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Van der Graaf Generator – Tempo di reazione

“H to He Who am the Only One”

Elementi.

Proviamo a pensare alla realizzazione di un disco come a quella di una reazione chimica: l’incastrarsi e il ricombinarsi di elettroni e protoni, la materia che cambia forma, colore, peso specifico, nulla scompare e tutto muta. L’unicità del risultato non viene dalla complessità degli elementi costitutivi ma da un assemblaggio inusuale e inaspettato guidato dalla mano dell’alchimista che rompe le leggi della chimica classica e trasforma il piombo in oro. Con i Van der Graaf Generator la linea tra magia e scienza si fa davvero molto sottile anche quando è in gioco quella classica reazione di fusione che trasforma quattro atomi di idrogeno in un atomo di elio: H to He. Semplice no? Forse no.

Ecco quindi gli elementi classici di una formazione rock: organo, batteria, basso e voce unirsi ad un doppio sassofono (non molto usuale, ma nemmeno così assurdo). Il background della band è vario e sfaccettato, ogni musicista estrae dal cilindro il meglio della sua provenienza musicale mettendola al servizio del gruppo e proprio da questo emergono, in declinazioni personali e fantasiose, un po’ di blues polveroso, tracce armoniche di musica classica per organo, follie free jazz e monolitici riff rockettari, il tutto perfettamente amalgamato grazie ad una attenzione acuta alla propria contemporaneità. I Van der Graaf Generator, con alle spalle due album e tra le mani tutti gli elementi per il terzo, si spingono un passo oltre indagando quei meandri artistici sconfinati di cui la musica progressive è costellata.

Un disco come questo tra le altre cose (ri)modella le architetture compositive del rock per quanto riguarda il rapporto tra musica e testo, non tanto in ottica di un ribaltamento di ruoli, quanto nel constatare l’assenza di gerarchie. A seconda del punto d’ascolto in cui ci si pone, sia il testo sia la musica sono protagonisti assoluti e ci si può infilare profondamente sia nelle linee poetiche di Peter Hammill, sia nelle millimetriche scelte musicali di ognuno degli altri componenti. Caratteristica quest’ultima trasversale all’album, attuale ed innovativa tanto nel 1970 quanto oggi. A concorrere a questa alchimia la poetica di Hammill fiammeggia rivelandosi ispirata da un lato al romanticismo inglese nella sua vena più cupa e mortifera, dall’altro al visionario universo spaziale di Asimov. Il tocco magico che tutto fa fluire coerente e libero è un dosaggio accurato degli elementi ritmici; elementi discontinui che si susseguono in forme logiche ed evolutive grazie all’uso di una palette strabordante di diversi portamenti, divisioni, spostamenti, raggruppamenti e velocità, fino ad arrivare a C, che non è la nota Do nella notazione anglofona, bensì la velocità della luce nella notazione scientifica. Infine poi all’aggregarsi degli elementi si aggiungono anche agenti esterni: l’ospite a sorpresa ovvero Mr. Robert Fripp dei King Crimson; la fuga: il bassista Nic Potter che abbandona il gruppo a metà registrazione; la frustrazione di non trovare il bassista giusto (un roadie viene audizionato, ma non sembra proprio funzionare) e infine la resilienza della band: le linee di basso vengono affidate al tastierista Hugh Banton che anche nelle successive fasi live del gruppo agirà da “bassista” suonando la pedaliera di un organo Hammond.

Una serie così fitta di variabili e componenti, infilati nella provetta dei Trident Studios di Londra, dà vita ad un album iconico e indimenticato: H to He, Who am the Only One.

Tempo, spazio, ritmo e incastro.

Su tutti i piani coesistenti del disco è interessante ragionare sul concetto di tempo che dal punto di vista di ritmo e metrica è sviscerato in varie maniere. Notevole il batterismo di Guy Evans il quale non prende la posizione di batterista virtuoso o di funambolo dello strumento, ma colora i brani con gusto e leggerezza creando un collante liquido e denso tra le spigolose linee di basso e gli sviluppi sovrastanti. Evans è capace di usare musicalmente le possibilità dinamiche dello strumento, giocando spesso su contrasti forti tra rarefazione e pieno, portamento strettamente ritmico e movimenti melodici. Un esempio lampante è l’accompagnamento di Killer. In questo brano, pieno di riferimenti blues e stacchi spezzati, Evans accompagna il cantato con un amalgama ritmico gonfio di colpi. Asseconda un classico quattro quarti, ma senza mai rimanere sullo sfondo con gesti coloristici, bensì prendendo il primo piano e suonando senza posa quasi tutti gli ottavi con la cassa e col charleston, incastrando poi nella griglia ritmica vampate di suono e onde melodiche. Questa alternanza di ritmo duro e puro a passaggi tortuosi trasversali alla scansione ritmica è ancora più evidente nella fase strumentale al centro del brano: scivoliamo spigliati a partire dalla pacca incalzante di un rhythm and blues fino a flussi di note veloci e sottili che allo stesso momento creano ed assecondano il ritmo. Andamento quest’ultimo, di probabile provenienza jazzistica, che da allora si è delineato come uno dei manierismi batteristici più utilizzati nel progressive a venire. Evans in questo brano gioca in costante divenire divincolandosi tra correnti e risacca, forse proprio a ricordarci le profondità marine di cui parla il testo.

L’album preso come macrostruttura è un unicum sia dal punto di vista timbrico che da quello compositivo. Nel più chiaro stile progressivo all’interno di questo monolite sonoro si aprono finestre, salti spazio-temporali, quadretti, lampi, fotografie e scatole cinesi. Così troviamo una bellissima sezione di flauti al centro di House With No Door, un riff veloce ed appuntito che salta fuori in Lost, una finestra Crimsoniana tra le oscure e gotiche liriche di The Emperor In His War Room. Inoltre i brani sono costellati di piccoli stacchi, minime interruzioni, curve a gomito, flashback e cascate avvolgenti tanto da far loro prendere la forma di piccole suite. Da questo punto di vista il brano Pioneers Over C è forse il più rappresentativo. Una serie di pannelli narrativi si susseguono in maniera forsennata e il collante di questo costante movimento è il testo. Le suggestioni della narrazione guidano e giustificano la musica rendendola un tutt’uno con gli scenari delineati. Nell’arco degli undici minuti del brano siamo di fronte praticamente all’intero campionario delle possibilità della band. Il viaggio spaziale dei nostri pionieri parte da tesissime linee elettriche sulle quali si innesta l’organo che per qualche istante sembra quasi presagire i Deep Purple che verranno. Accompagnati da un suono percussivo di ossa, l’organo di Evans e la voce di Hammill ci portano alle sconfinate aperture del cielo. Prima di accorgercene arriva un riff solido e muscolare in cui basso, sax e organo spingono fino ad un altro liscio e rarefatto orizzonte. Il pezzo corre poi alternando veloci spot nei quali sensuali melodie si scambiano con appuntiti riff distorti. Su tutto ciò si innesta sempre scura e lapidaria la voce di Hammill. Stacchi, esplosioni e trascinanti cavalcate si alternano a sezioni aperte, cori, fasi di duo o di trio e piccole melodie. Per qualche momento fa la sua comparsa anche una chitarra acustica in accompagnamento alla voce, ma il quadretto viene prontamente disturbato dall’arrivo di un sassofono. I sax di David Jackson disegnano linee dolci e distese che in un attimo si smascherano in gesti sonori folleggianti e spaziali. L’organo di Hugh Banton ambigua e disambigua il colore delle melodie, sfuma le linee di voce ridisegnando ogni forma e dando alle parole la giusta luce. Punto cardine del nostro viaggio spaziale giunge ad un soliloquio disperato del sassofono sul quale entra a gamba tesa un riff di pianoforte pieno di fantasmi, quasi a ricordarci che da un viaggio alla velocità della luce, liberi dal tempo e dallo spazio, non c’è alcuna via di ritorno.

Armonia e respiro.

