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“From a Distance” – Making of 2014/2015

NaGS - From A Distance - Making Of

Quello che segue è una sorta di “Scrapbook” della registrazione del nostro ultimo album “From a Distance”. Piuttosto che un racconto, abbiamo preferito raccogliere alcune istantanee di varia natura e ispirazione, che arrivassero da tutta la band e che descrivessero un momento particolare legato alla realizzazione del disco. Insomma, “Making Stills” abbiamo compilato il nostro “The Diary I Never Wrote”.

Buon divertimento!

Not a Good Sign, marzo 2015

 

“From a Distance” – Making of 2014/2015

Martino: Ricorderò sempre l’impazienza di entrare in studio per registrare “From a Distance”. Fin dalle prime prove per scrivere ed arrangiare i pezzi sapevo che sarebbe stato un disco importante per me e la band.

Alessandro: “Flying over cities”, nonostante sembri un brano particolarmente rock, nasce invece da un’idea molto più soft. L’avevo scritto anni fa per piano e contrabbasso con sonorità vicine al Esbjörn Svensson Trio. Poi ho incontrato i Not a Good Sign e mi è venuta l’idea di provare a riarrangiarlo per la band insieme a Paolo. Sono soddisfatto del risultato e di come Paolo sia riuscito a reinterpretare l’armonia del ritornello. Paolo ha anche aggiunto lo sviluppo finale del pezzo che mi piace moltissimo. “Flying over cities” è stato il primo banco di prova per me e Paolo di composizione condivisa, credo e spero si ripeterà in futuro.

Alessio: Cantare è come fare l’amore, una volta provato non puoi più farne a meno.

Gian Marco: Entrare nei Not a Good Sign è stato come riconquistare quella parte della mia vita musicale legata ai miei sentimenti ed ai miei gusti personali dopo diversi anni di “lavoro musicale” come musicista. Ne avevo bisogno e fortunatamente è accaduto.

Martino: Il profumo dello studio.

Paolo: “Going Down” avrebbe dovuto subire un “pitch-drop”, ovvero una scordatura artificiale uniforme per tutto il brano, per accentuarne il mood “eroinomane”. Per un incomprensibile errore di procedura, la sola parte centrale subì però una modulazione involontaria eccessiva di un tono e mezzo circa. Il tutto suonava particolarmente sbagliato, così lo mandai alla band, dicendo che questa versione invece mi convinceva particolarmente. Ovviamente nessuno ci credette. Tranne uno, che si incazzò molto. :)

Alessandro: Sono soddisfatto della cura che abbiamo dedicato alla fase di registrazione dei bassi. In molti brani abbiamo optato per utilizzare un basso di liuteria con pick up ed elettronica di un Rickenbacker originale degli anni ’60, il tutto filtrato da testa Hiwatt dr 401 che ha scaldato e dato potenza al suono nel modo giusto. Generalmente preferisco il suono del mio Fender deluxe 5 ma dopo aver provato il Ricken, ho capito che aveva il suono scuro e aggressivo che volevo per alcuni brani. Così ho riadattato al volo tutte le parti dal 5 al 4 corde e droppando il MI per allungare in basso l’estensione dello strumento. Ciliegina sulla torta il Vintage Microtubes della Dark Glass che con la sua distorsione valvolare ha dato l’ultima pennellata di aggressività al mio suono.

Alessio: Registrare le parti vocali di “From a Distance” è stato impegnativo, ma tutto è venuto in modo spontaneo e naturale, quasi come se i pezzi volessero solo ciò che è stato cantato.

Gian Marco: Il rapporto con le chitarre e le soluzioni di Zago è stato meno conflittuale di quanto pensassi, nonostante la diversità dei nostri approcci. In realtà suonare i suoi brani e le sue soluzioni chitarristiche è indispensabile per entrare in questo mood, ne sono onorato e cerco di interpretarle in modo rispettoso, stravolgere ciò che è bello non ha senso.

Alessio: Cantare nei Not a Good Sign è una grande sfida. Per superarla bisogna dar fondo a tutte le proprie energie.

Martino: Quando ci confrontavamo via chat o al telefono spesso erano le comiche, ogni giorno un qualcosa da risolvere o ragionare per fare la scelta giusta. Vero stile Not a Good Sign.

Paolo: Il giorno in cui mixammo “I Feel Like Snowing”, fuori prese a nevicare.

Gian Marco: La visione dei Not a Good Sign, l’approccio filosofico alla realtà odierna è sicuramente un elemento che condivido. Non credo si possa definire pessimista: solo partendo dalla consapevolezza di questo momento negativo si può ripartire.

Martino: La cura dettagliata fin dalle registrazioni di batteria dei suoni e dell’indirizzo che volevamo dare a questo disco. Abbiamo curato ogni aspetto a riguardo.

Paolo: La parte centrale di “aru hi no yoru deshita” contiene la prima registrazione di mia figlia Margherita, che nascerà il mese prossimo. Ne ho infatti registrato il cuoricino con un microfono per movimenti fetali, e ritengo il suo contributo al brano estremamente ben eseguito.

Alessandro: Quando Paolo mi fece ascoltare “Farewell”, avevo appena finito di registrare i bassi… avevamo sottomano una decina di pedali effetto, ci siamo guardati e ci siamo detti “Perché non aggiungere qualche rumore di fondo al pezzo per fare da contrasto al suo mood melanconico?”. Così abbiamo attaccato tutti gli effetti in serie ed io ho iniziato a graffiare le corde con il plettro… il risultato è quella specie di disturbo radiofonico che si percepisce sotto il brano… una sorta di saluto a Zago che ha sempre amato la sperimentazione sonora.

Gian Marco: Questo approccio musicale tiene un po’ il meglio di ciò che un musicista ama fare: innanzitutto musica e non balletti o ammiccamenti, l’impegno tecnico strumentale, momenti di violenza estrema e parentesi di ampio respiro. Per chi ama suonare e vivere questo è sicuramente appagante.

Paolo: Il dvd su cui era scritto il master definitivo del disco, una volta recapitato in fabbrica risultò illeggibile. Riuscii quindi a inviare una copia diversa e più aggiornata del master che ci era arrivata fuori tempo massimo, che però non avevo avuto il tempo, la forza e la necessità di ascoltare fino a quel momento. Non penso ascolterò mai più qualcosa con tanta apprensione.

Alessandro: Fino a due giorni prima della consegna della copertina, la scelta della band era una foto fatta da Paolo in studio. A me non aveva mai convinto e sapevo che Paolo poteva tirare fuori qualcosa di meglio ma eravamo tiratissimi coi tempi. Poi una sera mi arriva un’immagine sul cellulare da Paolo, due angeli scolpiti in pietra scura che si aggrappano al nostro logo, e volti con diverse espressioni che emergono dalla pietra… un’immagine statica ma estremamente dinamica e potente, ho subito capito che quella sarebbe stata la nostra copertina. La sintesi visiva del nostro disco. E così è stato.

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