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Igra Staklenih Perli – Igra Staklenih Perli

Igra Staklenih Perli - Igra Staklenih PerliIGRA STAKLENIH PERLI

Igra Staklenih Perli (1979)

PGP RTS

 

“Il gioco delle perle di vetro”, questo il nome Igra Staklenih Perli tradotto in italiano, è preso in prestito dal titolo di un’opera di Hermann Hesse del 1943. Il romanzo è incentrato sulla figura di Josef Knecht e sulla sua vita: orfanello dalle grandi doti, le quali vengono notate dai monaci che vivono nell’immaginaria regione di Castalia, è accolto nella vita monastica e fin da giovane accede alle scuole che formano “l’élite” dei giocatori di perle. Questo gioco ha un ruolo centrale nella vita dei monaci, esso si basa su una sintesi di tutto lo scibile umano; le mosse del gioco consistono nello stabilire relazioni fra soggetti in apparenza lontanissimi fra loro. Il nome del gioco deriva dal fatto che, secondo Hesse, in passato veniva giocato utilizzando “pezzi”, cioè perle di vetro, adoperate per rappresentare combinazioni astratte, in sostituzione di lettere, numeri, note musicali o altri segni grafici; nell’epoca in cui si ambienta il romanzo, però, l’uso dei “pezzi” è superato, è il gioco è svolto senza supporti fisici.

La band nasce nella Ex-Yugoslavia, attuale Serbia, nel 1976 come terzetto formato da Zoran Lakić (tastiere), Vojkan Rakić (chitarra) e Predrag Vuković (percussioni), a cui fin da subito si aggiunge Drasko Nikodijevic (voce e basso). Il suo sound, un mix tra psichedelia, space rock e krautrock, da cui emerge spesso l’elemento cupo, è influenzato da band quali Hawkwind, Can, Ash Ra Tempel, The Cosmic Jokers.

Nel 1978 entra nella band Dragan Soc (batteria) e come quintetto registrano Igra Staklenih Perli, il loro primo album, che vede la luce l’anno successivo. In fase di registrazione furono realizzati anche due brani ulteriori (Quadrant G e Return to Lyzzard Square), che, come riportato dal sito della band, “scomparvero” durante il missaggio. Questi non sono più riapparsi.

Particolare la copertina, realizzata da Pedja Wolff Vukovic, la quale rappresenta una divinità indiana, intenta a suonare uno strumento molto simile ad un sitar, che sta per essere attaccata da due serpenti mostruosi.

Il brano d’apertura dell’album, Gusterov trg, è diviso in due parti. La prima occupata da sonorità space, con un synth estraniante che arriva dritto al cervello, prima di svoltare in un suono ondulatorio. La seconda è aperta da un organo percussivo che ci martella per un tratto le membra. Un’effimera normalità la dà il riff chitarristico di Rakic che introduce la voce di Nikodijevic, (si nota qualche affinità con quella di Scaravilli dei Malibran), accompagnata da un sottofondo pressante. Poi spazio all’assolo di chitarra.

Piano e synth dall’aria drammatica danno il via a Solarni Modus, poi l’ingresso della chitarra va ad appesantire ancor di più quest’atmosfera dolorosa. Alcuni frammenti incalzanti di synth, piano e batteria ricordano quelli de La nuova predica di padre O’Brien dei New Trolls Atomic System. La seconda parte del brano, come in quello precedente, è affidata al solo di chitarra, prima di un finale teatrale.

Putovanje u plavo restituisce un’atmosfera piuttosto cupa creata, in apertura, da un sottofondo elettronico e un crescendo di basso e batteria ossessivi. Il segmento cantato che segue, supportato dall’atmosfera detta, mette un po’ d’ansia addosso. Intermezzo tribale dove Vukovic si prende il suo spazio. Nei minuti finali chitarra, basso e synth si divertono a rendere il clima ancor più tetro. Come riportato nei credits, il testo del brano, cantato nella loro lingua madre, è preso da un’opera di Hermann Hesse: Mi smo sebe našli u etarskom ledu, / ne znamo za sate, ne znamo za dane, / naši gresi su i vaša strahovanja (tradotto in italiano: Ci siamo trovati nel ghiaccio etereo, / non conosciamo le ore, non conosciamo i giorni, / i nostri peccati sono i vostri timori).

L’aria che si respira in Pecurka, almeno nelle prime battute, sembra essere leggermente più distensiva, grazie a dei suoni dai tratti arabeggianti e dei campanelli. Questa situazione cambia con l’entrata in scena di basso, tastiera e batteria che creano tensione. Poi la voce di Nikodijevic, prima sussurrata, poi quasi da monaco gregoriano, va ad incupire ancor di più il tutto, aumentando lo stato d’angoscia. I minuti seguenti sono occupati da una sequenza musicale che gradualmente porta all’esplosione di chitarra e synth. Il testo del brano (When I saw mushroom head / I was born and I was dead) è preso in prestito dal branoMushroom dei Can (tratto dall’album Tago Mago del 1971).

Dei giochi di synth alla Battiato sperimentale ci avviluppano nei due minuti iniziali di Majestetski kraj, prima dell’arrivo di batteria e chitarra. L’atmosfera ricalca quella dei brani precedenti.

Una nota curiosa: dell’album esistono delle versioni pubblicate dalle etichette Atlantide e Second Harvest che non sono legali.

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