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Intervista a Giancarlo Erra dei Nosound

06_Intervista a Giancarlo Erra - Nosound

HP: L’appuntamento con la rubrica “L’artista racconta” vede questa volta protagonista Giancarlo Erra, leader e fondatore del progetto Nosound. Ciao Giancarlo, noi della redazione di HamelinProg.com ti ringraziamo per averci concesso questa preziosa intervista.

G.E.: Salve ragazzi, grazie a voi per questo spazio e per tutto il supporto al progetto Nosound… siamo noi artisti a dover ringraziare voi, non il contrario!

HP: Iniziamo dalla fine. Abbiamo di recente recensito la vostra ultima fatica, Afterthoughts,  album che ci ha consegnato una band rivoluzionata nell’organico ma sorprendentemente matura e affiatata. Puoi presentarci brevemente i tuoi compagni di viaggio e, allo stesso tempo, illustrarci la natura del nuovo lavoro?

G.E.: I miei compagni di viaggio da tanti bellissimi anni sono Paolo Vigliarolo alla chitarra ed Alessandro Luci al basso, a cui si sono aggiunti di recente Marco Berni alle tastiere e Giulio Caneponi alla batteria. Proprio la gestazione del nuovo lavoro ha visto, in corsa, un cambio band ed il nostro precedente tastierista (Paolo Martellacci) e batterista (Gigi Zito) intraprendere altre direzioni artistiche. Ovviamente anche se in amicizia non sono mai cose che fanno piacere, ma l’energia e l’entusiasmo portati da Marco e Giulio credo alla fine siano stati una grande spinta nella realizzazione di “Afterthoughts”, ed il loro contributo materiale e spirituale è stato incredibile. Devo dire che sono sempre stato fortunato nel trovare compagni di viaggio volenterosi di entrare nel mio mondo musicale ed arricchirlo con il loro contributo piuttosto che cambiarlo.

HP: Dai vostri canali ufficiali ci avete fatto sapere che la scrittura per il materiale di questo nuovo album ti ha tenuto impegnato per gli ultimi due anni. Cosa avviene tra l’iniziale “foglio bianco” e la pubblicazione di un album?

G.E.: Ah… tantissime cose! Periodi di scrittura intensa, periodi di pausa, periodi di altra scrittura, tempo per dimenticare il tutto e risentirlo con orecchie fresche per capire cosa scartare e cosa tenere, tante email o incontri con la band per capire e valutare insieme. Il processo di scrittura nasce quasi sempre per caso, ho un’idea molto precisa al proposito: per me la musica vera è quella pura, l’ispirazione che arriva quando non te l’aspetti non quando la cerchi, altrimenti è comunque forzata, viziata, per non parlare del discorso di mettersi a suonare e vedere che succede. Ognuno ha il proprio modo di vedere la cosa, personalmente aspetto il momento di ispirazione, quando arriva lo lascio andare, scrivo musica innanzitutto per me stesso, solo dopo spero ovviamente che possa arrivare e connettere quante più persone possibili… ma la musica in sé deve rimanere pura e incontaminata da ogni influenza esterna e da ogni ragionamento razionale a priori. Dunque dal foglio bianco all’album passano vari periodi, ondate di ispirazione, ed alla fine tipicamente essendo consecutive queste ondate da sole finiscono per avere un senso, una coerenza, nella musica così come nel suono e nei testi, e succede sempre che ad un certo punto scatta un “click” e sento che è nato un nuovo album. A quel punto inizia il lavoro, ovvero vestire il cappello di produttore, ingegnere del suono, designer, fotografo, insomma la macchina organizzativa per fare in modo che l’idea e la musica diventino il prodotto finale che arriva a chi ascolta.

HP: Oltre alla rinnovata formazione “Afterthoughts” ha potuto contare sulle preziose ed incisive collaborazioni dell’ex batterista dei Porcupine Tree Chris Maitland e della violoncellista Marianne de Chastelaine (già al vostro fianco in “Lightdark” e nel più recente “At The Pier”). Ti va di spendere qualche parola su questi due eccellenti musicisti?