Il sassofonista David Jackson, per sua stessa ammissione, non è il classico sassofonista jazz che aspettando il suo turno per fare l’assolo si fuma una sigaretta noncurante dell’evolvere del brano. L’uso contemporaneo di due sassofoni, probabile reminiscenza di Roland Kirk, è diventato una firma ed ha un ruolo preponderante nel suono dei VDGG. Memori anche di Dick Heckstall-Smith che nei Colosseum utilizzava due sax contemporaneamente, con Jackson siamo di fronte in maniera più netta ad un nuovo atteggiamento all’uso dello strumento. Molto spesso nelle fasi strumentali diverse dagli assoli (che poi non sono molti) i sassofoni coprono un ruolo diverso. In queste fasi il sax abbandona quasi completamente il suo storicizzato status di strumento solista e, forte di un raddoppio timbrico e di filtraggi elettronici, prende anche il ruolo ritmico ed arrogante di una chitarra distorta. È tale l’adesione a questo nuovo utilizzo del sassofono che in tutte le fasi di melodie liriche e distese Jackson tende a preferire il flauto traverso, come ad esempio la parte iniziale di The Emperor In His War Room o la sezione centrale di House With No Door. È interessante considerare anche la gestione dei suoi spazi solistici nei quali quello che succede è ben diverso da quello che ci si aspetta. David Jackson ci da esempi potenti delle possibilità espressive dello strumento. Nell’assolo di Killer lavora in maniera liquida e timbrica come avrebbero fatto un Albert Ayler o un Pharoah Sanders, l’assolo è lungo e il suo rumoreggiare vulcanico, pur non cedendo mai il posto a nessuna nota vera e propria, mantiene in sé un andamento melodico fluido e coerente. In Lost, più o meno a metà della suite, una linea liscia e distesa si insinua sotto la voce e anche quando la batteria si fa swingante, David non cede minimamente alle lusinghe del bebop e ci guida in un turbine apparentemente disconnesso e frammentario, ma che nasconde (forse neanche tanto) una chiarezza melodica e poetica insindacabile. Quando poi in Pioneers Over C si trova a dover evolvere il suo assolo in un soliloquio cambia ancora atteggiamento, svuota il fraseggio, allarga il ritmo e lo spazio, fino a scomparire in un buio silenzio.

Passiamo ora alle finezze timbriche delle tastiere. Tecnicamente Hugh Banton è un musicista preparato, di provenienza classica e spicca in questo album per una totale adesione all’organo (motivo per il quale venne spesso etichettato dai suoi contemporanei come “maestro dell’organo da chiesa”). Tanti altri tastieristi a lui contemporanei svilupparono le proprie concezioni musicali alla ricerca di una estrema varietà di suoni, ma Banton in sostanza utilizza sempre il suono di un organo, ovviamente con una notevole tavolozza di varianti e talvolta in compresenza al pianoforte. Per meglio intenderci non siamo di fronte alle escursioni timbriche di Tony Banks o di Rick Wakeman, ma abbiamo a che fare con una ricerca nello sviscerare profondamente tutte le possibilità dello strumento, tanto che, dopo la partenza di Nic Potter, sarà lo stesso Banton ad assumersi la responsabilità di suonare le linee di basso con la pedaliera di un organo Hammond durante tutti i live della band. Altra cosa che lo contraddistingue è uno sguardo armonico singolare unito ad una grande gestione degli spazi. Una caratteristica tipica della musica dei VDGG è questa compresenza armonica di vari livelli, spesso capita che il basso rimanga fisso su un bordone mentre l’organo evolve sequenze di accordi diversi. Caratteristica che rende l’armonia molto scura dal punto di vista timbrico, ma sempre chiara nell’intento e perfettamente evolutiva, inoltre questo atteggiamento armonico insinua una tensione all’andamento delle melodie e colora ancora meglio le ombre delle linee melodiche.

Who am the Only One – un concept sulla solitudine.

Conscio di una padronanza dello strumento molto forte, Peter Hammill, ascoltatore attento di vari stili vocali a lui precedenti e contemporanei racchiude nel suo cantare varie vie e ne rielabora un’azione personale e riconoscibile. Possiamo scorgere in trasparenza ai suoi diversi vocalizzi un po’ di soul, la musica nera degli anni sessanta, l’eco melodica di Greg Lake, la pulizia lineare di Jon Anderson degli Yes, ma anche la raucedine sbarazzina di Ian Anderson o ancora anticipare leggermente la vocalità più sprezzante di Chris Farlowe dei Colosseum. Le doti vocali di Hammill si concretizzano in un timbro scuro e cangiante, capace di teatralità, dolcezza, cattiveria e furore, tutto questo anche grazie ad una maestria nella gestione ritmica del canto. Spesso Hammill mette in gioco una personalissima ambiguità ritmica con la quale le sue melodie sembrano surfare sopra le incrollabili ritmiche strumentali per ribaltarsi un attimo dopo su altri piani in cui proprio la voce diventa leader ritmico della sezione.

Hammill, oltre che cantante prismatico è in luce in questo album anche come poeta lirico ed ispirato. Tutto il disco dal punto di vista del testo è considerabile come un concept sulla solitudine. In ogni canzone incontriamo personaggi rinchiusi ed ingabbiati, tristemente soli, in qualche oscurità.

Nei primi brani del disco viaggiamo nelle più buie profondità. Abbiamo a ché fare tanto con le profondità marine (in Killer) tanto con le profonde lacerazioni dell’animo (in House With No Door) attraverso le quali il protagonista disegna di sé una specie di inno alla disperazione. Come uno squalo sbrana ed uccide tutto quello che gli capita a portata per poi ritrovarsi completamente lontano da tutti. Rinchiudersi in sé stesso sempre più profondamente fa diventare il nostro protagonista una casa senza porte: nessuno può entrare e nessuno vuole entrare. Più il pensiero si fa acuto rispetto alla realtà circostante più l’isolamento è totale. “Won’t somebody help me?” (“Qualcuno mi aiuterà?”). Tutto lascia pensare di no.

A metà album arriva The Emperor In His War Room che è il testo più cupo e violento, nel quale sono tantissimi i riferimenti al dualismo romantico in cui la realtà è creata dalla convivenza inevitabile degli estremi contrari: vita e morte, buono e cattivo, guerra e pace. Il protagonista è l’imperatore che controlla il mondo dalla sua stanza della guerra e ha potere di vita o di morte su tutto e su tutti. Se inizialmente questo personaggio può rievocare il Re Cremisi dalla cui corte arriva, guarda caso proprio in questo brano, Robert Fripp che ci prende per mano e ci porta lontano col suo assolo, in pochi versi ci rendiamo conto che la situazione è ben diversa. Se nei Crimson la corte obbedisce e si disegna al di sotto del suo re senza che il sistema muova alcun dubbio sull’operato del potere, nei Van der Graaf Generator è proprio l’imperatore ad essere sotto i neri riflettori del giudizio. Un occhio tanto esterno quanto interno, relativo all’operato di un’esistenza.

 

Live by the sword and you shall die so,

all your power shall come to nought,

every life you take is part of your own:

death, not power, is what you’ve bought.

 

Vivi di spada e così morirai,

tutto il tuo potere approderà al nulla,

ogni vita che hai tolto è parte della tua:

morte, non potere, è ciò che hai acquisito.

 

Chi vive di spada così morirà. Le gerarchie del potere sono tutt’altro che lontane dalle sottili crepe del dubbio. L’accumulare potere e l’innalzarsi sempre più in alto su una pila di cadaveri porta ad una unica conseguenza: la più totale e profonda solitudine.

L’album prosegue in una dimensione onirica tra le sabbie del tempo e il disgregarsi dei bei ricordi di una vita. Lost è la constatazione totale e lampante del proprio nulla, di non aver nulla di piacevole da vivere e del rendersi conto che anche guardandosi all’indietro nulla di bello ci sia mai stato. Tutto è scorso inafferrabile come sabbia tra le dita.

Eravamo partiti dalle profondità marine per poi infilarci in un viaggio dentro i meandri dell’animo umano e ora, sul finale del disco, raggiungiamo l’universo. Pioneers Over C è il compimento ultimo della solitudine cosmica. Fino nello spazio e nella dimensione sospesa dell’assenza di tempo non c’è nessuno da toccare, da amare e con cui relazionarsi. In questo nulla cosmico potrebbe  spuntare lontano nella nostra memoria “Space Oddity” di David Bowie, tanto che ci sembra quasi di sentire un «Can you hear me, Major Tom?» ma la musica ci ricorda subito che siamo in un disco dei Van der Graaf Generator e lo spazio sconfinato dell’universo è teatro (vuoto) soltanto di una straziante disperazione.

I risultati di una reazione.

Se a cinquant’anni dalla sua uscita continuiamo ad ascoltare, amare, scrivere e parlare di questo album quello che è successo è molto semplice: avendo messo nella provetta tutto quello di cui sopra: note, pause, interazioni, ritmo, melodia, poesia, solitudine, paura, una manciata di assoli, qualche riff, cinque menti funamboliche, una matassa di nodi da sciogliere, una spruzzatina di blues, un po’ di rabbia e il fuoco vivo degli anni sessanta, come in ogni reazione chimica è parte integrante del risultato qualcosa di cui è bene non dimenticarsi: energia.

Giacomo Bertocchi, gennaio 2020





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2 comments

  1. Avatar

    Gran bella recensione, completa ed accurata. Mi hai fatto voglia di tornare ad ascoltare questo capolavoro e di andare a vedere i VDGG in concerto che quest’anno torneranno in tournee anche in Italia.

  2. Avatar

    Si ottima recensione, secondo me il loro capolavoro è The Least we can do…..

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