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Eveline’s Dust – The Painkeeper

eveline_s_dust_the_painkeeperEVELINE’S DUST

The Painkeeper (2016)

Lizard Records

 

Secondo lavoro per gli Eveline’s Dust, quattro ragazzi toscani che rispondono ai nomi di Nicola Pedreschi (tastiere e voce), Lorenzo Gherarducci (chitarre), Angelo Carmignani (batteria) e Marco Carloni (basso). Dopo l’esordio datato 2012 (l’EP “Time Changes”), ecco giungere il concept album The Painkeeper.

Il tema del nuovo album nasce casualmente dall’incontro con l’amico Federico Vittori: è la lettura della sua poesia “Il Custode di Dolori” a dare il La al quartetto. Il testo descrive un villaggio avvolto da un’atmosfera cupa e opprimente, i cui abitanti sembrano essere sopraffatti dalla monotonia e dall’immutabilità della loro misera condizione. In questo tetro scenario fa il suo ingresso il Custode di Dolori (Painkeeper), un misterioso profeta, che si propone come salvatore dei paesani: tutto ciò di cui egli necessita è un collettivo cenno d’assenso, al quale seguirà la liberazione degli abitanti del villaggio da ogni loro afflizione. All’effimera soddisfazione dei paesani, convinti di essersi ormai lasciati alle spalle i giorni più grigi, segue la scoperta e il dramma: nessuno nel villaggio, nessun adulto, anziano o bambino, la notte riesce più a sognare. Così la gente apprende il tranello teso dal Custode dei Dolori. Non sono i dolori, le afflizioni di una vita dura e monotona, ciò di cui il Painkeeper li ha privati, bensì la capacità di anche solo immaginare una condizione migliore: il Custode di Dolori si è preso i loro sogni, obbligandoli ad arrendersi alla loro magra esistenza (leggi la genesi dell’album).

Assimilato l’input, i quattro decidono di ampliare la storia di Vittori, dedicando i cinque brani centrali del disco ad alcuni dei sogni rubati ai paesani e rileggendo il finale della storia. Ed è così che viene forgiato The Painkeeper, album con il quale gli Eveline’s Dust compiono un enorme balzo in avanti rispetto al lavoro d’esordio, riuscendo con intelligenza a “limare” i suoni e le idee esposte nella prima uscita e mostrando maturità e capacità compositive di ottimo livello.

Nelle suggestive e articolate atmosfere create dal quartetto affiorano tracce di neoprog (vedi, ad esempio, Pendragon o IQ), affreschi wilsoniani (vedi “The Raven that Refused to Sing (and other stories)”), l’amore per i ’70 (Pink Floyd ma non solo) e tanta originalità. Il prodotto è musica che descrive stati d’animo, evocativa e dinamica, armoniosa e drammatica.

Elemento inscindibile dall’opera del quartetto toscano è l’originalissimo artwork creato da Francesco Guarnaccia. È nei suoi particolari fumetti e nei suoi colori che la storia del Custode di Dolori rivive per immagini.

“Last but not least”, va ricordata anche la presenza di due collaboratori che sono entrati appieno nelle atmosfere e nelle idee degli Eveline’s Dust: Carolina Paolicci, voce in The Painkeeper, Clouds, Vulnerable e We won’t regret, e Federico Avella, sax soprano in NREM e A tender spark of unknown.

Gli Eveline’s Dust partono a razzo con Awake. Ritmiche serrate, chitarre esplosive (con solo finale soffice e avvolgente), organo seventies con tanto di fugace “citazione” dell’intro de “L’indecisione (vedi “I King”)” de L’Uovo di Colombo (dall’omonimo album): una opener di circa due minuti che mette sul piatto già tanta roba.

Subito un nuovo volto con i suoi suoni acustici e l’atmosfera (anche vocale) avviluppante e a tratti floydiana di The Painkeeper. Molto poetico il lavoro al piano di Pedreschi e il suo lieve intrecciarsi con la chitarra di Gherarducci, anche se questi colori tenui, associati al testo, si riveleranno in realtà molto scuri. È, infatti, la narrazione di Pedreschi a farci palpare il vero stato d’animo dei protagonisti: The priest is standing on the church door / with despairing look, / his audience never seemed so tired / He sees his people walking quietly / back to their humble homes, / their voices empty as their prayers / The feeble wind gently caressing / the still river waves, / the entire valley is asleep / The silent march of living ghosts flows / into the village square, / echoing bells vanish in the haze / The faith once shelter and relief, / for those tormented souls, / slowly becomes their inmost agony / The thought of peace after a life / of grief and sorrow, / increase the anguish everyday. Ma c’è una speranza di “salvezza”, The Painkeeper: Time has come for one / to save the village from its curse, / the valley needs the mist to clear away / Ivory skies become unbearable to look at / when hours go by and time stays still / Take our pains / Free our days / Let our hearts / Beat again / A dark man rises from the crowd, / his big eyes glittering, / his voice a shadow, / swallowing people’s minds / I guardian of men’s sorrows and afflictions, / shall take your pains and set you free / For blindly praying God / is just distraction / and all I promise you is relief / As a fire that lights / people gather around the preacher, / they can almost feel / their blood flowing again / Take our pains (relieve us) / Free our days (enlight our eyes) / Let our hearts (the sun shines) / Beat again (again) / I need to hear your yes (our hearts are yours) / I’ll take your pains with me (give us the light) / Our pact shall never end (we won’t regret) / Your burden is now mine / Your (Our) lives be bright and free. Tocca a Carmignani imprimere un nuovo ritmo poco oltre, con Gherarducci che accetta la sfida lanciandosi in un breve soliloquio graffiante, prima di riprendere un cammino “disciplinato” che, però, è mutato rispetto all’avvio. Ora, difatti, il clima è più teso, tormentato, con momenti alla System of a Down. Ed è sempre Pedreschi a chiarirci questa trasformazione sonora e ad illustrarci la nuova situazione degli abitanti, la finta libertà conquistata ad un caro prezzo: Priest oh priest we need you help / we need to understand / Days go by, the sun is high / dreary skies are far away, so is our hell / A single drop of rain has not been falling / as peoples eyes haven’t cried a tear in months / Yet our nights are haunted / Our dreams seem to have vanished with the wind / Your lives are free don’t you see / He’s taken all your pains / You fools gave consent to seal his vow / The inmost nature of your sorrows is erased / Distant, peaceful, better worlds inside your minds / That’s what made this vale of tears unbearable / Painkeeper stole your dreams from your nights / and took ’em where the fog and clouds go to die. E poi, nell’esplosione finale, c’è tutto lo strazio che squarcia gli animi delle persone in seguito alla scoperta del “furto”. Gran brano.

Dopo un breve divertissement vocale, in cui tornano ossessivamente le parole “Wake up”, prende corpo il primo “sogno rubato”, la placida NREM, brano in cui chitarra e piano si muovono su dolci corde con il sax dell’ospite Avella che dona un gradevole tocco romantico, mentre il duo ritmico cerca di “stridere” leggermente con la sua andatura.

Gli Eveline’s Dust tornano ad essere impetuosi con Clouds. Sono Carloni e Carmignani a dettare dei tempi molto decisi resi “cattivi” dalle caustiche distorsioni di Gherarducci. Antitetico il clima che si respira nella seconda parte del brano, una soffice ballata ben ricamata dal quartetto, più Carolina Paolicchi, che prende slancio grazie ai colpi non sempre regolari della batteria. Anche in questo caso Pedreschi ci mostra il suo lato suggestivo al piano, prima del finale che ci riconduce al punto di partenza.

È assegnato a Joseph il compito di “moderare” nuovamente i toni affidandosi, nei primi tre minuti, ad un fluido incedere di soluzioni acustiche dal lieve tocco malinconico e con qualche accenno alla Radiohead, mentre Pedreschi dà voce ai sogni del protagonista. È l’agile basso di Carloni a segnare la successiva svolta umorale, seguito a ruota da batteria e chitarra: qualcosa nella mente di Joseph inizia a vacillare e il piano straniante di Pedreschi, le “unghiate” Gherarducci e i suoni ponderosi delle ritmiche confermano questa sensazione, prima che un delizioso e ben concepito frammento jazz-rock riconduca verso lidi più luminosi.

Doppia anima per A tender spark of unknown. La prima, più vivace, si muove senza patemi su di un nuovo tracciato in cui si fondono jazz e prog, arricchito da un gran lavoro di basso, un fresco intervento di sax e sferzate chitarristiche, mentre con l’ingresso di Pedreschi sembra quasi di ascoltare i Red Hot Chili Peppers, con l’andatura vocale un po’ rappata alla Anthony Kiedis che si sviluppa sul dinamico percorso creato da Flea/Carloni a Smith/Carmignani. Il secondo segmento, come anticipato in apertura, si presenta con una veste antitetica rispetto al precedente, spingendosi tra i Camel di “The Snow Goose” e i Pink Floyd. Ad aprirlo il poetico duetto piano/sax, poi riprende il leggero canto, puntellato anche da affascinanti cori, prima di un finale più scattante. Altro episodio notevole.

Pura poesia con la ballad romantica Vulnerable dove i tasti bianchi e neri accompagnano candidamente il canto dello stesso Pedreschi. Nonostante l’ingresso successivo della batteria, il clima non muta, anzi diventa ancora più dolce grazie alla soave voce di Carolina Paolicchi. Solo nel finale c’è un articolato “sfogo”.

E dopo la tenerezza di Vulnerable la tensione torna a farsi sentire con HCKT. L’arpeggio sinistro di Gherarducci, le ritmiche irregolari del duo preposto e i suoni estranianti delle tastiere, e poi ancora le scudisciate distorte e il canto “cattivo” di Pedreschi: tutto è ben orchestrato. Intanto sembra che i paesani accettino il “regalo” di Painkeeper: […] He set us free from our curse / Our wishes, desires and our hopes / Were not more than snakes in our heads / Then why should we want our dreams back / He can keep ‘em.  E dopo alcuni momenti alienanti “spartiacque”, il brano cambia forma e diventa tenero, con un’andatura “cullante” dove anche la voce di Pedreschi sembra un’altra rispetto a pochi minuti prima. E nelle sue parole prende vita una sorta di “punto d’incontro” tra le parti: […] So may sweet dreams haunt again our nights / time to wake up is when you die / May our dreams be our lives / and our lives be our dreams. Poi di nuovo un senso di agitazione, quasi a chiudere il cerchio. È il piano nervoso dello stesso Pedreschi a dare il via alla nuova ambientazione, seguito a ruota dal marziale Carmignani e i duri Gherarducci e Carloni. In HCKT, nella sua struttura emotivamente wilsoniana, c’è davvero tanto (quantità e qualità): si può forse riconoscere in esso il brano “manifesto” del gruppo.

We won’t regret. Il brano di chiusura dell’album si apre col fresco duetto “mediterraneo” chitarra-voce. Poi subentrano anche le ritmiche, con il tocco tribale di Carmignani a far la “voce grossa”, sino a giungere, tramite un’apertura solare, al richiamo di un frammento del brano The Painkeeper, con il ritorno della suadente voce di Carolina Paolicchi. Nel testo dell’ultimo capitolo Painkeeper si dimostra d’animo buono e, dopo una sorta di pentimento dei paesani, e la richiesta di nuove “notti splendenti”, questa è la sua risposta: You asked for sunny skies / “Life’s easy” is just a lie / Dreams, wishes and desires / make us live and deserve to die / I need to hear your yes (give us the light) / I’ll take your pains with me (our hearts are yours)  / Your dreams will never end (we won’t regret) / Your lives be bright and free.

Una prova maiuscola per un quartetto che ha davvero tanto da dire.

Per maggiori info: sito | facebook

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