G.E.: Potrei spendere qualche pagina su questi due musicisti. Come avete già detto Marianne in un certo senso è parte integrante del nostro progetto, in “A Sense Of Loss” era assente solo perché abbiamo usato un quartetto d’archi al completo. È una musicista straordinaria, e sin dal nostro primo incontro era chiaro che c’era una connessione particolare tra lei e questa musica: senza alcune istruzioni al nostro primo incontro cominciò a suonare molte delle cose che avete sentito su “Lightdark”, al primo ascolto. E con “At The Pier” e “Afterthoughts” ho voluto assecondare questa cosa… le ho dato i demo, alcune idee su cosa io immaginavo, e lei è andata libera… con i risultati che sono sull’EP e sul disco. Speriamo presto di suonare con lei dal vivo!

Riguardo Chris credo abbia bisogno di poche presentazioni, per me è da sempre uno dei batteristi più musicali che ci siano in giro, ed  è secondo me la qualità numero uno di ogni musicista che voglia definirsi artista… tecnica e muscoli servono veramente a poco alla musica, sono solo ginnastica fisica o mentale. Lui era il propulsore vero della musica dei primi Porcupine Tree, e senza entrare nel dettaglio credo sia ancora rimpianto giustamente da molti. Lavorare con lui in studio è stato divertente e stimolante, ci siamo trovati entrambi molto bene e c’è stato un bel confronto artistico per dare un colore a questa musica.

HP: Chi come noi segue con attenzione la scena musicale progressiva contemporanea sa qual è lo spessore musicale di Chris Maitland. Il suo drumming inconfondibile, ricco di sfumature e carico di energia, ha scritto pagine straordinarie con Porcupine Tree, Blackfield e Kino. Come siete riusciti a coinvolgerlo nel vostro progetto e soprattutto qual è stato il suo apporto ai vostri lavori?

G.E.: Io ero in contatto con Chris già dai tempi del nostro album di esordio “Sol29”, ma lui era in giro in tour per il mondo e ci è rimasto per molti anni con un grande musical. Quando è tornato ci siamo ritrovati per un concerto che dovevamo fare insieme come Memories Of Machines, poi questo è saltato e noi siamo rimasti in contatto ed ho proposto a lui di partecipare come ospite in uno o due brani del nuovo Nosound. Lui dopo aver ascoltato i pezzi si è dimostrato sorprendentemente entusiasta, e nel mentre nella nostra band ci sono state le defezioni di tastiera e batteria. A quel punto il passo naturale è stato chiedergli se voleva partecipare all’intera stesura del disco, e lui ne è stato ben contento cosi da dare al tutto un sound più omogeneo. Il suo è un drumming unico, e credo il suo contributo sia stato quello appunto di fondere il suo sound con quella che è la musica dei Nosound… e credo non sarebbe potuta andare meglio!

HP: A proposito della de Chastelaine, il suo contributo risulta alquanto decisivo nella strutturazione del vostro sound. Il suo violoncello, infatti, enfatizza le vostre atmosfere crepuscolari e malinconiche rendendole ancor più raffinate ed appassionate. Avete mai pensato ad una più continua collaborazione o, per essere più diretti, a renderla parte integrante del vostro progetto?

G.E.: Come dicevo sopra, lei da “Lightdark” è sempre stata parte integrante della nostra musica, e credo lo rimarrà, il suo apporto è sia come suono che come musica assolutamente perfetto… speriamo molto presto di poter suonare live insieme!

HP: Tra i brani che compongono “Afterthoughts” quello che più di tutti segna una svolta nella produzione dei Nosound è, a nostro avviso, “Paralysed”. La sua apparente serenità nasconde risvolti dolorosi che si materializzano nei versi poetici (eccezionalmente cantati in Italiano) e nello struggente urlo finale. Ti va di dirci qualcosa in più su questo brano?

G.E.: “Paralysed” è un brano che ha avuto almeno un paio di diverse incarnazioni, e la parte in Italiano in verità è nata un po’ per caso. Non scrivo quasi mai in Italiano in quanto ho sempre ascoltato musica cantata in Inglese e sono sempre stato attratto dal sound British. Sicuramente mentre l’Inglese è una lingua più immaginifica, che offre diversi significati per una parola, l’Italiano è il perfetto opposto presentando molte parole per dire la stessa cosa ma con diverse sfumature. Forse proprio questa caratteristica mi ha portato inconsciamente a scrivere quella parte in Italiano, proprio perché il concetto che volevo esprimere era forse più sottile e stratificato: il come il passato e le scelte che facciamo ovviamente influenzano il presente in cui ci troviamo, che non sappiamo come sarebbe potuto essere senza quella scelta; ciò che mi aveva colpito era realizzare come queste scelte non solo influenzano il nostro presente ed il futuro, ma nel tempo influenzano ovviamente anche i nostri ricordi, ovvero chiusa una porta solo dopo ho realizzato di aver perso anche dei ricordi, perché non vivrò mai più ciò che c’era dietro quella porta. L’urlo finale è una cosa che mi è venuta spontanea dopo quella parte in Italiano, essendo allo stesso tempo struggente e straziante ma anche in un qualche modo liberatorio, per condurre al finale di “Afterthought”.

HP: Temi come i ricordi, i rimorsi e i rimpianti sembrano essere una costante nell’immaginario dei Nosound. La vostra musica è sempre stata caratterizzata da una fortissima componente emozionale che nel tempo è diventata un po’ il vostro marchio di fabbrica. Ci puoi descrivere meglio questo aspetto della vostra musica?

G.E.: Non saprei spiegarlo bene… credo sia la vita stessa per quanto mi riguarda. Tutti i testi che scrivo sono sempre autobiografici, partono sempre da esperienze dirette e quindi da emozioni e pensieri di vita diretta mia, motivo per cui da un album così intenso come “A Sense Of Loss” ho avuto bisogno di far passare del tempo, per distaccarmene, per vivere altro e quindi per poter raccontare di altro. Forse per carattere per me la vita è costantemente fatta di ricordi, malinconie, ripensamenti, e la loro potenza emozionale è sempre stata difficile da accettare. Con la musica per me ho trovato una cura catartica, un modo per tirar fuori da me queste cose, ammetterle a me stesso, ed allo stesso tempo trasformarle in un qualcosa di bello, da condividere: il potere unico della musica, dell’Arte, trasformare qualcosa di triste e pesante in un qualcosa di bello, per te e per gli altri. Mi rendo conto che detta così è poi difficile immaginare quanto posso essere solare come persona, ma è proprio la musica che me lo permette, mi permette di isolare e gestire questo mio aspetto più scuro, ed è quando scrivo… quando mi sento bene vado a fare una passeggiata, a bere qualcosa, a fare altro, che è il motivo per cui per me la musica e l’Arte hanno la loro espressione massima solo quando si occupano dei lati oscuri o tristi della nostra natura e della nostra mente… in tutta la mia collezione di musica, migliaia di brani e centinaia di dischi, credo di non apprezzare una sola canzone “positiva”… carine si, ma per me ed il mio gusto non valgono quanto le altre e l’Arte è altrove.

HP: Art Rock, Psichedelia, Ambient, Progressive, Post-Rock o più semplicemente Post-Prog. Diciamocelo francamente, la musica dei Nosound è così originale e personale da non risultare di facile catalogazione. Qual è il segreto di tanta autenticità?

G.E.: Vi ringrazio, e capisco come a volte sia necessario in qualche modo “incasellare” la musica per farla scoprire a chi non ne sa nulla, e dare un’indicazione generale. La nostra è una musica influenzata da moltissime cose, e se c’è un segreto è quello di lasciare l’ispirazione libera di arrivare come e quando (e se!) crede, il saper riconoscere quando si è scritto qualcosa di buono o no, ed in generale appunto l’approccio senza compromessi, senza ragionamento a priori. Se questa musica nascesse da cose tipo mettiamoci a suonare e vediamo cosa esce fuori, sarebbe una cosa ben diversa. Sono dell’idea che sia troppo facile, basta un buon gruppo affiatato e qualcosa uscirà sicuramente fuori, ma si tratta di artigianato non di Arte, per quanto fatto bene manca per me della genuinità e potenza dell’idea dietro alla song (corta 3 minuti o arrangiata lunga 20 minuti), quella che arriva come un fulmine, quella fatta di un messaggio, quella in cui la musica è al servizio del messaggio e non il messaggio stesso, non fine a se stessa. Può esserlo, ma per il mio gusto vale meno, e nella musica non scendo a compromessi.

HP: Che effetto fa vedere i propri album pubblicati dalla Kscope, etichetta che produce anche Steven Wilson, Porcupine Tree, Anathema, Blackfield, Anekdoten, The Pineapple Thief e molti altri ottimi progetti musicali?

G.E.: Sicuramente fa un bell’effetto, e sicuramente quando uscì “Sol29” non me lo sarei immaginato, ma allo stesso tempo so che non è una cosa arrivata per caso o per fortuna: è un qualcosa che è stato raggiunto con anni di lavoro continuo giorno e notte non tanto sulla musica ma su tutto ciò che c’è intorno quando si vuole fare sul serio da autoprodotti. Si tratta di 20/30% di lavoro musicale, e tutto il resto a fare da promoter/manager/webmaster/venditore/produttore e tutto il resto… siamo arrivati a Kscope grazie ad alcune migliaia di cd venduti da soli ed al costante lavoro promozionale per creare la nostra fanbase, a fronte di enormi investimenti in termini di tempo e soldi (il doppio lavoro di anni ha pagato il tutto a scapito di sonno, relazioni sociali, divertimenti e tutto il resto che un 20/25enne farebbe).  Ancora oggi non ho tempo di dormire più di 5 ore a notte, ma senza l’abnegazione non si ottiene molto, ed il poter fare questo lavoro è sicuramente un privilegio ma “costoso”!

HP: Giancarlo, chi segue i Nosound è a conoscenza dei tuoi progetti e delle tue invidiabili frequentazioni. Per chi invece si avvicina a te solo ora vogliamo ricordare che sei anche titolare del marchio Memories of Machines (in coppia con Tim Bowness) e che hai avuto modo di collaborare con artisti del calibro di Steven Wilson, Robert Fripp, Peter Hammill, Colin Edwin, Ricard Huxflux Nettermalm, Jim Matheos e molti altri? Ti va di raccontaci qualche aneddoto particolare?

G.E.: Il progetto MoM è stato ed è sicuramente un’altra cosa molto interessante, nato dalla collaborazione con Tim al brano “Someone Starts To Fade Away” dal nostro album “Lightdark” e proseguito poi per 4 anni con registrazioni avvenute in Italia, Svezia, America e Inghilterra… l’aneddoto più interessante è sicuramente il fatto stesso che ci siamo trovati con Tim, per vari motivi personali, in diverse parti del mondo a lavorare e rilavorare la nostra musica, senza sapere cosa sarebbe diventata… e ci siamo trovati alla fine con un album che è diventato appunto “Warm Winter”. La collaborazione con tutti i musicisti che avete elencato è stata eccezionale, ed un onore poter fare da produttore ed ingegnere del suono di tanti nomi. Sicuramente un compito non facile, ma che ha portato a risultati di cui io e Tim siamo ancora molto fieri… aspettatevi presto altro da Memories Of Machines!

HP: La tua lunga esperienza internazionale ti ha portato spesso via da Roma e dall’Italia. Possiamo ancora considerarti un vanto della scena musicale italiana o dobbiamo rassegnarci e considerarti uno dei tanti “cervelli in fuga”?

G.E.: Non saprei se definirmi cervello in fuga, artista e produttore sicuramente si! Io vivo da quasi 5 anni in Inghilterra, in un bel posto vicino alla costa in una villetta dove ho anche il mio studio di registrazione, e per poter fare tutto ciò, poter sviluppare la mia carriera musicale, i Nosound e tutto il resto sicuramente la fuga dall’Italia è stata non solo un aiuto ma si è resa assolutamente indispensabile. Ovviamente ho lasciato dietro la mia famiglia, gli amici (incluso il resto della band!), per cui lo dico non senza dispiacere, ma purtroppo c’è un tale abisso di qualità di vita, di società, per non parlare dell’educazione musicale, che poter fare tutto ciò in Italia vorrebbe dire arrangiarsi e non poterlo fare con la dovuta professionalità, che invece è richiesta sempre qui e quindi ti mette in una condizione di doverla usare per forza e di imparare sempre di più.  Il rispetto delle regole, del prossimo, dell’educazione, il considerare il valore della persona al netto di studi/razza/religione/conoscenze o altre cose poco importanti, sono tutte cose da cui in Italia siamo lontani anni luce e che anzi spesso sento criticare come “noiose”… il che dimostra che da noi troppo spesso è proprio la forma mentis ad essere diversa. Quando tutti vorremo cambiare, allora ci sarà una speranza e si potrà cominciare a contare il tempo di quanto questo cambiamento avverrà ed anche l’Italia diventerà un paese moderno ed Europeo.

HP: Da “Sol29” ad “Afterthoughts”. Da “one man band” ad una delle realtà più interessanti della scena musicale contemporanea. Ci puoi fornire un tuo personale bilancio sul progetto Nosound?

G.E.: Un bilancio sicuramente positivo, principalmente per il fatto che non è mai andato calando ma è sempre cresciuto, e sempre onestamente, senza forzature ma naturalmente, come la musica che rappresenta questo nome. Io come ho già detto mi sento un privilegiato per aver lavorato a tutto ciò ed aver fatto del mio sogno e della mia idea di musica un nome ed uno stile. “Afterthoughts” per me era un importante banco di prova, sapevo dall’inizio che aveva un potenziale, frutto di un lungo processo di maturazione, è stato il risultato di un periodo difficile sia con la band che personale, ma come sempre alla fine il lavoro duro malgrado tutti i problemi ha pagato, e dunque ora il bilancio è se possibile ancora più positivo. Ovviamente per me e per noi rappresenta più che altro un punto di partenza piuttosto che un punto di arrivo, occorre sempre spronarsi e guardare più in alto, migliorarsi sempre alzando l’asticella sempre di più, altrimenti si perde anche la voglia, la curiosità e la ricettività emotiva, e senza queste tre cose non può esistere Arte vera o ispirazione vera secondo me.

HP: Non possiamo non chiederti dei Redshift. Qual è il ricordo più bello di quell’esperienza?

G.E.: Tantissimi momenti, è dove è nato il legame con le persone con cui poi ho suonato in vari periodi come Nosound. Il momento più divertente, uno tra i vari, è stato sicuramente il suonare a Roma il giorno prima del concerto dei Porcupine Tree e di averli, per una combinazione, tutti presenti al nostro concerto mentre suonavamo la loro musica… emozionante, toccante ed anche divertente!

HP: Prima di chiudere ti chiediamo cosa ci riserveranno in futuro i Nosound, ma soprattutto cosa dobbiamo ancora aspettarci da Giancarlo Erra?

G.E.: Sicuramente tanta altra musica, una crescita sempre maggiore per i Nosound, un’accoglienza speriamo sempre maggiore in Italia, a casa nostra, dove ci fa sempre il doppio del piacere. Da Giancarlo Erra sicuramente un lavoro sempre più continuo a livello di produzione, ho spostato la mia attività ed il mio studio (www.thebenchmusic.com) qui nel Norfolk ed ho intenzione di allargare i miei orizzonti lavorando anche con e per altre band, come fatto già in passato, su altri artisti e band interessati ad ottenere la qualità Kscope in termini di suono, packaging, formati ad alta risoluzione, vinile. Con il mio studio ho prodotto tutti i lavori dei Nosound fino anche al dvd audio ad alta risoluzione surround e doppio vinile hifi di “Afterthoughts”, ed essendo la musica la passione della mia vita mi piacerebbe condividere tutto ciò anche per altri e con altri artisti.

HP: Giancarlo ti ringraziamo per l’estrema disponibilità e ti congediamo chiedendoti, se ti va, un consiglio spassionato per noi della redazione di HamelinProg.com

G.E.: Prendetelo se volete come un complimento, ma il vostro sito è davvero ben fatto graficamente, chiaro da leggere e copre diverse aree musicali per cui non ho molto da consigliare ma tanto da complimentarmi! Quello che spero è che sempre più siti italiani, in particolare dediti al prog, e soprattutto sempre più band “prog” Italiane, si stacchino dalle solite influenze e dai soliti cliché nostrani e comincino a confrontarsi con il resto del mondo, imparando a lavorare con la qualità e l’attenzione che spesso purtroppo mancano da noi in favore dell’approssimazione (ad esempio soprattutto in termini di arrangiamento, produzione, packaging).

Un saluto a tutti, un grazie ancora per averci ospitato su queste pagine e spero a presto per qualche data live anche in Italia!

Per maggiori info: www.nosound.net

Per acquistare i CD del catalogo Nosound: www.kscopemusic.com/nosound

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