Home / L'artista racconta / “Andrea il traditore” – La genesi del nuovo lavoro di Stefano Testa

“Andrea il traditore” – La genesi del nuovo lavoro di Stefano Testa

andrea il traditore - stefano testaQuando mi è stato chiesto se mi andava di scrivere qualcosa sulla genesi del mio ultimo lavoro, la suite “Andrea il traditore”, mi sono trovato un po’ in imbarazzo.

Avrei dovuto raccontare, infatti, di una mangiata di pesce avariato consumata una sera del 1977, e del sogno che ne seguì quella stessa notte.

Quello era stato un anno particolare, qui in Italia: una intera generazione si sentiva schiacciata tra la fine dei suoi sogni di giustizia sociale, bruciati da un sistema sempre più autoritario e insensibile, e il terrorismo suicida che impazzava per le strade.

“Né con lo Stato, né con le Brigate Rosse”, era la posizione di tutti quelli che si sentivano estranei al sistema, pur restando convintamente contrari alla violenza nichilista.

Per farla breve, quella notte sognai di un viaggio, alla fine del quale il protagonista, dopo sogni e speranze, rientrava ingloriosamente nel ventre materno, avendo fallito il suo compito di individuo, dopo aver dimenticato la parte migliore di se stesso: Andrea il traditore, appunto.

Ogni persona, nella sua vita, ha un sogno potente che si porta dietro per sempre, e questo fu il mio.
Prima esso divenne un racconto, pubblicato in una rivista bolognese curata, tra gli altri, dal grande Roberto Roversi.

Poi, si trasformò in una suite musicale che proposi alla mia casa discografica dell’epoca, la Disco Più di Giampiero Simontacchi, che quell’anno aveva prodotto il mio album “Una vita, una balena bianca e altre cose”.

Giampiero, pur amando quel lavoro, mi disse che, a causa della prevista presenza di un’orchestra sinfonica e anche per le scarse vendite del mio primo disco, non si sentiva di affrontare un budget tanto “megalomane”. Come dargli torto, del resto?

Così, da Milano, me ne andai a Roma, alla RCA del grande Ennio Melis.

Pure lì, però, le cose non ingranavano: mi si rimandava l’incisione di sei mesi in sei mesi senza mai arrivare al dunque, nonostante il loro dichiarato interesse.

Me ne tornai a Milano, dove l’arrangiatore del mio primo disco, Franco Chiaravalle, mi portò dal suo amico Nanni Ricordi, proprietario dell’etichetta L’ultima spiaggia ma, prima che qualcosa di concreto potesse nascere, gravissimi problemi famigliari mi allontanarono dalla musica per molti anni.

Nel 2009, per puro caso, scoprii che il mio primo lavoro (ristampato in cd dalla Mellow Records) aveva trovato lusinghieri, seppur un po’ tardivi, apprezzamenti in giro per il mondo e che il prestigioso sito Progarchives lo considerava addirittura un piccolo classico del rock progressivo italiano.

Nel frattempo, avevo continuato a far musica per me e per il mio cane e, anzi, avevo studiato per qualche anno armonia e composizione con Roger Mazzoncini, ex pianista di Dalla e professore al Conservatorio di Bologna.

Così, corroborato dalle critiche generose, nel 2012 riuscii a far uscire un album di canzoni che avevo nel cassetto: un lavoro fatto in stretta economia, con gli arrangiamenti del mio amico Remo Righetti: “Il silenzio del mondo”.

Però, “Andrea il traditore” mi restava ancora nel gozzo.

Certo, ormai della suite originaria, rimanevano solo il titolo e qualche frammento, il resto lo avevo completamente riscritto, e certo con più consapevolezza esistenziale e “tecnica”.

Ora, grazie anche alla funzione maieutica dell’amico Walter Chiappelli, poeta e musicista di valore, sapevo che era arrivato il momento di assumermi completamente le responsabilità realizzative di quel vecchio sogno. L’ho arrangiato e registrato tutto nella sala di registrazione che ho costruito appositamente a casa mia, per poi mixarlo a Nogaredo da Marco Olivotto, figura storica del rock progressivo italiano.

Amici vecchi e nuovi (Marco Coppi, lo stesso flauto dell’album del ’77, Walter Chiappelli alla fisarmonica e alle tastiere, Gianni Landroni alle chitarre elettriche e acustiche, nonché alla vihuela e al requinto, Damiano Puliti al violoncello) mi hanno aiutato con disinteressata passione.

Il resto, l’ho programmato io.

La cover è di Mauro Milani, lo stesso amico pittore che aveva illustrato “Una vita, una balena bianca e altre cose”, così il cerchio si è finalmente chiuso, dopo 39 anni.

La mia speranza è che, con il passare dei decenni, quello che era stato un sogno legato alla particolare realtà esistenziale della mia generazione, si sia riuscito a trasformare in qualcosa di più universale ed attuale: il rapporto conflittuale, cioè, che ogni individuo ha con il potere e con la sua coscienza, la difficoltà di restar fedeli ai propri sogni, il bisogno insopprimibile di una ribellione possibile.

La fatica di trovare il fuori in un dentro che, ormai, vuol contenere tutto.

Musicalmente, ho tentato di utilizzare tutti i tipi di musica che ho frequentato: dal rock progressivo alla canzone d’autore, dalla classica alla musica teatrale, al blues.

Quanto ci sia riuscito non sta a me dirlo.

L’unica cosa che mi sento di aggiungere, questo sì, è che è un lavoro “sincero”.

Spero che chi avrà la pazienza di ascoltarlo, lo possa confermare.

Stefano Testa, marzo 2016

Check Also

HamelinProg - Intervista Sparkle in Grey

Intervista agli Sparkle in Grey

HP: Gli Sparkle in Grey ospiti della rubrica “L’artista racconta”. Un saluto a Matteo Uggeri …

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *