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Corte dei Miracoli – Corte dei Miracoli

CORTE DEI MIRACOLI

Corte dei Miracoli (1976)

Grog

 

Corte dei Miracoli è l’unico album pubblicato dalla band durante il suo periodo di attività. Registrazioni effettuate in precedenza (1973-74) vedranno la luce solo nel 1992, grazie alla Mellow, nel disco “Dimensione onirica”.

I CdM nascono nel 1973 a Savona per volontà di Alessio Feltri (tastiere, già ne Il Giro Strano), Mario Alessi (basso e voce), Alessandro Della Rocca (chitarra) (tutti e tre precedentemente insieme nel gruppo Tramps), Michele Carlone (tastiera) e Flavio Scogna alla batteria. Molto presto però Alessi e Della Rocca lasciano e subentrano Gabriele Siri al basso e Graziano Zippo come cantante. In questa occasione la band decise di rinunciare alla presenza di un chitarrista (non una rarità, vedi, per esempio, i Madrugada o i Cadmo, ma comunque non frequentissimo nell’ambito progressive). Poco prima della registrazione dell’album abbandonerà il gruppo anche Carlone che sarà sostituito da Riccardo Zegna.

Entrati presto nell’orbita “De Scalzi” registrano il loro unico album presso lo Studio G e per l’etichetta Grog, entrambe creature dei fratelli De Scalzi (non a caso Vittorio prenderà anche parte alla registrazione del brano d’apertura, …E verrà l’uomo, con un eccellente virtuosismo di chitarra).

Il risultato è un disco a tratti sinfonico, a tratti melodico, a tratti di puro prog, compatto e ben suonato, con atmosfere simil Quatermass e accelerate e uso delle tastiere (eccellenti nel nostro disco) tipo Banco. L’assenza di chitarra non si fa sentire più di tanto. Unica nota un po’ dolente è la voce che, come accade per altri gruppi progressive, non è sempre all’altezza delle parti strumentali, in questo caso forse anche a causa del missaggio.

Così la band presentava l’album e loro stessi all’interno della copertina del disco:

1831: Victor Hugo, in “Notre Dame de Paris”, scrive, per la prima volta, della Corte dei Miracoli, rappresentandola come una massa di individui deformi e disperati, ingenui ed astuti, comunque emarginati.                                                                                                           1976: non è cambiato nulla.                                                                                                       La Corte dei Miracoli esiste ancora e ad essa appartengono tutti coloro che:                            – credono nell’immutabilità delle cose pur sapendo che, inevitabilmente, un giorno, VERRA’ L’UOMO;                                                                                                                                     – affidano la risoluzione di tutti i loro timori e problemi ad un unico essere, profeta o buffone, con la convinzione di poter così volare VERSO IL SOLE;                                                        – pensano sia sufficiente credere ad una qualsiasi STORIA FIABESCA per poter dimenticare e sopravvivere;                                                                                                                                – lottano continuamente per la conquista del potere sacrificando, su altari ancestrali, le loro vittime e la parte migliore di se stessi in un delirante RITUALE NOTTURNO;                              – nel vuoto della loro solitudine, sposati ad antichi ricordi, si realizzano, come DUE AMANTI, ne trionfo della morte.                                                                                                                  Anche noi apparteniamo alla Corte dei Miracoli, noi che ne cantiamo la speranza e ne suoniamo la rabbia.

Il disco si apre con …E verrà l’uomo. Partenza fulminea con un mix di tensione e violenza, un incrocio tra tastiere e synth, quasi da Goblin nei film di Dario Argento. Ospite d’eccezione in questo segmento è Vittorio De Scalzi con un solo di chitarra molto “cattivo”.  È il preludio alla parte cantata che è di tutt’altra pasta, con tendenza quasi beat. Per fortuna ci pensa l’intermezzo a farci capire che la Corte dei Miracoli è una band prog di buon livello (in questo caso una via di mezzo fra Festa Mobile e Banco). Ottime le tastiere di Feltri e Zegna. Anche a questo segmento ne segue un altro cantato. Testo onirico-utopico: ho sognato di vagare nello spazio / ho varcato i confini de reale / ed ho raggiunto un mondo con abitanti alberi senza età / regni immensi senza alcun sovrano / dove la gente vive in armonia / e sa portare dentro se il peso estenuante del dolore / e io provai nuove sensazioni strane passioni che creavano in me la voglia di stare e dopo morire / fauni e ninfee che cercano il tesoro / dove nasce l’arco iridescente / su leggendari fiumi che ai monti tornano limpidi / c’è nell’aria un canto dell’amore / gravita attorno la voce del silenzio / gridando al cielo terso che questo mondo resterà libero / se non verrà il mostro umano per / poi coltivare foreste di cemento e mari di fango e cieli di piombo.

Apertura dalle venature jazz per Verso il sole. Molto presto subentra la voce, su una base decisamente diversa rispetto al brano precedente, con una batteria, per buona parte del tempo, molto “viva”. Dopo un breve intermezzo più dolce, con tastiera e synth in evidenza, la band si ridesta e ci regala un altro ottimo sprazzo prog (su tutti percussioni e piano). Nella parte finale torna la parte cantata sulla falsariga della precedente.

Una storia fiabesca è il brano più melodico dell’album, almeno per buona parte di esso. L’avvio è molto lieve, con piano e tastiera (con effetto archi). Poi subentra la voce di Zippo che canta di amicizia e a tratti ricorda Aldo Tagliapietra. Qui e là, sul cantato, inserti di synth e guizzi di batteria e piano. Bisogna attendere quasi cinque minuti per la svolta prog che tutti si aspettano. È introdotta dalla tastiera “distorta” e dalle percussioni, poi entra in scena l’organo e il brano per un po’ esplode, prima che rientri in gioco Zippo. Gran bel finale.

Testo molto particolare per Il rituale notturno (Stridio di meccanismi nella continua lacerazione della carne / ossessione di timpani nel rimescolio dei visceri / squarci di voci, lampi di parole nell’uragano di rumori / crepe e lesioni sul tuo volto e sulle guance il solco indelebile del pianto / corsa disperata verso il vuoto e sulla schiena l’alito anonimo del tempo / nel rituale notturno dell’amplesso levitazione di gemiti / procreazione del nulla e della rarefazione dell’alba). Musicalmente, dopo una prima parte non eccessivamente movimentata, ci pensa il piano, più avanti, a vivacizzare il tutto, supportato da ritmiche e synth/tastiera. Dal quarto minuto si torna al punto di partenza. Strano l’effetto elettronico applicato alla voce nel finale sulle parole il silenzio assoluto ti sconvolge.

I due amanti. Primi minuti piacevoli grazie ai vari cambi di “umore” della band. Da evidenziare soprattutto il dolce piano di Zegna prima dell’ingresso in campo della voce (un po’ più aggressiva rispetto ai brani precedenti). Il testo racconta la storia di Quasimodo, il gobbo di Notre-Dame, ed Esmeralda. Intorno ai sei minuti il brano prende il là. Un’altra ottima prova corale della band. Gli ultimi minuti sono occupati dalla conclusione della storia tra due amanti. Nel finale il brano si “sgonfia”.

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