Home / Recensioni / Lo-Fi Resistance – Chalk Lines

Lo-Fi Resistance – Chalk Lines

Lo-Fi Resistance (2012) Chalk LinesLO-FI RESISTANCE

Chalk Lines (2012)

Burning Shed

 

In poco meno di due anni Randy McStine, titolare del marchio Lo-Fi Resistance, si è fatto notare dal grande pubblico passando da emerito sconosciuto a nuova promessa della scena progressiva. Il suo esordio discografico risale infatti all’aprile del 2010, quando l’allora ventiquattrenne McStine, sotto l’ala protettrice di Nick D’Virgilio (Big Big Train, Spock’s Beard), dà alle stampe “A Deep Breath”. Gli ottimi spunti e le eccellenti collaborazioni dell’album hanno acceso i riflettori sul progetto Lo-Fi Resistance, destando l’attenzione di pubblico e addetti ai lavori.

Con l’arrivo del 2012 McStine supera sé stesso: il 1° maggio viene rilasciato “Chalk Lines (single version)”, brano che anticipa di alcuni mesi l’uscita del secondo lavoro a nome Lo-Fi Resistance, appunto Chalk Lines, pubblicato il 3 dicembre scorso.

Il giovanissimo Randy McStine (voce, chitarra) ottiene la conferma di Dug Pinnick (King’s X, basso) e di Dave Kerzner (Steve Hackett, Kevin Gilbert, ecc., tastiere), e riesce a coinvolgere, in questa sua nuova avventura discografica, musicisti del calibro di: Gavin Harrison (Porcupine Tree, King Crimson, ecc., batteria), Colin Edwin (Porcupine Tree, Ex-Wise Head, ecc., basso), John Wesley (Porcupine Tree, chitarra) e John Giblin (Peter Gabriel, Alan Parsons, David Sylvian, ecc., basso).

Non tutti possono contare su collaborazioni così altisonanti, ma davvero pochi possono vantare di avere tre quinti dei Porcupine Tree al proprio servizio. Se McStine rientra in quest’élite un motivo ci sarà(!?). Aggiungiamoci pure il fatto che il mastering dell’album è a cura di Jon Astley (già a lavoro con George Harrison, The Who, ecc.) e il quadro è “quasi” completo. Ma andiamo alla musica.

Chalk Lines presenta in apertura l’accattivante Isolation Tank, traccia che parte in sordina con l’effettata voce di McStine cullata da liquide chitarre wilsoniane. L’ingresso di Harrison confonderà (non poco) i fan dei porcospini: il suo notevole drumming, infatti, impreziosisce così tanto la struttura del brano da non poter non rievocare le soluzioni ritmiche della sua band madre. McStine rincara la dose accentuando le alternanze di sottili armonie e melodie orecchiabili a episodi più robusti e solenni, formula abitualmente esercitata dalla band di Wilson, sfoggiando un’ampia gamma vocale.

La title track, invece, si struttura sui ritmi sincopati di Harrison e sugli energici passaggi di chitarra di McStine, che contribuiscono a creare un sound potente e in continua mutazione. C’è spazio anche per aperture melodiche, quasi sempre sottolineate dalle tastiere di Kerzner, e per interventi orchestrali.

Con Fall le cose cambiano decisamente. La ferocia iniziale man mano si stempera per dar vita ad una ballata delicata e dalla forte carica emotiva. Delicati intrecci vocali fanno da sfondo al passionale canto di McStine, mentre la sua chitarra attinge a piene mani da “Up The Downstair”.

The Silent War vede invece un ritorno a sonorità più decise e marcate. Alle ardite ritmiche di Harrison, McStine risponde con riff matematici e frammentati. Le tastiere di Kerzner cercano di arrotondare il suono con soluzioni circolari tipiche di certo neo-prog inglese.

Una chitarra acustica apre la breve I Move On, per poi lasciarla in balìa di stratificazioni sonore che terminano in crescendo in un inquietante vortice rumorista.

Fading Pictures è forse il brano che più si presta a rappresentare la duplice natura di Chalk Lines. Un po’ come la “linea di gesso” tracciata sul tavolato in copertina delimita due aree ben distinte di un piano scenico, così Fading Pictures si divide tra le soluzioni romantiche e melodiche della parte iniziale e i duri e marcati passaggi che sistematicamente vengono proposti. Le prime poggiano quasi sempre sulle ripetute note del piano di Kerzner, che fungono da base al malinconico canto di McStine e ai delicati cori che lo accompagnano. Gli inserti chitarristici restano sospesi tra liquidi accordi gilmouriani e solenni passaggi rotheriani. Quando però i toni si inaspriscono è proprio Harrison a trascinare tutti verso un più robusto prog rock, che presenta evidentissime affinità con gli ultimi lavori dei Porcupine Tree. Non si deve però cedere a facili dietrologie o a banali accostamenti estetico/musicali. Va ricordato che (esclusi Wilson e Barbieri) in questo disco i Porcupine Tree ci sono, eccome!

No Readmission è senza dubbio il brano più suggestivo dell’album. Qui il merito va soprattutto alle tastiere e all’atmosferico suono del mellotron, che accompagnano l’accorato canto di McStine e gli immancabili cori.

A congedare l’ascoltatore è la lunga Face Another Day, traccia che supera abbondantemente i quattordici minuti. Aperta da psichedelici loop, landscapes sonori e da tremolanti accordi di chitarra, Face Another Day mostra una più vasta gamma cromatica. Mellotron e organi vintage, infatti, arricchiscono notevolmente lo spettro sonoro delineando scenari luminosi. McStine modula la voce ad ogni minima variazione, rievocando in più di un’occasione il sottilissimo timbro di Bowness. A metà brano una delle parentesi più liriche e corali vira violentemente verso un dark prog duro scandito dal tribale drumming di Harrison. Arriva però una nuova apertura con l’immancabile mellotron che introduce la voce di McStine (qui prossima ad alcune cose di Davison) e la definitiva svolta sinfonica che accompagnerà l’ascoltatore fino al placido finale.

Consigliato agli amanti del prog moderno!

Per maggiori info:

www.lofiresistance.com

Check Also

roberto dante (2017) the circle

Roberto Dante – The Circle

DANTE ROBERTO The Circle (2017) Autoproduzione Un esordio particolare quello di Dante Roberto. Si, perché …

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *