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VAK – Budo

VAK

Budo (2018)

Soleil Zeuhl

 

Costruito su una fitta trama di batteria, basso e tastiere, accompagnata da eteree voci femminili, Budo prova a scrivere un nuovo capitolo nella discografia dei francesi VAK. Il progetto nasce nel 2008 dall’incontro tra il batterista Vladimir Mejstelman (ex Grand Cerf, Laab Asi Ji Sui) e la cantante Aurélie Saintecroix, muove i primi passi sui sentieri musicali battuti dai connazionali Magma, ma negli anni amplia il proprio spettro sonoro a nuove e più estreme influenze.

Pubblicato da Soleil Zeuhl il 7 settembre 2018, Budo segue l’omonimo disco di debutto, del 1° settembre 2012, e “Aedividea”, raccolta di due precedenti EP del 2011 e 2014, pubblicata il 10 settembre 2015. L’album prende corpo tra il 2015 e il 2017 proprio con l’idea di riunire diverse tendenze stilistiche in lunghe e articolate composizioni. Con questo album la formazione si allarga: entrano Alexander Michaan (tastiere, synth), Joël Crouzet (basso, chitarra), e si aggiungono i contributi degli ospiti Michaël Havard (sax alto, sax sopranino in Budo), Nora Froger (flauti in Au fond des creuses) e Hyder Aga (chitarra in Au fond des creuses).

Il sound si concentra sulla fusione di un progressive rock frenetico, ruvido, a tratti atmosferico, che esplora i territori più sperimentali del rock degli anni 1970 (zeuhl, R.I.O.) e delle attuali avanguardie musicali.

L’album si sviluppa su tre lunghe composizioni a loro volta articolate in più movimenti. Ad aprire il disco è Budo, suite composta da tre parti caratterizzate dai classici elementi distintivi dello zeuhl. Part I si affida proprio a ritmiche marziali, basso pulsante, piano elettrico ossessivo e circolare, ed eteree voci femminili. Il taglio moderno del brano riesce a coniugare gli insegnamenti vanderiani e le più attuali istanze progressive. Meno aspri e caotici dei Rhùn di “Ïh“, più oscuri dei Corima di “Quetzalcoatl“, i VAK non rinunciano alle soluzioni ostili, sinistre, adottate dal piano elettrico di Michaan e sostenute dal ruvido basso di Crouzet e dal dinamico drumming di Mejstelman. A limare le eccessive asperità è l’impalpabile canto à la Stella Vander della Saintecroix. Part II inizia sorniona, retta da una linea sinuosa di basso e mossa da una ritmica minacciosa e dalle oscure divagazioni di chitarra e synth. Ne scaturisce uno zeuhl a tinte scure che rimarca i contorni di opere seminali quali “Üdü Wüdü” e “Attahk”. Proprio quando i giochi sembrano fatti, complici i sax di Havard, ecco partire una furiosa cavalcata free jazz che sfuma in un atmosferico e dilatato carillon. Part III – Un grand sommeil noir, l’ultimo segmento del brano, si avventura in territori psych-space scortato da piano elettrico, synth e sax.

Segue Hquark, suite in quattro parti che lascia emergere il lato più oscuro e sperimentale della formazione francese. Fin dalle prime battute, Part I genera atmosfere drammatiche, malsane, a tratti claustrofobiche, in linea con le più oscure visioni sonore di Univers Zero e Sleepytime Gorilla Museum. La natura percussiva del bravo condiziona anche l’ossessivo piano di Michaan e favorisce l’incursione delle glaciali svisate del synth intorno alle quali volteggiano i vocalizzi da arpia della Saintecroix. In Part II, il morbido Rhodes smorza i toni agevolando il ritorno ad uno zeuhl di moderna fattura che non rinuncia a ritmiche marziali e a più ariose divagazioni jazz. Nelle reiterazioni delle figure ritmiche e del tema principale si concentrano i passaggi più inquieti che vedono impegnati in egual misura piano elettrico, synth, chitarra, basso e batteria. Gli ultimi passaggi tradiscono nuovamente rimandi ai Magma dell’era Top, merito del ruvido e roccioso lavoro al basso di Crouzet e del pirotecnico drumming di Mejstelman. Part III, più cristallina e luminosa, dura il tempo utile per lanciare l’atmosferica intro di Part IV. L’incedere lento suggerisce soluzioni dilatate, aeree, nobilitate dalla celestiale voce della Saintecroix. Michaan, che del brano è il principale compositore, monopolizza la scena col suo piacevolissimo piano elettrico, aggiungendo sfumature apocalittiche con un synth acido e tremolante. A garantire la giusta dose di ruvidità è stavolta la chitarra di Crouzet.

Chiude l’album Au fond des creuses, composizione di Mejstelman che, grazie anche ai contributi di Aga alla chitarra e della Froger ai flauti, aggiunge al sound dei VAK un più marcato carattere prog dalle cangianti coloriture zeuhl.

Il rinnovato interesse della Soleil Zeuhl e il contributo del guru Udi Koomran per le fasi di missaggio e mastering impreziosiscono questa terza fatica discografica e spingono i VAK alla creazione di una musica sempre più innovativa e anticonvenzionale.

Per maggiori info: VAK | Facebook



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About Antonio Menichella

Antonio Menichella
Ideatore, membro fondatore e redattore di HamelinProg.com, è docente di disegno e storia dell'arte, artista visivo e grafico. Appassionato di rock psichedelico, acid rock, stoner, desert rock, neopsichedelia, progressive rock, rock progressivo italiano, space rock, krautrock, zeuhl, scuola di Canterbury, avant-prog, rock sinfonico, jazz rock, prog folk, prog metal, neoprogressive, hard rock, post-rock, musica sperimentale e molto altro.

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