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Festa Mobile – Diario di viaggio della Festa Mobile

Festa Mobile (1973) Diario di viaggio della Festa MobileFESTA MOBILE

Diario di viaggio della Festa Mobile (1973)

RCA

Come non di rado accade, quando si parla di band dell’epoca dei ’70, ci si trova in difficoltà nell’affrontare il tema caldo della formazione del gruppo. Partiamo dai punti fermi (secondo le varie fonti disponibili): i fratelli Giovanni e Francesco Boccuzzi originari di Monopoli (BA), ma già nell’assegnare loro gli strumenti suonati iniziano i primi problemi, infatti, se ad entrambi vengono “affidate” le tastiere, al primo, in alcuni casi, è assegnata anche la chitarra, mentre al secondo il basso.

Assicurato questo primo punto la strada si biforca tenendo però, come ulteriore punto fermo, il fatto di essere al cospetto di un quintetto. Un primo filone segue la strada del “trio+due”, cioè i fratelli Boccuzzi, insieme al bassista conterraneo Tonio Napoletano (i tre pochi anni dopo daranno vita al progetto Il Baricentro), sono le figure note che registrano l’album insieme a due musicisti sconosciuti (un batterista e un chitarrista, probabilmente Alessio Alba).

Il secondo filone invece porta i fratelli Boccuzzi, una volta abbandonato il precedente progetto dei Della Venis, in quel di Roma. Qui fondano i Festa Mobile con Renato Baldassarri (voce), Alessio Alba (chitarra) e Maurizio Cobianchi (batteria).

L’unica foto in circolazione della band li mostra effettivamente come quintetto, quindi la prima ipotesi cade per mancanza del cantante (sarebbero dunque in sei) a meno che la voce non sia di uno dei musicisti. La seconda ipotesi invece mostra una band “completa”, ma l’insistenza con cui è dato per certo, in molte delle biografie in circolazione riguardanti Il Baricentro, la provenienza di Napoletano dai Festa Mobile fa tentennare anche su questa ipotesi.

In nostro soccorso di certo non arrivano le note della prima stampa dell’unico album, le quali sono inesistenti, mentre in certe recenti ristampe Baldassarri e Alba compaiono come autori di alcuni brani nei credits. Rompicapo inestricabile!

Pubblicato nel 1973, Diario di viaggio della Festa Mobile è un concept album dal tema fantastico (visionario-apocalittico) che musicalmente svaria dal jazz-rock al prog più puro, attraversando anche intriganti momenti sinfonici.  Di una complessità spesso sopra la media del periodo e suonato ottimamente, l’album ha come protagonisti assoluti le tastiere dei fratelli Boccuzzi, capaci di tessere trame affascinanti e sempre cariche (ricordano quelle dei Banco), e la batteria, libera di muoversi tra ritmiche sempre vive e cangianti (avvicinabili ai suoni degli Arti e Mestieri).

I testi dell’album, i quali sembrano quasi ispirati alle pubblicazioni dell’Urania molto in voga in quegli anni (e non solo), sono ben incastrati nel quadro musicale e ci raccontano un viaggio verso un paese immaginario chiamato Stelles e lo “scontro” successivo con una realtà in cui è il male a regnare. Ogni testo è preceduto da note “appuntate” durante il viaggio.

Alcune copie dell’album contenevano un piccolo foglietto su cui era scritta una frase di Marcel Proust (iniziativa della RCA riproposta anche in altre occasioni come, per esempio, nell’album Contaminazione del Rovescio della Medaglia):

Il suo posto è immenso…                                                                                                      

Non disprezzate la cattiva musica [nel senso della musica popolare]. Siccome essa si suona e si canta molto più appassionatamente della buona [nel senso della musica classica] a poco a poco essa si è riempita del sogno e delle lacrime degli uomini. Per questo vi sia rispettabile. Il suo posto è immenso nella storia sentimentale della società. Il ritornello che un orecchio fine ed educato rifiuterebbe di ascoltare, ha ricevuto il tesoro di migliaia di anime, conserva il segreto di migliaia di vite di cui fu la ispirazione, la consolazione sempre pronta, la grazia e l’idea.

La corte di Hon. Il brano d’apertura è un ottimo biglietto da visita per i Festa Mobile. Già l’avvio rapido e articolato del piano di Boccuzzi è di quelli che fan venire i brividi. Poi ci pensa la batteria pulsante e sempre precisa di Cobianchi (?) a dar ancor più vivacità alla composizione. Interessanti anche i lavori di chitarra e basso e gli interventi di quel che sembra un cembalo. Lungo il tragitto incontriamo anche la voce particolare e un po’ squillante di Baldassarri (?), tipica di molti gruppi dell’epoca (solo per citarne un paio Corte dei Miracoli e Il Giro Strano), il quale ci introduce alla corte di On (si, On senza “H”). La prima nota presente sul diario ci illustra il motivo del viaggio (9 novembre – Abbiamo deciso di tenere questo diario perché per la prima volta dobbiamo attraversare i confini e raggiungere il paese di Stelles, dove presto avverrà l’incoronazione del principe Xin On) e ci presenta la situazione incontrata dai viaggiatori all’arrivo (21 gennaio – Il viaggio è terminato. Siamo nella città. La gente sta preparandosi per la festa, una tendopoli multicolore ricopre i prati fuori dalle mura. Si fa sera e la festa comincia). Poi il canto ci descrive l’ambigua festa:  Cento giorni dura la festa di On / Cento giorni il sole non tramonterà / On se ne sta sul suo trono / la festa mobile vive / cento colpi a salve salutano On / gente acclama in coro il suo nuovo re / sembra una festa d’amore / ma è una maschera falsa / la pace sembra regnare / ma è sovrana la guerra / cento giorni visse la festa di On / cento feste al giorno soltanto per lui / sembrava festa d’amore / ma era festa di morte.

