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Zorama – Virus in Fabula

Zorama Mariano Rongo

Virus in Fabula (2018)

Blu Music International

 

di Claudio Milano

 

Zorama Mariano Rongo: quando un cortocircuito genera bellezza.

Partiamo da un presupposto, io amo sinceramente le manifestazioni di quest’uomo.

Nel momento in cui il musicista poteva mirare al “grande pubblico”, lui ha scelto di pubblicare un parto sincero, diretto, coraggioso, a segno nell’esito, pur essendo a tratti eterogeneo. Un quadro dai tanti, vivaci e rigogliosi colori che per sua scelta dichiara “è il mio momento, per quello che sono”.

La sua è musica autenticamente rock (nella forma senza dubbio) che non rinuncia a una scrittura di liriche significanti, alcune (ma solo alcune), tra le più belle scritte di recente in Italia, nella musica pop. L’impegno civile dei nostri cantautori in lui trova la ricerca fonetica che della poesia pura è propria.

Una ricerca che a tratti si fa un po’ verbosa e proprio in quel momento incontra metafore così bizzarre (il che non vuol dire necessariamente “riuscite”, ma che… arrivano) da rimanere in mente (il rospo ingoiato da E quando Troverò l’Iperuranio…, o cito: “i campi di soia e in mercati di noia, la pelle si scuoia e si incolla una gioia” da Campi di soia (Made in China).

Quando parlo di poesia non intendo chiaramente quell’ormai consunto ideale tardo-romantico che pervade gli animi di chi “poeta” si “auto-proclama” spesso.

Qui i temi appartengono al quotidiano, ad un agito che viene trasfigurato, analizzato con un occhio clinico, capace di vedere tra le righe ed oltre.

Zorama (voce, cori, piano, tastiere, synth, chitarre addizionali, effetti) è qui accompagnato da: Davide Ferrante (batteria), Corrado Calignano (basso), Andrea Palazzo (chitarre acustiche ed elettriche), Ciro Genno (tastiere, synth, piano, organo, programmazione), Carmine Tammaro (organo in Campi di soia (Made in China)), Davide Matrisciano (synth in Spari e Altari e Dal Sottobosco delle Inquietudini, effetti e sintetizzatori virtuali in Virus in Fabula) e Saughelli (basso e cori in L’Estensione e Io non Muoio più (tranne il Venerdì)).

Un viaggio.

Tra questi solchi, tutto è viaggio, ma giocoso, altero a tratti, ma senza necessariamente quel vizietto italico (vivo nel pop come nelle avanguardie presunte tali, che avanguardie “devono essere”, pur di far parte di un “genere”) dell’auto-castrarsi in partenza, pur di fare arrivare al pubblico la propria musica.

C’è tantissima costruzione, un fare artigianale reso con una maestria (perché Zorama, è maestro) tale che artigianato trasforma in creazione a prescindere e portatrice di identità.

Coraggioso perché queste melodie “pop” sono fatte per restare e il vestito che portano appresso è un dire “questo è l’abito più calzante per esse, perché così possa esso lasciare che questi suoni, queste parole sappiano respirare libere”.

Un coraggio che verrà ripagato, perché questa musica ha anche stimmate radiofoniche (la bellezza di una melodia come quella di Spari e Altari è indiscutibile, ad esempio).

Le composizioni del musicista napoletano, nei migliori casi di grande slancio lirico, attingono direttamente al nuovo progressive rock, quello che conosce l’arte di scrivere arie contemporanee dalle vertiginose progressioni armoniche. Gli arrangiamenti (Ciro Genno ne è co-artefice) sposano sinfonismo romantico, neo-classico ed heavy metal, tempi dispari, continui cambi di quadro emotivo, ma anche pop ballad italica (spesso il richiamo a Grignani è forte, anche se con tutta certezza si tratta di una pura coincidenza, meno il contatto con gli amati Muse, che però fonte di ispirazione non clonata, fortunatamente restano). Un ideale techno-pop targato Italia pur fedele ad un canto traino “semplicemente complesso”.

Il canto corrusco è perfettamente inserito nel contesto delle “voci odierne”, non formate.

Un canto che cerca costantemente il cielo (col reiterato falsetto senza sostegno, di sfiato, un po’ flebile, un po’ ruffiano, un po’ tante cose, nel bene e nel male), ma a terra resta, con un graffio interiore che è prodigo di vita vissuta ed è qui la sua identità, in questo curioso slancio apparentemente tarpato, a mostrare, come il pop nostrano richiede, caratteristiche (anche) proprie, ma appena accennate.

Nulla è sgradevole (copertina a parte, bruttarella invero).

Nulla nonostante “l’esplicito” appiccicato appresso ai brani.

