m gonna fuck a bitch / but in the end i will survive… survive… / as always… always […]).

Una nuova scommessa vinta per la Lizard Records.

Per maggiori info: The Forty Days

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About Donato Ruggiero

Donato Ruggiero
Membro fondatore e redattore di HamelinProg.com, è archeologo e autore del romanzo noir "Tutto tranne il cane" (0111 Edizioni, 2017) nonché chitarrista della band alternative rock Malamente con all'attivo l'album "Stato vegetativo permanente". Appassionato di progressive rock, rock progressivo italiano anni '70, in particolare dei gruppi "minori", e contemporaneo, krautrock, space rock, scuola di Canterbury, avant-prog, rock sinfonico, jazz rock, musica sperimentale e molto altro.

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