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Art Fleury – I luoghi del potere

ART FLEURY

I luoghi del potere (1980)

Italian Records

 

Nati a metà anni ’70 con il nome di AMG (dalle iniziali dei tre membri del gruppo: Augusto Ferrari, Maurizio Tomasoni e Giangi Frugoni), la band riuscì fin da subito ad entrare “nel giro” e a suonare al Festival del Parco Lambro, nel 1976, prima degli Area, e ad aprire alcuni concerti italiani degli Henry Cow. Nel 1977 mutarono il nome in Art Fleury, mentre il loro primo disco, I luoghi del potere, uscì solo nel 1980, per la Italian Records, piccola etichetta specializzata soprattutto in new wave.

L’approccio con il disco, non è dei più semplici, soprattutto per chi è abituato ad ascoltare i classici del prog. Qui siamo di fronte ad uno degli ultimi esperimenti, per quell’epoca, di musica d’avanguardia e sperimentale con atmosfere che ricordano a tratti, solo per citarne alcuni, il Battiato sperimentale, Franco Leprino, secondi Dedalus, gli Annexus Quam, i Faust, ma sono, in alcuni punti, anche anticipatori della new wave dei primi Litfiba.

Il disco, dimenticato dai più, è stato concepito come colonna sonora per un film immaginario con i brani che sembrano quasi un collage di suoni elettronici e classici, rumori, campionature, “sbalzi d’umore” repentini e atmosfere alienanti. Le copie della prima edizione contenevano una piccola striscia di pellicola cinematografica e avevano un adesivo rosso sul cellophan con la scritta “Colonna sonora del film omonimo”.

L’avvio del primo brano dell’album, Uno spettro si aggira per, sembra una citazione di “Ethika fon ethica” di Battiato in cui vi è una sorta di “zapping” alla radio. A seguire dei rumori di fabbrica fanno da apripista ai primi “suoni reali” (basso e tastiere) e ad un solo di chitarra schizofrenico. Una sirena ci fa accedere alla seconda parte del brano: un giro di chitarra ripetuto più volte infastidito da vari strumenti “violentati” (archi, chitarra, percussioni).

Un’atmosfera piuttosto cupa, squarciata a tratti da suoni improvvisi, pervade l’intera Le brigate Hans Eisler. I rumori di fabbrica presenti nel brano precedente ritornano qui nel finale. L’Hans Eisler, menzionato nel titolo, è un compositore austriaco, alunno di Arnold Schönberg e Anton Webern, e autore di Auferstanden aus Ruinen (Rinati dalle rovine), l’inno nazionale della Repubblica Democratica Tedesca.

Clima particolare, oscuro, anche per la parte iniziale di Fabbrica rosa (atmosfera resa tale da forti tuoni, rumori metallici ed “elettronici”, dai fiati “maltrattati” da Tomasoni).  Ciò che segue è un segmento molto vicino alla new wave (quasi l’anticipazione dei primi lavori dei Litfiba). Nuovo cambio di rotta si ha poco dopo i quattro minuti con batteria, basso e tastiere che si divertono ad improvvisare/sperimentare. Questo lungo frammento viene regolarizzato più avanti con un tappeto di tastiere accompagnato da vari suoni, soprattutto basso, il tutto molto ipnotico.

È la voce di un bambino a dare il via a E=mc2 (la collina del timo) e a precedere la prima parte dell’album “normalmente” suonata da una chitarra e dai fiati. A seguire uno sprazzo di jazz-prog. Sarà l’ultima parte “regolare” del brano: da qui torna una vasta gamma di suoni e rumori (dal carillon ai suoni elettronici, sino alle campane finali).

La morte al lavoro. Tastiera è solito pacchetto di rumori creano un po’ di tensione. Su un sottofondo che ricorda “Za” di Battiato ritorna lo “zapping” radiofonico già presente in Uno spettro si aggira per, tra i vari passaggi appare anche la voce di Marilyn Monroe con il suo bye bye baby”. È una marcia quasi straziante a prendere il posto del segmento precedente. A metà brano Frugoni, Ferrari e Tomasoni cominciano nuovamente a divertirsi e ad ipnotizzare l’ascoltatore soprattutto con la tastiera, ma anche a risvegliarlo poi dall’ipnosi con una batteria nonsense. Nei minuti finali assistiamo a un altro gran bell’esempio di sperimentazione ed all’ultimo frammento di musica “suonata”, introdotto da una voce maschile (voi preferite che io spieghi il mio lavoro? Si, eh). Ultimi secondi conditi da applausi scroscianti, una sorta di apprezzamento al lavoro svolto nei precedenti trentasette minuti.

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