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Oh no, It’s Prog – Il making of dell’esordio discografico di Gianni Nicola

Mi chiamo Gianni Nicola, ho 52 anni e sono un chitarrista compositore. Vivo in provincia di Torino, a Luserna san Giovanni. Ascolto Rock Progressivo fin dall’età di 15 anni, esattamente dal giorno in cui mio fratello maggiore portò a casa “Selling England by the Pound” dei Genesis.

Nel corso degli anni ho suonato in diverse cover band, ma ho sempre avuto una grande passione: la composizione di brani originali. Passione che ho coltivato nel privato del mio home studio e che mi ha portato a creare un archivio di brani. Verso la fine del 2018 ho deciso che fosse giunto il momento di pubblicare della mia musica. Ho scelto i quattro brani che mi sembravano i più maturi e ho dato il via al progetto “Oh no, It’s Prog!”.

Un titolo strano? Verissimo. Il motivo di tale stranezza risale agli anni Ottanta. In quel periodo frequentavo le superiori e in Italia (ma credo che nel resto del mondo fosse lo stesso) imperversava una “lotta senza quartiere” tra i fans dei Duran Duran e quelli degli Spandau Ballet. Partecipare a una festa scolastica e, a un certo punto, proporre la tua cassettina sulla quale avevi registrato “Anyway” dei Genesis, “He Knows You Know” dei Marillion o brani simili poteva dare luogo a due tipi di reazioni. La prima, generata da chi non aveva la minima idea di cosa fosse il Prog, era quella di sentirsi rivolgere domande del tipo: “Ma che è sta merda?”. La seconda, proveniente da qualcuno che magari aveva sentito Genesis, Jethro o Pink Floyd sullo stereo dei genitori, era quella di esclamare: “Oh no, è Prog!”. Il titolo serve per scherzare su queste mie disavventure giovanili. Anche la copertina dove si vede una mia caricatura intenta a imitare “L’urlo” di Munch è nata per sottolineare la natura ironica e autoironica del lavoro.

Al fine di registrare al meglio i brani mi sono avvalso della collaborazione di alcuni musicisti professionisti che vivono nella provincia di Torino. Il bassista, Luca Pisu, alterna la sua attività di insegnante e turnista con quella di bassista e frontman della rock band i Fiori e di bassista nei Fratelli di Soledad. Paolo Gambino, il tastierista, vanta una collaborazione decennale con il noto cantautore Eugenio Finardi. Ha suonato nel musical Jesus Christ Superstar, è tastierista dei Funk It e dei 60/70 (cover band dei Deep Purple) e da qualche anno accompagna il Sunshine Gospel Choir. Alessandra Turri è una cantante ed insegnante molto preparata che ha militato nei Disco Inferno, negli House of Noises, Eva Jeans and the Cats, Rockstar the Rock Tribute. Alla sua carriera di cantante/insegnante ha affiancato da anni anche quella di turnista per produzioni di alto livello nel panorama del pop italiano. Alla batteria ho chiamato Emaule Bosco che, pur non facendo della musica la sua attività di sostentamento primaria, è dotato di un groove solidissimo e di una conoscenza molto approfondita del Progressive Rock. In due brani compare un ospite. Si tratta di Ariel Verosto, flautista e turnista di origini argentine che vive a Torino.

I brani che compongo “Oh no, It’s Prog” sono quattro.

Happy song: si tratta del brano più “pop” di tutto il cd. Un inizio beatlesiano (alla Strawberry Fields) che sfocia in un brano pop molto lineare con un finale trionfale. Il testo parla della necessità di liberarsi di tutti gli impedimenti che bloccano la nostra felicità per poter al fine “spiccare il volo” e realizzarci in pieno.

Early Morning Musings: in questo brano rendo omaggio a due band seminali del Neo-Prog inglese anni Ottanta, Marillion ed IQ. Il testo parla di quando (due settimane al mese) mi devo svegliare alle cinque del mattino per andare a fare il primo turno in fabbrica (faccio l’operaio). Descrivo in breve i sogni notturni sempre un po’ confusi o agitati che nascono dalla paura di non sentire la sveglia, i rituali mattutini come il preparare il caffè e condividere un biscotto con la cagnolina di casa. Aggiungo anche le riflessioni che nascono sulla vita a quell’ora del mattino quando si vede che intorno a te ci sono molti altri che condividono il tuo “destino”.

The Dream: si tratta di un lungo brano (venti minuti) ed è sicuramente la composizione più complessa che abbia mai concepito. La sola registrazione della demo e la scrittura delle parti da passare ai musicisti hanno richiesto sei mesi di lavoro. Il brano è diviso in cinque sezioni: 1) Comfortably sitting on the toilet seat 2) Through the corridor 3) The Room 4) The Fight 5) See you next time. È il racconto di un sogno che feci ormai più di venticinque anni fa, ma che mi ha segnato profondamente. Racconto del mio incontro/scontro con quella che Jung e Freud chiamano l’Ombra, la parte di noi più “oscura”, ma che contiene potenzialità incredibili. Il sogno iniziava con me in un bagno molto lussuoso intento a leggere un giornale in totale relax (Comfortably sitting…). A un certo punto, alzando gli occhi dalle pagine, vedevo di fronte a me un uomo in giacca e cravatta che mi chiedeva se fossi venuto a incontrare il Maestro. Io, tra l’imbarazzato e lo scocciato, annuivo senza neanche sapere bene di chi stesse parlando. Lo sconosciuto indicò una porta e sparì. Io mi alzai e imboccai il corridoio oltre la porta (Through the corridor) fino a raggiungere una stanza (The Room) all’interno della quale era in corso una festa. Gli invitati appartenevano a tutte le categorie sociali, dal banchiere alla casalinga. Tutti erano molto allegri e i camerieri facevano lo slalom tra i presenti servendo alacremente vini e stuzzichini. Io, che sentivo qualcosa di strano in tutta quella gioia, mi appoggiavo contro il pannello della porta con le braccia conserte. Mentre osservavo la festa notai due donne sedute su un divano in fondo alla sala. “Ha fatto male?” chiese la più giovane indicando i due piccoli buchi sul collo della sua interlocutrice più vecchia. “All’inizio sì” udii rispondere, “poi ti sentirai pervadere da una sensazione d’estasi”. Mentre ascoltavo questo dialogo inquietante sentii qualcuno che spingeva per entrare. Mi tolsi dalla porta e nella stanza entrò un uomo molto bello, cupo e regale. Alla vista del nuovo arrivato i presenti cominciarono a salmodiare la parola “Maestro”, mentre io, senza dire neanche una parola, lo afferravo per la gola e trascinandolo con violenza per la stanza lo sporgevo fuori da una finestra che dava su un baratro senza fondo. Questo mio gesto scatenò una lotta (The Fight) tra me e gli astanti che cercavano di liberare il loro Maestro dalla mia presa. Loro mi gridavano di lasciarlo andare tirandomi per i vestiti, mentre io rispondevo loro che erano dei pazzi, che quello non era un Maestro, ma un mostro, una piaga dell’umanità che li avrebbe distrutti. Nel parapiglia notavo che il Maestro era assolutamente calmo nonostante il chiaro pericolo per la sua vita. Sulle labbra era addirittura comparso un sorrisetto strafottente. Nello stesso istante in cui notavo quell’espressione una voce dentro di me molto chiara, ma triste e dolce allo stesso tempo, mi disse: “Loro hanno scelto e tu non puoi fare nulla”. Tirai su il Maestro riportandolo nella stanza. I suoi seguaci lo circondarono immediatamente per assicurarsi che stesse bene. Lui, che svettava di una spanna buona sopra la testa dei presenti, si girò a guardarmi e mentre si sistemava la camicia annuì e mi fece l’occhiolino. Un arrivederci (See you next time), forse…

Taking a stroll with Jethro: direi che il titolo parla da solo. Si tratta di uno strumentale composto come omaggio a uno dei miei gruppi preferiti. Lascio a voi l’arduo compito di indovinare quale…

In aggiunta vi è un quinto brano, una take alternativa della seconda sezione di The Dream (Through the corridor).

Gianni Nicola, gennaio 2020

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