Uno può urlare (e Zorama lo fa spesso) “culo” (anche nella variante “fottersi il culo”), “merda”, “fottuto” (pur nella variante “strafottutissima”), ma non è quello che tange, figuriamoci… si facesse un disco di bestemmioni venderebbe al pari di un Tweet politico in voga! E’ l’assenza di quello senza luoghi comuni “finto-sacrali”, che ormai può sortire un effetto “dissacrante” e Zorama, di quello è pure capace.

Siamo tutti “nervosetti” del resto e allora “P**** di quel maledetto peloso cinghiale bruno di colore venerato su Marte, penetrato da una Malombra vergine e sieropositiva!”

Non c’è ombra di dissonanza, nulla che non sia stato concepito per “non restare”, ma neanche (o poco in questo caso) di studiato a tavolino per “piacere a tutti i costi”.

Zorama, è tale oggi, ha forma, ma anche sostanza esuberanti, qualche volta anche capaci di arrivare alla sfera emotiva, senza però chiedere troppo a chi ascolta.

La realtà è che tutta la musica dovrebbe essere concepita “almeno” così. Intendo, dopo 60 anni di rock music e di odierni inni ai Queen in qualità di “supremi innovatori” cos’altro dovrebbe essere la musica altrimenti??? Insomma perché continuiamo ad ascoltare canzoni tutte uguali da decenni?

Questo è un nuovo standard, ma dovrebbe essere un “minimo standard sindacale di partenza, per tutti.

È (anche) talmente genuino, naturale, da suonare come un cortocircuito, perché sì, fa piacere quando qualcuno viene riconosciuto per quello che sente come intimamente suo.

Questo è Zorama e questa è la sua musica che inevitabilmente diverrà una colonna sonora dell’indie rock italico.

Questo è uno di quei dischi che adolescenti e tardo-adolescenti dovrebbero avere nelle cuffie, in macchina, su un impianto stereo e da fare ascoltare agli amici senza aver timore d’essere scambiati per matti, o “strani” (cosa ancora peggiore, perché il termine lascia spazio a dubbi in un mondo che pur non avendo certezze se le auto-crea, di plastica) e facendo una gran bella figura.

Uno di quei parti che possono configurarsi come “piccolo classico” della musica pop italiana.

Ci sono cose che nel mucchio convincono meno e sono quelle che proprio il pop radiofonico lo inseguono con affanno (L’Estensione e Lividi sui Pensieri), o che semplicemente “non forano completamente la cortina” (Virus in Fabula) di un disco che è tanto urlato, esibito, ma che comunque “sanguina”.

La sola durata dei brani supera la media dei 6 minuti e non ha paura di raggiungere i 9, ma i pezzi sembrano di durata radiofonica media.

Altre cose sono sensazionali e già basta per dire “bene, ci siamo”, la melodia di Spari sugli Altari, di cui ho accennato e le sue increspature sui tasti d’avorio; il perfetto singolo E quando Troverò l’Iperuranio… (qui ha ben capito l’autore quello che aveva donato a sé e agli altri, la sua semplice, grandissima bellezza), che raggiunge un acme melodico di italo-pop, senza alcuna forzatura e soprattutto, avendo quella capacità rara di scrivere il facile attraverso armonizzazioni oggettivamente ardite; la fuga strumentale di Io non Muoio più (tranne il Venerdì); le trascolorazioni di Munch; le armonie incantevoli di Dal Sottobosco delle Inquietudini.

Una menzione a parte merita La Transumanza, dal bellissimo testo accompagnato pure a una melodia davvero potente, a soluzioni strumentali rigogliose e suoni di pregio. Un gioiello, a mio avviso il più luminoso.

Altre rimangono “a metà”, trovando negli interventi strumentali le soluzioni più convincenti (Campi di Soia (Made in China)), con interventi che richiamano in prima linea Fabio Zuffanti, Il Balletto di Bronzo e Le Orme… ma i riferimenti culturali sono così vari e assortiti che davvero, non vale la pena star a qui a citarli. Quando tanti diventano, si deve parlare di personalità. Punto.

È questo un disco densissimo, “tanto”.

Come parto “pop”, degno di nota, come parto “rock”… anche e a ben vedere, perché la musica oggi sta soffocando tra produzioni “autenticamente altre” che mai arriveranno (oggi) a un pubblico (sono “in sospeso”, domani, chissà…) e altre che nascono già cotte e mangiate.

Il rock non è una chitarra elettrica, è coraggio.