Le prime battute di Canto sono quasi una jam session con batteria, piano e chitarra che si sovrappongono tra loro con interventi estemporanei. Trovata poi una direzione comune, il brano prende corpo con un’armonia abbastanza sostenuta velata (ma non troppo) di jazz-rock. Sempre notevoli le tessiture di tastiere, batteria e chitarra. La “retta via” si smarrisce nuovamente nel finale. Intanto il diario di viaggio riporta questa nota: 22 gennaio – La festa sta per finire. Concludiamo la nostra rappresentazione con un canto ispiratoci dal viaggio fantastico. Lasciando da parte le disquisizioni sulla durata della festa (nel brano precedente si parlava di cento giorni, ma il giorno dopo il loro arrivo sta per finire…), il canto spazia da dediche “positive” (Canto i bianchi sogni / di un bambino e / i suoi eroi di fiaba) ad altre nefaste (Canto la morente / razza umana, i sacri mostri / e gli angeli che ha. / Canto un futuro sognato / un domani perduto / che non verrà mai).

Partenza fulminea per Aristea. La batteria incalzante e marziale trascina con sé l’ispirata chitarra di Alba (?) e il piano, prima di sfociare in un’atmosfera lievemente onirica. Poi il brano diventa sensibilmente melodico, quasi a richiamare idee sviluppate nel decennio precedente da gruppi quali i New Trolls.  Il tutto si ridesta nella seconda parte, con le accelerate di batteria e chitarra, la policromia del basso di Napoletano (?) e gli intensi fraseggi tra tastiere. La nota di viaggio è la seguente: 25 gennaio – Da tre giorni siamo sulla strada del ritorno. Sostiamo in un misterioso monastero che domina una grande vallata. Prima di ripartire, chiediamo alla grande sacerdotessa Aristea, di svelarci il futuro. Questo è quanto predetto: […] ….voi andrete laggiù / dove il sole non c’è / dove l’uomo non ha / la felicità / e nel buio poi / noi vedemmo noi.

Si torna a far sul serio con Ljalja grazie al tarantolato piano di Boccuzzi, il quale richiama un po’ il brano d’apertura, e alle ritmiche “puntute”. Spazio anche alla chitarra fossatiana (leggere come “Bambi” Fossati) di Alba. Poi, con l’ingresso di Baldassarri, il brano si affievolisce un minimo diventando più romantico. L’inizio della seconda parte del brano mostra nuovamente la faccia migliore della band, con impennate ritmiche ammirevoli e stacchi chitarristici british. L’appunto scritto dai viaggiatori è il seguente: 28 gennaio – Di nuovo in viaggio, attraversiamo un paese desolato, distrutto dalla guerra: la profezia di Aristea si è avverata. Una giovane donna si aggira disperata tra le macerie fumanti della sua casa. Triste e avvilente il testo: Senza colpa piangevano gli occhi suoi / tra le braccia stringeva il suo bambino / forse ucciso dal padre sconosciuto / era ancora una bambina / non aveva più futuro / e se ne stava lì / senza avere più / un ricordo suo / volevamo portarla via con noi / per sognare lontano dalla guerra / i suoi sogni liberi dal niente / poi piangendo lei sorrise / non aveva più parole / e se……..

Ritorno. Anche il brano di commiato affida la sua apertura al vivace piano di nocenziana memoria, ben supportato da batteria e basso. Poi, ancora una volta, il segmento cantato perde lievemente d’intensità. Molto più interessante e drammatico il secondo ingresso in scena di Baldassarri grazie soprattutto all’intensissimo piano di Boccuzzi e ai cori dai vaghi sentori floydiani. E, tra i frizzanti fraseggi finali, dove i protagonisti sono sempre piano e ritmiche, c’è spazio anche per un energico frammento di puro jazz. L’ultima nota appuntata sul diario lancia un monito: Tutto quello che abbiamo visto e vissuto in questi giorni, ci ha rivelato una realtà che non eravamo abituati a intravedere nella nostra vita di sempre. Gli On esistono anche da noi!!!. E l’amaro testo amplia la visuale: Giuocare tutti insieme, andava bene prima / quando la vita e il tempo erano solo nostri / la festa era finita così lasciammo On, / la sua gente libera senza la libertà / tornavamo lentamente, ritornavamo a casa / e i ricordi nella mente sembravano di pietra / pietra rossa per il sangue di innocenti / morti in nome di una loro verità / martiri di On e del sogno di una nuova realtà. / Sotto un cielo differente / noi rivediamo casa / le abitudini e i momenti sono quelli di sempre, / l’esperienza è finita in un ricordo, / rientriamo nella nostra civiltà, / dove un giorno On, / con la legge del più forte arriverà. Il finale sibillino lascia poche speranze… (non a caso, musicalmente, gli ultimi secondi del brano trasmettono una sensazione d’inquietudine).

Ancora una volta il nostro paese riesce a confezionare un’opera di qualità che sbatte però contro il muro della “classifica delle vendite”.

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