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Bacio della Medusa, il – Discesa agl’inferi d’un giovane amante

bacio-della-medusa-il-discesa-agl-inferi-d-un-giovane-amanteIL BACIO DELLA MEDUSA

Discesa agl’inferi d’un giovane amante (2008)

Black Widow Records

Il secondo lavoro in studio de Il Bacio della Medusa è un’opera matura, raffinata e trascinante allo stesso tempo. Simone Cecchini (voce, chitarra acustica 6 e 12 corde, chitarra classica, sax tenore, cori), Simone Brozzetti (chitarra elettrica), Federico Caprai (basso), Diego Petrini (batteria, organo, tastiere, piano, vibrafono, percussioni), Eva Morelli (flauto traverso, ottavino) e Daniele Rinchi (violino, viola) confezionano un album in cui non solo le sonorità (passano dalle atmosfere malinconiche ed oscure al prog hard o sinfonico più puro con una disinvoltura stupefacente), ma anche la stessa voce di Cecchini, sembrano provenire direttamente dagli anni ’70. Il legame forte col passato non è una questione di pura imitazione, ma un richiamo rispettoso, come il rapporto deferente di un credente col proprio Dio.

Ogni musicista è dotato di una tecnica sopraffina e riesce a trovare spazio ed emergere, attraverso i dodici brani dell’album, grazie a degli eccellenti arrangiamenti, privi di sbavature. Già dal primo ascolto si resta positivamente sorpresi dall’elevata qualità del lavoro e si è trascinati in un viaggio (da brividi) a ritroso nel tempo, verso quel periodo aureo del progressive che per molti (forse troppi) non sarebbe mai più tornato.

L’opera è un concept album la cui teatralità e l’impatto sonoro richiamano alla mente quella di Inferno dei Metamorfosi, ma anche il prog sinfonico degli Ange in Au dela du delire e dei più contemporanei Änglagård, o alcune atmosfere dei De De Lind, passando “obbligatoriamente” attraverso i mostri sacri del prog britannico.

A una prima lettura dell’album ci sembra di scorgere il ribaltamento del tema dantesco di Paolo e Francesca e, laddove Dante dava voce a Francesca, Il Bacio della Medusa dà voce al sofferente giovane amante Paolo, con testi, scritti da Cecchini, davvero poetici ed ispirati. Lo stato d’animo dell’amante, seguendo questa lettura, è magnificamente reso dalla espressiva e duttile voce dello stesso autore dei testi (qualità vocali che restano tali anche con l’interpretazione che segue). Superata questa prima lettura, facciamo nostre le parole dello stesso Cecchini per spiegare al meglio il concetto di fondo del lavoro: Siamo partiti da quella canzone (Confessione d’un amante, ndr) e nell’idea iniziale si può leggere la vicenda di Paolo e Francesca però il percorso è diverso per quel che riguarda la globalità del concept della “Discesa Agl’Inferi”. Si tratta di una “discesa agli inferi” non in un inferno di stampo religioso o quantomeno cattolico, ma di una discesa negli inferi della propria interiorità, come una sorta di esame di coscienza che porta inevitabilmente a conoscere se stessi (tratto dall’intervista rilasciata a Jessica Attene e Alberto Nucci).

Preludio: Il trapasso. L’album si apre con del puro romanticismo, velato di malinconia. Dolcissimo ed emozionante l’intreccio creato da piano e violino, poi la voce di Cecchini, ricca di pathos, canta Guarda il mio corpo, giace esangue a terra, / ripiega il giorno, come gendarmi in guerra. / Già sale il vento a sollevar le polveri, / pesanti barche muovon verso gl’Inferi. / Arde l’aria su di me, nel silenzio cerco te, / non sarà la pioggia a consolare gli alberi, / né il sole sorgerà da est, / non verrà la fame a tormentar le viscere, / né più cederò alla sete. / Domani, domani.

Il soave piano di Petrini e gli archi di Rinchi ci accolgono anche in Confessione d’un amante. L’atmosfera risulta ancor più toccante del brano d’apertura grazie anche alle vibrazioni incredibili che Cecchini riesce ad emanare con la propria voce nel far sue le parole struggenti dell’amante Paolo: Nel volgo ci cerchiamo, ma il buio è fra noi, / galeotto fu il libro nell’afa del meriggio. / Francesca, io ti amo, appoggiati al mio petto, / vorrei che i tuoi capelli vibrassero su di me. / La pena da annaspare per coglierti le mani, / ricordi l’orrido ferro straziò le nostre carni. / Francesca, io ti amo per quest’eternità, / nelle spelonche buie infin la luce arriverà. / Le lacrime che piango, le piango per amore, / d’amar m’è stato dato donna che fu di mano altrui. / Francesca, il mio silenzio è dato dal tormento, / che squillino le trombe, la bestia ringhia su di noi.

Con La bestia ed il delirio si cambia registro. Il flauto andersoniano di Eva Morelli e il basso di Caprai (che bracca il primo come un’ombra), danno il là alle evoluzioni dell’organo british di Petrini, ben sostenuto da batteria e chitarre. Ai due minuti la svolta che non t’aspetti: il flauto, diventato leggiadro e sostenuto da quel che sembra un battito di mani, prende velocità grazie al violino e l’atmosfera diventa etnica, quasi un klezmer alla Alamaailman Vasarat. Il tutto viene “ricomposto” più avanti dai nuovi virtuosismi di tastiere e dai fraseggi chitarristici di Brozzetti tipicamente settantiani (un breve assaggio si è già avuto prima della svolta “etnica”). …e la risata diabolica di Cecchini ci conferma l’avvenuta discesa negli Inferi.

