Home / News / Änglagård a Roma | Cronaca di un concerto

Änglagård a Roma | Cronaca di un concerto

Änglagård a Roma - Cronaca di un concerto

Dopo 24 anni di attesa siamo venuti per loro.

Mi presento con il mio biglietto elettronico presso l’accogliente ricevimento della Stazione Birra, teatro di tanti memorabili incontri. Soltanto alla fine mi renderò conto che questo scialbo allegato stampato in formato A4 è destinato a starmi decisamente stretto, il biglietto tradizionale l’avrei senz’altro incorniciato. Come è toccato alla locandina, prelevata ad un banchetto poco oltre, quasi sorpreso che fosse gratis, gelosamente custodita per tutto il concerto e alla fine giustamente autografata.

Gli spalti non sono pieni in ogni ordine di posto, ma comunque c’è un bel po’ di gente. Questo non è un evento a cui si può assistere dal tavolo, il tempo di una birra ed è assolutamente necessario prendere posizione in prima fila, con gli avambracci appoggiati sul palco, resistendo alla tentazione di staccare lo spinotto di un diffusore a pochi centimetri.

Quelli della mia età al massimo sono riusciti ad essere testimoni di qualche colpo di coda dei grandi del prog, hanno visto la maggior parte dei propri eroi con più di qualche ruga, sebbene camuffata dal lifting dell’immensa classe. Ma a rendere viva, presente ed attuale la nostra passione nei primi anni novanta, irrompe sulla scena una generazione di degni eredi dai riflessi rosa e cremisi. Compravamo gli album appena usciti, non perdevamo un concerto, chiedevamo di passarli a Radio Rock, cercavamo con esiti imprevedibili di risuonarli.

Degli Änglagård non era possibile perdere nessuna esibizione dal vivo, semplicemente perché dalle nostre parti non sono mai venuti. Fino ad oggi! Perché gli anni passano ma certe cose rimangono in una bolla spazio-temporale sospesa a mezz’aria finché qualcuno che non si arrende decide testardamente che è il momento di soffiarci sopra, assumendo le sembianze di un progetto di fundraising voluto e organizzato da Änglagård Italian Fans Club, a cui si deve gran parte del merito di questa serata e di quella che si svolgerà tra due giorni a Milano.

Di questo ed altro si discorre nell’attesa, con i gomiti sul palco, e intanto abbiamo tempo di studiare la strumentazione. Una batteria con meno pezzi di quanto mi sarei aspettato, ma integrata da una serie sterminata di oggetti percuotibili, tra cui un vibrafono (o xilofono?). Un paio di flauti, un sax, diverse tastiere sparse, tra cui una figura mitologica composta da un mellotron sormontato da un moog (ma quanti sono i tastieristi?).

In breve il mistero viene svelato, un presentatore visibilmente soddisfatto introduce il titolare delle tastiere al centro: trattasi dell’autore di una pietra miliare sempiterna il cui valore è inversamente proporzionale alla lunghezza del titolo. Oltretutto ha i requisiti per partecipare alla serata, avendo vissuto per un periodo in Svezia: Gianni Leone, alias Leo Nero, alias Il Balletto Di Bronzo, inguainato in un completo nero molto rock, inizia solitario ad aggredire i tasti facendone uscire un suono distorto che i più distratti avranno ritenuto provenire da chitarre elettriche. Una serie di brani reinterpretati da par suo, mediamente brevi, alcuni conosciuti, altri meno. Tra di essi qualche aneddoto e piccoli racconti, come l’esperienza con un batterista che non era un granché ma almeno non accelerava. Mi ha fatto sentire quasi in colpa, non so perché! Infine qualche tema da “Ys” stravolto, quasi irriconoscibile. Sontuosa e inaspettata esibizione di un grande della storia della musica italiana, che si congeda con un travestimento a metà tra femme fatale e assassino di “Profondo Rosso”, lancio dei consueti bigliettini, note biografiche e aforismi vari.

Ma noi siamo venuti per loro. Dopo 24 anni.

Il presentatore li introduce con l’aria di chi sta per raggiungere lo scopo della sua vita. Ancora qualche istante e finalmente escono dal bosco svedese in sei, ognuno a suo modo un personaggio: il troll, lo spaccalegna, baba yaga, il bambinone a merenda, lo scienziato, il ragazzetto con la prima chitarra appena regalata. “Introvertus Fugu part I”, introduzione molto suggestiva, che presto vira in “Höstsejd”, per la prima di tante variazioni. Cinque minuti per prendere confidenza con la radura/palcoscenico, qualche piccola incertezza, tra di loro ammiccamenti, sorrisi, silenziosi incoraggiamenti.