Per rimanere solo tra i nostri confini, quel coraggio che ha animato gli Area; i CCCP di “Affinità e Divergenze”; i CSI di “Linea Gotica”; il Franco Battiato di “Sulle Corde di Aries”; i Massimo Volume di “Lungo i Bordi” e “Aspettando i Barbari”; Ivano Fossati di “Macramè”; Piero Ciampi di “Andare, Camminare, Lavorare e altri Discorsi”; Lucio Battisti di “Anima Latina” e “L’Apparenza”; gli Starfuckers di “Sinistri”; i Deadburger di “La Fisica delle Nuvole“; i Butcher Mind Collapse di “Night Dress”, Paolo Saporiti del disco omonimo; Alessandro Grazian di “L’Abito”; Stefano Ferrian (Lophophora #2); Dalila Kayros (NUHK), De Andrè di “Creuza de Ma”, il Banco di “Io Sono Nato libero”, gli ZU di “Carboniferous”… ma c’è tutto un mondo appresso che continua a urlare, vivo e… mai avvicinato, per distanza culturale, dai più giovani, i Maisie; i Rosolina Mar; Iosonouncane (DIE); Claudio Rocchi; Juri Camisasca (“La Finestra Dentro“); Milva che canta Brecht, Piazzolla, Berio; Luciano Cilio, Fausto Romitelli; Fabrizio Modonese Palumbo & Ernesto Tomasini; Alan Sorrenti (“Aria“, testi a parte); Alio Die e Mariolina Zitta; Raoul Moretti di “Harpness“; Stefano Giannotti; Gianni Lenoci; Gianni Mimmo; Alice/ Fedigrotti di “Mélodie passagère”; Mina di “Mina quasi Jannacci”; Antonella Ruggiero di “Pomodoro Genetico”; Nada di “Ho Scoperto che Esisto anch’Io”; Alessandro Seravalle, Coucou Sèlavy… giusto per citare dischi che ho sulla mia disordinata scrivania. Una lista infinita che è parte del DNA di pochi, perché se dovessero tagliarci le vene, ne verrebbe fuori sorridente Gigi D’Alessio con appresso le sue ombre a noi tanto care (“Care Selve, Ombre beate”, verrebbe da dire).

Nel mentre, ben venga Zorama Mariano Rongo, che c’è vita tra questi solchi e a ben vedere, rabbia, rivincita, perché si, il successo lui l’ha cercato, ma ha saputo anche capire cosa per lui meglio era e cioè non la via più ingannevole.

Ascoltatelo, ma avvicinate anche i lavori precedenti, “Cerchi e Semicerchi” del 2005, a tratti ingenuo (ma che bella quell’ingenuità) e fatto anche e soprattutto da spunti di grande freschezza, coesistenza di antitesi musicali a definire unicità di carattere (“Amore nucleare”, le poliritmie singhiozzanti della title track, ma anche e in primis la meravigliosa ieraticità ricca di iperboli musicali quanto lirici di “Ke Kosì non Sia”, a trattare uno dei temi più cari all’autore, ovvero il conflitto con un Dio subìto); “Frequento il Vento” del 2009 in particolare, cantato a piena voce, una voce ben più pulita ma già viva, tra art-rock ed electro-pop (e con quel gioiello di “Tra il Coraggio e la Follia”, manifesto della sua abilità di intessere melodie su armonie apparentemente impossibili; con le magnifiche evoluzioni musicali e liriche di “Sindrome”, “Il Diavolo in Corpo”); “Involitudine” del 2012, dove la voce cercava quel “carattere” che oggi gli è tanto più suo, ma dove l’avvicinamento al “pop”, in qualità di ripiego pensoso, si faceva totale.

È sempre bello capire il percorso di una vita.

P.S.: Non l’ho scritto e fa testo a parte, ma un miracolo Zorama l’ha già compiuto (no, non parlo del suo inno juventino, che probabilmente più di qualsiasi cosa gli porterà fortuna), ovvero, far cantare un suo brano a Mina, che in modo altrettanto coraggioso, con “Il tuo Arredamento” (da “Maeba”, pure del 2018), si è regalata la migliore e più sorprendente perla da tanti, tantissimi anni in qua. Un brano che in un certo modo diviene bonus track di diritto del disco in questione.

L’altro miracolo… è in arrivo, perché questo non è ancora il “disco definitivo” (ammesso che uno possa e “debba” essercene) dell’autore e non avrà nomi appresso oltre il suo, luminoso e fiero.

Perché ciò che conta oggi, come in futuro, sarà il suo percorso tutto, affascinante e degno d’interesse.

Per ascoltare l’album: Spotify

About Antonio Menichella

Antonio Menichella
Ideatore, membro fondatore e redattore di HamelinProg.com, è docente di disegno e storia dell'arte, artista visivo e grafico. Appassionato di rock psichedelico, acid rock, stoner, desert rock, neopsichedelia, progressive rock, rock progressivo italiano, space rock, krautrock, zeuhl, scuola di Canterbury, avant-prog, rock sinfonico, jazz rock, prog folk, prog metal, neoprogressive, hard rock, post-rock, musica sperimentale e molto altro.

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