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Ciro Perrino racconta Celeste (5/5)

Non si erano comunque affievoliti né diradati gli incontri fra i musicisti appartenenti a Celeste. Solo una piccola stasi dovuta agli impegni con gli esami al conservatorio di Mariano aveva portato Ciro, Giorgio e Leonardo ad esplorare nuove vie di espressione e fu in quel periodo che diedero vita ad un insolito trio, dove Perrino era ritornato al suo antico amore: la batteria intesa come strumento accompagnatore solidamente ancorato al suo dialogo con il basso.

Venne loro offerta anche la possibilità di esprimere questa nuova vena in occasione del “Primo incontro di musica pop” che si sarebbe tenuto presso il Teatro Rossini di Imperia il 18 giugno del 1975. Era intenzione degli organizzatori di riunire sullo stesso palco la maggior parte dei musicisti della provincia di Imperia per dare vita ad una jam session nella quale avrebbero dovuto alternarsi via via tutti i partecipanti.

Fu in quella occasione che, per un momento, Battaglia, Lagorio e Perrino si ritrovarono a suonare insieme con Marco Tudini che era ritornato da Londra per poter essere presente a quell’avvenimento. Memorabile la versione che eseguirono di un brano presente su alcune raccolte. Il brano in questione era Nodissea.

Nel mese di gennaio del 1976 fu finalmente pubblicato “Principe di un Giorno”.

Fu immediatamente recensito dalle principali riviste dell’epoca Ciao 2001 in testa. I commenti non furono particolarmente lusinghieri ma non ci si poteva aspettare molto dal momento che, come detto, l’album uscì con largo ritardo ed i riferimenti, che buona parte dei giornalisti fecero, risentivano del nuovo clima che si era instaurato nell’ambiente musicale di quel periodo.

Solamente alcuni anni dopo”Principe di un Giorno” venne rivalutato appieno fino a divenire uno dei lavori più apprezzati, ricercati e rappresentativi degli anni d’oro del Rock Progressivo Italiano. Dal 1980 in poi conobbe un rinnovato interesse quando, dal lontano Giappone, inizio quella riscoperta che portò molti dei più importanti gruppi italiani, e non, a rivivere una seconda primavera che a tutt’oggi si manifesta nell’attenzione che le nuove generazioni continuano a tributare alle opere di quegli anni.

Certamente quei tiepidi apprezzamenti e quelle considerazioni così poco incoraggianti portarono in quell’ultimo scorcio del 1976 Ciro, Giorgio, Leonardo e Mariano ad operare una riflessione sul proprio operato tentando nuove soluzioni e cercando di cambiare direzione. Infatti la seconda formazione di Celeste visse una piccola rivoluzione al suo interno, sia per quanto riguarda i ruoli dei singoli musicisti, sia per quanto riguarda l’inserimento di un vero batterista.

La serie di provini che vennero effettuati nello studio di registrazione di Perrino, che nel frattempo era diventato anche la sede delle prove del gruppo, furono davvero molti ma alla fine si pensò di aver trovato il batterista adatto in un tal Francesco Dimasi detto”Bat”. Ricco di esperienza, maturata durante lunghi periodi trascorsi all’estero suonando specialmente nei locali del Nord Europa, garantiva, con il suo robusto drumming ed il pieno controllo dello strumento, la svolta stilistica da tempo ricercata dai membri originari di Celeste.

Francesco, per gli amici soltanto “Bat”, andò a creare con Giorgio Battaglia un vero motore ritmico, ricco e pulsante. Perrino andò a questo punto a ricoprire il ruolo davvero di cantante passando inoltre alle tastiere, ai sintetizzatori, alla marimba, nonché al vecchio flauto traverso ed alla cura delle piccole percussioni.

Mariano Schiavolini oltre alla chitarra, che nel frattempo era diventata elettroacustica – il modello era una splendida Ovation – passò alla cura di alcune tastiere, in special modo all’Eminent, che con il suo intenso e caldo timbro, ricreava le atmosfere necessarie per surrogare un suono orchestrale e quasi sinfonico.

Rimase inalterato il compito di Giorgio Battaglia che ormai con l’esperienza acquisita negli ultimi anni ritrovava la sua vera vena di bassista rock che lo aveva caratterizzato fin dai suoi esordi. Infatti al suo ingresso in Celeste aveva in parte dovuto ridimensionare alcune sue inclinazioni per diventare, completandosi, un bassista, quasi contrabbassista, per così dire più sinfonico.

Il gruppo creò fra la primavera del 1976 e la prima metà del 1977 circa venticinque/trenta minuti di nuove composizioni che però avevano un sapore ed una impostazione decisamente differenti rispetto alle dinamiche dell’album dell’esordio “Principe di un giorno”. Tutto molto più ritmico, ricco di colori che spaziavano dal rock, al jazz-rock, all’improvvisazione, alla sperimentale. I brani restavano comunque di ampio respiro con cambi repentini di atmosfere e tessiture armoniche.

Non cessarono i contatti con l’etichetta che li aveva scoperti ma qualche cosa non era più come prima e pareva che l’entusiasmo si fosse intiepidito. Iniziarono così le ricerche per nuovi sbocchi e nuovi contatti.

Quello che appariva più evidente era che il gruppo rischiava di fossilizzarsi ed isterilirsi in una routine fatta di prove interminabili dove le parti venivano eseguite con maniacale perfezione ed i brani erano curati nei minimi particolari. Mancava la componente “live” che non era certo stata una delle peculiarità di Celeste.

Perrino riuscì a trovare dei validi agganci presso alcune agenzie che avrebbero garantito una buona esposizione consentendo al gruppo di aprire i concerti di alcuni artisti ormai affermati e che riscuotevano larghi consensi presso il pubblico. Ma non vi fu la necessaria coesione fra i musicisti che, in questi casi, è assolutamente auspicabile.

Il gruppo si sciolse nel 1977 per sopravvenute ulteriori incomprensioni fra i vari elementi che avevano differenti visioni riguardo all’impostazione da dare al futuro del gruppo ed al proprio futuro come individui. Per cui ognuno decise ed operò le relative scelte secondo i singoli bisogni ed il proprio sentire.

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