Recitativo: è nel buio che risplendono le stelle dà voce ad una cupa marcia ipnotica che acquista volume col trascorrere dei minuti e a cui partecipano tutti, dal flauto alla batteria, passando dagli archi e dalle chitarre. Il tutto è architettato in funzione della voce recitante, e un po’ inquietante, di Cecchini che ci conduce all’esplosione finale del brano attraverso versi affascinanti: […] / E’ nel nulla che risiede l’infinita essenza del cosmo, / è nel nulla che l’infinito diviene misurabile. / Il grido dell’uomo giace oramai sconfitto a terra, / devastato dalle lame del tempo / e non mi resta che raccogliere la mia ombra / come una vecchia giacca maleodorante, caduta alle mie spalle […]. L’atmosfera sembra richiamare quelle degli Jacula o di Antonius Rex.

Una forte folata di vento hard ci investe con Ricordi del supplizio, il miglior modo per descrivere in musica, ma anche con le parole, il martirio dei due amanti. L’alternarsi tra volteggi di chitarra (Brozzetti si destreggia tra un Ritchie Blackmore e un Alex Lifeson), il flauto della Morelli sempre più tulliano e il canto tagliente di Cecchini, fa di questo brano uno dei punti più alti dell’album. E il testo suggella l’elevata qualità della composizione: Ricordo la violenza del mio trapasso, / il suo alito sospeso sul mio collo. / Chi punirà il carnefice / che ci portò il supplizio tanti anni fa? / La lama che violò le nostre carni / non indugiò neppure sui tuoi seni. / Dannata sia la mano / che ci portò il supplizio tanti anni fa! / Al vecchio che mendicò per il suo pane / fu dato di sfamarsi con il bastone. / Non vidi mai il sorriso / di chi spezzò il mio piatto tanti anni fa. / Gli amanti che salutarono le proprie dame / lasciaron le loro spoglie in terre straniere. / Non vidi mai il rimorso / di chi mi donò il rimpianto tanti anni fa.

Il primo minuto di Nostalgia, pentimento e rabbia emana un sentore di medievale, poi la chitarra distorta stravolge l’atmosfera del brano, riportando sulla scena, con l’aiuto dei “colleghi”, il sound “cattivo” ascoltato nel brano precedente. Ancora una volta superbo il lavoro della Morelli e con lei quello del resto della band. Anche Cecchini prosegue su alti livelli, nella sua intensità si può scorgere il Christian Décamps di “Les longues nuits d’Isaac”. Lungo il cammino del brano compaiono anche richiami “accelerati” alla marcia di Recitativo. Ancora una volta il brano è impreziosito dalle parole dello stesso Cecchini: […] / Se incontrassi Dio adesso gl’invocherei il perdono. / Gli chiederei “conosci la carne, hai mai sospirato per amore?. / Tu che dettasti le leggi a Mosè, / sei mai stato indotto in tentazione? / Tu che hai dimora nell’alto dei cieli, / sei mai stato arso dal fuoco infernale?”.

L’avvio del brano strumentale Sudorazione a freddo sotto il chiaro di luna è un mix tra un brano degli ELP, con un Petrini emersoniano in stato di grazia, e una chitarra e una batteria presi direttamente dai Deep Purple. Dopo il minuto c’è un cambio repentino, il clima si fa più rarefatto. Sono dei suoni leggeri di chitarra acustica, vibrafono e fiati a tenere la scena, prima che basso e batteria arrivino a “rompere” la quiete. Interessante l’assolo un po’ floydiano a metà brano. A seguire, dopo un intermezzo di “rumori cosmici”, ecco che Brozzetti-Mussida riapre le danze, seguito a ruota, e a tratti avviluppato, dall’indemoniato Petrini in doppia veste (batterista e tastierista) e dal basso di Caprai.

Melencolia è un brano dall’atmosfera sognante impostata soprattutto su di una soave chitarra acustica e sui fiati delicati. Il morbido canto di Cecchini e le armonie sussurrate che fanno da contorno si adagiano splendidamente sul sottofondo musicale. Il tutto si avvicina molto ad alcune creazioni della PFM.

L’arpeggio iniziale di E fu allora che dalle fiamme mi sorprese una calda brezza celeste ricrea il clima malinconico/tensivo che ritroviamo nei primi secondi di “La tua casa comoda” dei Balletto di bronzo (qui realizzato dal piano). A seguire Il Bacio della Medusa concede ampio spazio al sax suonato dal poliedrico Cecchini. Le sue evoluzioni, intrecciate e alternate con quelle chitarristiche di Brozzetti, donano un seducente velo à la Pink Floyd al brano.

Altra grande prova di forza della band è Nosce te ipsum: la bestia ringhia in noi. L’alternanza di segmenti inquieti, in cui il violino conduce le danze, e le virate improvvise degne dei migliori gruppi anglosassoni, fanno di questo brano la summa delle capacità della band. Difficile parlare di uno strumento in particolare. Il brano va semplicemente ascoltato.

Corale per messa da requiem è il brano più commovente dell’album. Il grande protagonista è il violino di Rinchi: da pelle d’oca. Alcune sue soluzioni sembrano create dalla penna di Luis Bacalov e destinate inizialmente al Concerto Grosso dei New Trolls. A dividere la scena con Rinchi ci sono piano e cori, talmente carichi emotivamente, che portano agli occhi lucidi. Nel complesso suggestivi sono i richiami a La passion di Saint-Preux.

Epilogo: conclusione della discesa agl’inferi d’un giovane amante prosegue sulle corde del precedente e, come il leggendario Uroboro che afferra la sua coda per terminare (e ricominciare) un ciclo, così Epilogo richiama a sé il brano d’apertura per chiudere degnamente quest’album.

Album impeccabile sotto tutti i punti di vista, da possedere nella propria discoteca personale, accanto ai mostri sacri del prog. Senza remore.

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