Poi il fiume inizia a scorrere dalle dita per due ore leggero, impetuoso, solenne, arcaico, arcano, suggestivo, evocativo, sempre fluido. Ecco “Längtans Klocka”, dall’ultimo “Viljans Öga” del 2012, poco da invidiare ai capolavori “Hybris” del 1992 e “Epilog” del 1994. Ora è la volta di “Jordrök”, il percorso è sempre irto di ostacoli, tutti superati di slancio e con la serenità tipica della maestria e della sicurezza. Presto i nostri diventano più belli anche fisicamente! Prendono la parola a turno pacati e sorridenti. Il ragazzetto spiega che il prossimo brano  trae spunto da un’idea originale fatta a pezzettini e trasformata in qualcos’altro, e per omaggiarci si lancia in una metafora italiana con una lasagna che diventa un piatto di spaghetti. Compiaciuto ci svela trattarsi di “Vandringar i Vilsenhet”, ora sì che è tutto chiaro! I tempi dispari non bastano più, servono flussi, formule, funzioni, derivate, logaritmi, frattali, teoremi, praticamente una laurea in fisica. Architetture meravigliose che catturano anche chi ha problemi con le addizioni. Dopo una breve pausa rientra il batterista per esibirsi in un assolo che inizia dal vibrafono (o xilofono) e passando per i timpani sfoga il suo talento su rullante e tom, con tanto di cambio di bacchette al volo. Finalmente “Kung Bore”, Re Inverno, intesa palpabile, gonfi di stima reciproca si cercano con lo sguardo, volti gratificati, godimento estatico che si amplifica con il nostro. Are you tired?? Ma no che non siamo stanchi per niente… veramente un pochino sì, dice un papà di famiglia più dietro, è l’una di notte, ma anche lui vorrebbe non finisse mai! Invece il finale inevitabilmente arriva con “Sista Somrar”, e siamo alle lacrime! Se qualcuno vorrà farsi un’idea di quello che è successo guardando qualche video su youtube, sappia che starà cercando di conoscere le dolomiti attraverso una cartolina.

Composizioni che affondano le loro radici nelle leggende del Grande Nord, si rifanno alla slitta del mago Vainamoinen, alla ricerca del Sampo, alla conturbante Aino, alle battaglie contro Tursus a suon di canti magici, al Re Cremisi (una leggenda un po’ più recente!). Le vestono di straordinarie impalcature sinfoniche Jonas Engdegård, il ragazzetto, tornato da poco tra i suoi Angeli, che non ne vuol sapere di rinunciare al suo primo strumento, ormai dopo tanti anni tutto scrostato, ma che non lo tradirà mai. Tord Lindman, il troll, che soffre un po’ l’abbigliamento lappone, di certo indispensabile per le sue tessiture armoniche. Linus Kåse, il bambinone, con in mano il testimone del fondatore Thomas Johnson, la maglietta a righe che gli manca solo la macchia di marmellata, pantaloni un po’ calati e le dita in volo aulico, per domare il bisbetico mellotron e le sue compari. Johan Brand (già Högberg), lo spaccalegna-spaccatempo, che accorda il suo basso con qualche trucco noto solo a lui. Erik Hammarström, lo scienziato, che con le sue multi-percussioni inventa nuove branche per la matematica arricchendola di saggezza orientale, sulla scia del suo predecessore Mattias Holsson. Anna Holmgren, bellissima baba yaga, che si trasforma in creatura delle fiabe e con un incantesimo tramuta qualsiasi cosa le capiti a tiro in suono celestiale.

Il risultato è inevitabile: spetta loro di diritto un posto primario tra i grandi del prog di tutti i tempi! Al di là delle più rosee aspettative l’eco delle loro note ancora vibra ingombrante e stupendo nella mia corteccia cerebrale stimolata oltre misura, con ripercussioni sulle corde dell’anima, e sono certo risuonerà ancora a lungo prima di trasformarsi in uno dei più bei ricordi. Avrò bisogno di questa esperienza unica nel Giardino degli Angeli quando da domani dovrò far ritorno sulla terra (dove c’è pure Sanremo…).

Quarantaquattro anni e mezzo, centinaia di concerti alle spalle, e alla fine la fila per gli autografi e la maglietta come un sedicenne! Stasera ho lasciato a casa un bambino nel suo letto e un altro nella pancia. Auguro loro di provare sensazioni simili, secondo le loro preferenze ed in accordo con l’indole ed i desideri.

Daniele Torresi, febbraio 2015

Fotogallery

  • Änglagård a Roma | Cronaca di un concerto
  • Änglagård a Roma | Cronaca di un concerto
  • Änglagård a Roma | Cronaca di un concerto

Check Also

Static – Il nuovo album di Dave Kerzner

Static – Il nuovo album di Dave Kerzner

Dave Kerzner, co-fondatore del gruppo progressive rock Sound of Contact, ha pubblicato il suo secondo …

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *