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Bridgend – Rebis

Bridgend (2016) RebisBRIDGEND

Rebis (2016)

Orange Park Records

Bridgend è un gruppo post-rock con influenze progressive e psichedeliche fondato da Andrea Zacchia (chitarra, synth). Il progetto prende il nome dall’omonima cittadina gallese in cui Zacchia getta le basi di Rebis, debut album che la Orange Park Records pubblica il 24 giugno 2016.

L’opera si presenta come un ambizioso concept album, diviso in tre atti, i cui brani confluiscono l’uno nell’altro. Attraverso i dialoghi tra i tre personaggi, curati dallo scrittore Lorenzo Polonio, viene raccontato il viaggio tormentato di un uomo, Rajas, in bilico tra passione e conoscenza, verso un’isola emersa dalle profondità del mondo, Rebis. Ma è egli stesso il più grande ostacolo che lo separa dalla meta. Nel suo viaggio, infatti, Rajas viene accompagnato dal mentore, Sattva, e dal suo vecchio amico, Tamas, ai quali spesso chiede aiuto per sciogliere i legami che lo trattengono a Ys, il suo mondo. A dare voce ai tre misteriosi personaggi sono gli attori Roberto Bonfantini (Rajas), Lodovico Zago (Sattva) e Gioele Barone (Tamas), mentre Gabriele Petrillo (basso, basso fretless) e Daniele Naticchioni (batteria) affiancano Zacchia nella realizzazione dell’album.

I Bridgend propongono un’originale miscela sonora che fonde il wall of sound tipico delle formazioni post-rock (Mogwai e Caspian su tutti) con quello più sognante e viaggiatore delle band psichedeliche e progressive degli anni ’70/’80 (Pink Floyd, Marillion, ecc).

ACT I

Il viaggio ha inizio con Path to Ys. Una rarefatta intro elettronica prelude atmosfere cinematografiche, sospese tra sonorità sintetiche e naturali, nelle quali si consumano i dialoghi tra i protagonisti. Lo spoken word si conferma strumento preferito dalle band post-rock per narrare storie e veicolare messaggi. In un intenso dialogo, Rajas rivela a Sattva il timore di avanzare verso l’ignoto ma anche la paura di lasciarsi alle spalle le proprie certezze. Una densa coltre nebbiosa di fredda kosmische musik avvolge la scena sempre più dominata dal synth del titolare.

L’accattivante groove ordito dalla coppia Petrillo/Naticchioni segna il passo di To Sunken Cathedral. Scrosci d’acqua e riverberi elettronici introducono liquide chitarre e tastiere floydiane intente ad indagare le dilatate soluzioni di “The Division Bell”. La coda psych-space anticipa le esplorazioni kraute di Ys che finiscono col fondere l’estetica robotica di Kraftwerk e Tangerine Dream all’elettro/funk/rock dei Bluvertigo.

Rendezvous si snoda tra dialoghi serrati, a tratti ossessivi e surreali, e un’andatura marziale scandita da riff rotheryani e ritmiche frammentate. Le dichiarate ascendenze floydiane e marillioniane si fanno qui più marcate, lasciando emergere il carattere progressive dei Bridgend.

La componente melodica, invece, la si apprezza maggiormente nella romantica title track, classica ballata neoprog caratterizzata dalle algide orchestrazioni di Zacchia e scandita dalla misurata ritmica di Petrillo e Naticchioni. Ancora una volta le soluzioni post-rock della band si mescolano alle dilatazioni floydiane e alle malinconiche sinfonie marillioniane.

Threshold chiude il primo atto tra le solennità spaziali di tastiere e synth. La chitarra gilmouriana di Andrea segue la scia ruffiana di “Take It back” tirandosi dietro il granitico basso di Gabriele e la quadrata batteria di Daniele.

ACT II

Senza soluzione di continuità Tetracedron Planus Vacuus prosegue la narrazione del concept che, tra dialoghi e inquietanti momenti corali, supera i consueti orizzonti post-rock per approdare ad uno space rock à la Ozric Tentacles dal marcato accento psichedelico. Non mancano momenti solenni che restano appannaggio della chitarra edgeiana di Andrea.

Alla creatura del clan Wynne continua ad ispirarsi anche l’atmosferica Binah che si affida a fredde elucubrazioni elettroniche, sinuose linee di basso e a un drumming effettato e decadente.

Con Return to Ys il fitto dialogo tra i tre protagonisti agevola l’ispessimento del sound che trova sfogo soprattutto nel metallico basso di Petrillo, nelle allarmanti tastiere e nella tagliente chitarra di Zacchia.

Il secondo atto si chiude con Zain e con Rajas tormentato dai soliti dubbi ma ormai proiettato verso una nuova dimensione (“L’unica direzione è nel futuro, non bisogna farsi tentare dal passato”). Benvenuti a Rebis!

ACT III

L’oscura liturgia floydiana celebrata in Black Sun è la parentesi più espressionistica dell’album. Nella sua drammatica lentezza e nelle nere vibrazioni degli archi si rifugia la crepuscolare anima post-rock dei Bridgend. Il brano descrive l’attimo di esitazione e paura del protagonista nell’istante in cui si chiede se sia valsa la pena iniziare questo viaggio e di prendere decisioni così drastiche e dall’esito incerto. Una profonda malinconia nel lasciare tutto il suo mondo accompagna l’intero brano, fino alla sua nota conclusiva, quando finalmente sul volto di Rajas si riesce ad intravedere un sorriso.

La conclusiva Archè chiude l’album tra soundscape sintetici ed energici affondi rock che, in un eterno ritorno alle origini, richiamano il tema iniziale del concept. Il viaggio prosegue verso un nuovo inizio. O una nuova fine.

Per maggiori info: Bridgend | Facebook

Per ascoltare l’album: Soundcloud

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